Il futuro della democrazia si gioca in Europa

Il punto  Daniele Borioli

demBruttissimi i segnali che ci sono arrivati dall’Austria, con il voto che ha largamente premiato Hofer e il suo partito di estrema destra, FPOE. Che tradotto vuol dire all’incirca Partito della Libertà. Ed è paradossale constatare come molte delle formazioni che alimentano fobie e razzismi, e quindi negazione di diritti e di libertà, lungo una linea di demarcazione di carattere etnico-religioso, richiamino nella propria etichetta il concetto di “libertà”.

Di fatto, però, è quello che accade e occorrerà che ciascuno di noi si abitui a fare i conti con il fatto che per un numero crescente di cittadini, in tutta Europa seppure in misura diversa di paese in paese, la libertà viene percepita come una condizione realizzabile mediante la chiusura blindata delle frontiere, e non solo quelle materiali, a difesa delle proprie identità.

Identità, peraltro, la cui definizione appare ormai sempre più difficile da ricondurre a paradigmi in grado di aggregarsi intorno a valori in qualche modo progressisti e solidaristici, seppur radicali, incalzate come sono da un’inerzia di ripiegamento verso derive di carattere ultranazionalista o di un localismo impregnato di pulsioni reazionarie.

Non è solo la sensazione di insicurezza di fronte al rischio della criminalità ad alimentare l’impennata di consensi che sta riscuotendo l’idea di un diritto alla “legittima difesa” senza limiti. Le campagne strumentali securitarie sono cavalli di battaglia non nuove per forze come la Lega Nord, se qualcuno ricorda ad esempio la stagione delle decine di armate brancaleone denominate “ronde”.

Ma il fatto che oggi esse si saldino con la percezione del “terrore” che arriva dal vicino Oriente, e dai suoi tentacoli allungati nel nostro intestino e con la sensazione d’assalto che quotidianamente si alimenta delle notizie sui drammatici esodi verso il nostro Paese di migranti richiedenti asilo o semplicemente alla ricerca di una speranza di lavoro e di vita crea un effetto del tutto nuovo. Portando a talune parole d’ordine il consenso anche di settori dell’opinione pubblica che non votano e, probabilmente, non voteranno neanche in futuro per Salvini.

Tornerò sull’Italia in conclusione. Ma ora voglio ancora restare sull’Austria e su cosa ci può dire il voto. In primo luogo ci ribadisce un dato che già altri test elettorali in Europa ci avevano clamorosamente evidenziato: quello della crisi verticale che in molti Paesi travolge i partiti tradizionali, sia del campo riformista sia del campo conservatore.

Ci dice poi che, come le urne austriache ci hanno geometricamente dimostrato, il tentativo di inseguire sul loro terreno le forze nazionaliste e di estrema destra nelle politiche anti-immigrati non paga. Proprio dall’Austria a trazione democratica sono arrivate nei mesi scorsi alcune delle ricette più precocemente orientate alla messa in discussione di Schengen. Ciò non ha impedito l’affermazione netta della destra estrema (anche se ancora non sappiamo quale sarà l’esito del ballottaggio)

Infine, ci ripropone uno scenario inquietante nei complicati rapporti che lega a cavallo tra Tirol e Sud-Tirol i rapporti tra la Repubblica Austriaca e la Repubblica Italiana. Rapporti che in anni ormai lontani ma non lontanissimi hanno provocato tensioni, attentati, morti, fino a ricomporsi di recente, anche grazie a Schengen: che con l’abbattimento della frontiera del Brennero ha di fatto ricomposto sulla scala europea e in uno spazio comune le comunità tirolesi insediate al di qua e al di là delle Alpi.

C’è da augurarsi nell’ordine: che i vincitori del primo turno siano sconfitti al turno di ballottaggio; che anche qualora vincessero trovino la strada per temperare nella prassi di governo le loro parole d’ordine più estreme. Ma si tratta, appunto, di un augurio, la cui realizzabilità potremo misurare solo nelle prossime settimane.

Il voto austriaco e lo spettro del muro al Brennero (che non è un confine qualunque) suonano campane di allarme su Schengen e sul futuro dell’Europa, che davvero non è mai stata così a rischio di imboccare una strada di disarticolazione.

Ed è a fronte di questo rischio che non si riesce davvero a comprendere l’ostinata pervicacia con la quale alcuni dei partners dell’Unione continuano a ribadire un orientamento di politica economica che non aiuta a uscire dal pantano della crisi, genera e moltiplica tensioni sociali, produce con zelante complicità le colture di rancore di cui si nutrono i movimenti dell’estrema destra.

Insomma, per dirla in altri termini, giacché l’Europa non è solo l’orizzonte ideale nel quale i democratici di molte nazioni hanno collocato la loro identità culturale ma è anche la politica che esprime il suo gruppo di comando, è come se l’Unione avesse per alcuni aspetti deciso di mangiare se stessa, allargando con le proprie scelte (contrastate da Draghi e pochi altri) lo spazio di esondazione dell’antieuropeismo.

Questo è il paradosso cui ci troviamo di fronte. Ed è intorno a questo paradosso, su scala continentale, che si gioca la vera partita tra il consolidamento del fronte democratico e l’aggressione regressiva, nazionalista e autoritaria, che l’incoerente ma incombente arcipelago delle forze populiste e di destra estrema sta portando al cuore del progetto europeo.

Senza entrare nel merito, che affronteremo ancora nel prossimo futuro, è sorprendente come una parte della politica e dell’opinione nostrana mostri di non comprendere che è su quello scacchiere che si gioca il futuro della nostra democrazia. Non sul pur importante quesito referendario di ottobre, che non chiama in causa l’antitesi tra “democrazia” e “autoritarismo” ma caso mai l’opzione tra due modelli di ordinamento istituzionale della Repubblica.

Ancora alcuni spunti. L’Austria arriva dopo molti altri scrutini elettorali che un po’ ovunque in Europa stanno proponendo questo schema: a) affanno se non collasso delle forze democratiche tradizionali; b) sostanziale inservibilità delle forze della sinistra più radicale, che come nel caso di Podemos anche quando conquistano un eccellente risultato non sanno o non vogliono trasformarlo in responsabilità di governo; c) costante crescita di una galassia non componibile di forze populiste e/o reazionarie, che quasi mai, se non in alcuni Paesi dell’est Europa, arrivano a prendere il potere ma erodono la base di consenso reale su cui poggiano i governi.

La democrazia contempla purtroppo anche l’eventualità che forze antidemocratiche si impossessino democraticamente delle sue istituzioni. L’unica ricetta di cui dispone la democrazia per difendere se stessa è quella di trovare il modo per vincere sul terreno del consenso. E la strada per questa vittoria passa, inevitabilmente, per una robusta correzione di rotta delle politiche di Bruxelles.

Questa è la strategia, e lo dico con orgoglio, che il nostro Governo sta cercando di animare. Vanno in quella direzione le iniziative portate per strappare flessibilità sulle regole di bilancio e rilanciare gli investimenti per la crescita; vanno in quella direzione le accelerazioni impresse al rilancio dell’idea di un’Europa federale nel campo della finanza, della difesa, della sicurezza. Vanno in quella direzione la linea e le proposte che l’Italia sta perseguendo sul fronte dell’immigrazione, attraverso l’Immigration Compact.

E’ l’Europa il campo su cui si gioca la partita della vita per la democrazia. Se ce n’era bisogno l’Austria ci ha sbattuto in faccia l’appunto che ce lo ricorda.

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One thought on “Il futuro della democrazia si gioca in Europa

  1. Vorrei discutere l’affermazione “La democrazia contempla purtroppo anche l’eventualità che forze antidemocratiche si impossessino democraticamente delle sue istituzioni”, a costo di apparire a mia volta non democratico. Io ritengo che la democrazia (che si deve costruire in Italia come in Europa) debba consentire di modificare anche radicalmente le scelte economiche, industriali, ambientali, sociali, con qualche limite anche quelle istituzionali. Ma l’unica cosa che non deve essere consentita è permettere l’occupazione del potere da parte di forze antidemocratiche. Altrimenti sarebbe come dire che l’Italia può permettere di riscrivere la Costituzione in senso fascista e dittatoriale, o che la Resistenza si può sradicare o anche solo dimenticare da parte della Repubblica. Non a caso la Legge Scelba vieta la ricostituzione del Partito Fascista. E’ vietata l’apologia di fascismo: anche se ormai tutti chiudiamo non solo uno ma tutte e due gli occhi. E’ ciò è grave, infatti si vedono le conseguenze violente di questo permissivismo. Quindi io ritengo che, anche in Europa, ci debbano essere limiti e divieti alla costituzione, propaganda, e soprattutto possibilità di presenziare alle elezioni, da parte di partiti che (secondo canoni che vanno stabiliti con precisione) abbiano caratteristiche non in linea con le condizioni minime e gli elementi principali della democrazia. E che questo debba valere anche per gli Stati che intendono aderire (ma anche per l’eventuale “ammonimento” e allontanamento di quelli attuali). Il rispetto dei diritti umani, il pluralismo politico, la libertà di stampa e di religione sono base imprescindibile. Anche per evitare conseguenze conflittuali future, che diventerebbero inevitabili di fronte a forze antidemocratiche che imperversino liberamente nel continente.

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