Difendere la democrazia non è né attaccare né chiudersi

Carlo Baviera

bavLa sensazione è che si siano attenuate le stragi terroristiche, i sequestri di persone o di gruppi, le azioni di kamikaze in ogni parte del mondo; oppure se ne parla solo di meno? Ciò nonostante crescono incertezza e paura. Tutto sembra incerto e imprevedibile. Le società libere e aperte si interrogano: accrescere i controlli e limitare gli spazi di libertà oppure rischiare qualcosa ma garantire in modo completo la democrazia? Due approfondimenti mi hanno colpito nelle settimane passate: uno di Paolo Pombeni, l’altro del sociologo Bauman.

Dice il primo che “il terrorismo islamista ha caratteristiche peculiari” diverse da quelli che ci sono stati nei decenni passati in Europa (quello basco e quello nordirlandese, quello nel Sudtirolo/Alto Adige, e il terrorismo fra anni Settanta e anni Ottanta del secolo scorso degli estremismi di destra e di sinistra). “L’obiettivo del terrorismo islamista è così globale e catastrofista da essere del tutto sfuggente. A che cosa mirano i programmatori e gli esecutori delle stragi di cui siamo testimoni? Sembrerebbe postulare il bisogno di un confronto con l’avversario, il demonio, cioè la modernizzazione occidentale”.

Quale strategia può mettere in campo l’Europa? Pombeni ritiene non sia sufficiente, pur se necessaria, una difesa attiva sul piano repressivo e della forza legittima di cui sono depositari gli Stati; nè l’utopismo che pensa ad integrare i disagi presenti e in crescita nelle nostre società. “Si tratterà piuttosto di investire sul ripensamento complessivo delle strutture che hanno retto la tenuta delle nostre società e che adesso sono in crisi. Ripensare il sistema dei presunti diritti, per cui chi non ha accesso a livelli di consumo molto alti è un minorato sociale, ricostruire le reti di convivenza che impongono reciproci doveri di cooperazione e solidarietà, rilanciare spazi di educazione culturale”. Perché è evidente “quale sia la crisi su cui si innesta, in Europa almeno, il terrorismo islamista. Quello che produce i fanatici del calcio che urinano su una mendicante e sfasciano monumenti, le ideologie dello «sballo», il mito che misura il successo e il rilievo sulla base del denaro inteso come montagna di denaro (qualcuno vuole riflettere su cosa significano oggi gli stipendi, le buonuscite milionarie dei manager?), è un terreno che nutre benissimo il fanatismo di chi cerca il gesto dirompente e la (presunta) bella morte. Insomma il terrorismo islamista è ben più che una questione di polizia, ma proprio per questo potrebbe anche essere una sfida che costringa l’Europa in questa crisi di inizio secolo a ripensarsi davvero”.

Zygmunt Bauman avanza subito una provocazione necessaria: «Potremmo dire che i terroristi sono il più potente fattore unificante tra i membri di un’UE che altrimenti vede sfaldarsi molte delle sue cuciture. La paura, lo spreco di risorse sempre maggiori nella costruzione di muri, l’impiego di un numero crescente di uomini per la sicurezza e costosi gadget per lo spionaggio nella vana speranza di prevenire il prossimo attentato». E’ accertato che  «quasi tutti i terroristi sono “indigeni”, reclutati tra i discriminati, gli umiliati e vendicativi giovani che crescono in mezzo a noi senza futuro. Tenerli in condizione di privazione è un modo di cooperare con il terrorismo: seguendo la logica dell’occhio per occhio allarghiamo il bacino che i capi terroristi hanno mostrato di saper usare bene».  L’invito e la speranza sono che l’Europa «non abbandoni i suoi valori e non si pieghi al codice di comportamento dei terroristi; sarebbe il suicidio della casa della moralità e della bellezza dov’è nata l’idea di libertà, eguaglianza e fratellanza».

Credo che non ci sia nulla da aggiungere. Se non che, se si ritengono condivisibili i ragionamenti suesposti, le azioni da intraprendere hanno bisogno di sostegno e sollecitazione da parte dei cittadini, della società civile; per appoggiare decisioni difficili da parte della politica e da parte delle istituzioni (nazionali e comunitarie).

Sappiamo che non sempre le cose giuste avanzano automaticamente o sono facili da applicare. C’è sempre chi frena. Anche da noi, nella democratica, civile, umanitaria Europa, la voglia di vendetta, di armi, di guerra, di reazione è tanta, sfugge alla razionalità, ritiene di affermare il desiderio di non dimostrarsi imbelli e paurosi.

Cosa vuol dire allora che l’Europa deve ripensarsi? che deve rivedere come applica e rispetta i propri valori? che si deve andare oltre alle (pur necessarie) misure di polizia? Cosa significa non piegarsi al codice di comportamento dei terroristi? non usare la logica dell’occhio per occhio? dare un futuro a tutti e non discriminare chi vive nel disagio, anzi toglierlo dal disagio?

Mi pare che, anche a causa di questo fenomeno che non si conosce ancora benissimo e che sconvolge la nostra quotidianità, che colpisce tanti innocenti, siamo invitati a ritornare alle questioni che negli anni recenti hanno contrapposto posizioni politiche di Governi e di rappresentanze popolari e sociali. Parlo delle scelte di politica economica, finanziaria, e sociale dell’Europa. Se non ripartono politiche che aumentino le occasioni e le possibilità stabili di lavoro, se non si danno sbocchi concreti post Universitari, se non si tiene conto della necessità di non smantellare il welfare, se non si colpiscono speculazioni ed evasioni finanziarie, le cose sono destinate a peggiorare: anche con la sconfitta del terrorismo.

I bilanci devono essere in pareggio, il debito degli Stati deve essere costantemente diminuito, gli sprechi e gli eccessi sconfitti, si deve tornare alla sobrietà e al risparmio; ma quando si esagera nei tagli e negli interventi sul reddito delle famiglie non sorprendiamoci che non ci sia chi si fa allettare dall’estremismo di qualsiasi risma.

Anche questo dovrebbe essere parte della riflessione che solo pochi giorni fa siamo stati invitati a fare nelle ricorrenze del 25 Aprile e del Primo Maggio.

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One thought on “Difendere la democrazia non è né attaccare né chiudersi

  1. Grazie pe questi richiami.
    Ma non dovremmo neppur dimenticare che viviamo la nuova “società cognitiva” che propone risorse diverse da quelle che hanno favorito la crescita economica con il produttivismo metalmeccanico e chimico.
    Le risorse dei territori storici chiedono nuove coltivazioni che postulano nuovi processi produttivi più equilibrati e finalizzati a obiettivi che chiedono nuova ricerca (umanistica e scientifica) e la capacità di non continuare a identificare “ben-essere” con “molto-avere”.
    Questa è la rivoluzione culturale di cui abbisogna questo XXI Secolo.
    Se sappiamo cambiare orizzonti, forse anche i disperati (e i potenti accecati dal potere e, quindi, più spaventati dei disperati) potrebbero riabbracciare “liberà eguaglianza fraternità”.

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