Lo scandalo della sanità tagliata

Domenicale Agostino Pietrasanta

sanUn politico viene arrestato? o anche solo raggiunto da un avviso di garanzia? Infuria la canea sui social network. Vi dicono che rischiate, almeno in un prossimo futuro di morire prima? Nessuno o quasi, sembra accorgersene. Eppure, questa volta, non possiamo neanche prendercela con i più quotati quotidiani nazionali, dal momento che ne hanno dato ampia e documentata notizia, indicando alcune possibili e, sulla carta, facili soluzioni. Facili, ma, a prima impressione, difficilmente praticabili.

Va detto per la precisione che le popolazioni dell’Occidente sono molto longeve e gli Italiani non fanno eccezione, ma negli ultimi anni il trend positivo di longevità si è bloccato. Le cause possono anche essere complesse, ma ci sono due fattori che potrebbero essere presi in considerazione per ripristinare un’aspettativa di vita più consistente.

Il primo riguarda certamente la prevenzione assicurata dagli esami clinici consigliati dalla professione medica; si è scelta invece un’altra strada, peraltro del tutto rispettabile, il risanamento dei bilanci regionali. Questione di scelte? Certo, ma c’è da stabilire se sia più importante la vita o i bilanci; i quali tra l’altro avrebbero altre possibilità, ben note ai nostri indagati governatori, per essere risanati.

Il secondo potrebbe essere individuato negli stili di vita: i bambini che ingurgitano patatine davanti alla TV o davanti al PC e rifiutano per sazietà surrettizia la bistecca a pranzo, qualche rischio lo corrono. Immaginate voi una campagna contro le patatine o i popcorn? Immaginate la sdegnata reazione delle catene alimentari (si fa per dire) di succitata produzione? Vedete un po’ l’eterogenesi dei fini del consumismo illimitato!

Certo ci sarebbero ben altre cause facilmente eliminabili, del nostro disordine alimentare e del nostro rischio in fatto di salute, ma tanto basti per il ragionamento che voglio proporre come conclusione.

Mi sorprende l’indifferenza dimostrata dalla opinione pubblica più presente nelle canee mediatiche; si tratta di una sorpresa tanto più giustificata proprio dal fatto, giova ripetere, che in questo caso tutti i quotidiani nazionali hanno esplicitato adeguata informazione e denuncia. Forse c’entra il fatto che i più interessati sono gli ultraottantenni e la convinzione comune è che ad una certa età non si può pretendere; attenzione però che, a dirla alla buona, ci si trova vecchi prima di accorgersene. E la questione riguarda tutti; ciò va detto senza scomodare don Milani, secondo il quale “…il problema degli altri è anche il mio”; tanto per fare (sempre secondo il grande maestro e sacerdote fiorentino) in modo fisiologico, della politica anziché dell’avaro individualismo.

Ma tant’è. Tutti sappiamo urlare forte per i tempi d’attesa per un esame clinico quando ci siamo di mezzo noi, ma restiamo del tutto indifferenti a fronte di un fenomeno che si fa sempre più drammatico, nonostante l’impegno quasi eroico di tutti gli operatori sanitari. Intanto i bilanci delle regioni stanno migliorando: sulla pelle della gente e non perché si sia corretto, almeno un po’, il sistema corrotto in cui guazziamo allegramente.

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2 thoughts on “Lo scandalo della sanità tagliata

  1. Purtroppo uno dei motivi addotti a favore dei tagli è che si sprecano medicine (ed è anche vero), che si fanno troppe analisi e prestazioni specialistiche (ma chi le prescrive? il cittadino? E se il medico non prescrive, a chi si addossa la colpa se succede qualcosa di grave?), e che ci sono troppe prestazioni gratuite. Io continuo a ritenere (pur se qualche ticket modesto per partecipare alle spese, può anche esserci) che fosse giusta la logica della riforma: la Sanità è pagata con la fiscalità generale (IRPEF). Invece ultimamente pensiamo ad abbassare le imposte, per farci belli, e ad aumentare le prestazioni a pagamento o a ridurle per risparmiare o a ridurre il personale. Così si paga due volte: almeno chi è sfortunato ad ammalarsi sovente o ha patologie croniche. Se invece le trattenute fossero con la fiscalità generale ognuno pagherebbe secondo le possibilità (il sistema è percentuale e progressivo). L’altro errore, secondo me, è aver trasformato Ospedali e Unità sanitarie in Aziende, come fossero un’impresa che deve produrre oggetti: la Sanità non può e non deve essere un’Azienda, ma un Servizio Pubblico.

  2. Come, giustamente, osservato, gli ammanchi finanziari, specie nei servizi pubblici essenziali ad alta rilevanza sociale, debbono essere coperti con la fiscalità generale, tuttavia, in nome di un individualismo sfrenato, introdotto in Europa negli anni Ottanta del secolo scorso, l’imposizione fiscale è poco o punto progressiva; anzi, sono state elevate le aliquote per i redditi più bassi e sono state considerevolmente ridotte quelle per i redditi più elevati, per non parlare della privatizzazione dilagante, la quale ha portato incremento delle diseguaglianze, perché, da un lato, i servizi sono prestati dove e come conviene all’impresa (termine che non dovrebbe mai comparire in questi settori), dall’altro, le tariffe sono, almeno in parte, lievitate e, comunque, si genera un lucro privato, assolutamente fuori luogo. Ad aggravare quest’insana situazione, si aggiunga che molti Enti di Diritto pubblico sono stati trasformati in Società per Azioni di Diritto privato, ancorché, spesso, con azionariato interamente pubblico: un losco espediente di bassa lega per aggirare i limiti imposti agli emolumenti degli alti Dirigenti e Direttori mediante la trasformazione in cariche sociali, la cui paga non è soggetta ad alcuna limitazione.
    Venendo al campo strettamente sanitario, purtroppo, si vede un mal celato tentativo di privatizzare anche quello, trasformandolo in un’attività economica, come, scelleratamente fatto, seppur non in maniera completa ed iperliberista, per poste, telecomunicazioni, energia, acqua ed altro, salvando solo formalmente una parvenza di servizio pubblico mediante attività che vanno sotto il nome di servizio universale o di maggior tutela, attività che, avanti di questo passo, saranno ridotte al lumicino. Quell’essere Britannico di sesso femminile a capo del Governo del Regno Unito è deceduto, ma le sue idee distruttive sono vive e vegete e stanno corrodendo l’Umanità, minando anche i valori morali fondamentali per sostituirli con quelli economici. Rischiamo, come già successo in ambito pensionistico, di avere una situazione simile a quella degli Stati Uniti d’America, dove ognuno deve provvedere personalmente con una costosissima assicurazione a proprio carico, la quale, essendo stipulata con compagnie ed essendo un’assicurazione, è ben diversa da una previdenza o da un servizio pubblico; il proposto ticket, invero non è una compartecipazione alla spesa, ma una quota simbolica per impedire accessi impropri.

    Il Corriere della Sera, in data 28 aprile 2016, ha pubblicato un interessante articolo di Mauro Magatti, intitolato “Il declino dei neoliberisti lascia spazio ai populismi”, che qui trascrivo:

    Alla fine degli anni 80 la caduta del socialismo, segnata simbolicamente dal crollo del Muro Berlino, decretò la fine delle ideologie, in pochi anni spazzate via dalla vittoria internazionale del neoliberismo. Capace di trasformare le spinte controsistemiche di un emergente individualismo in benzina per una nuova stagione di crescita economica.
    In quel passaggio storico, i vecchi partiti conservatori lasciarono il posto a un nuovo modo di pensare, icasticamente sintetizzato nella celebre formula thatcheriana «la società non esiste». Nel mercato «liberato», era il singolo individuo l’unico e vero protagonista.
    A qualche decennio di distanza da quella svolta politica, il combinato disposto di stagnazione economica e pressione migratoria mette in discussione gli equilibri raggiunti dai Paesi avanzati, forgiando nuove visioni politiche.
    Soprattutto a destra è in atto una battaglia che probabilmente deciderà del nostro futuro.
    È infatti ormai chiaro che in Europa la destra avanza un po’ ovunque, con un discorso duro e carico di risentimento che fa della chiusura agli immigrati, associato alla difesa dell’identità nazionale, la leva principale. Un modo per gridare che la politica europea, gestita da un establishment che continua a essere lontanissimo dal sentire diffuso, non è efficace.
    Si tratta di un processo che va acquistando forma e forza crescenti. E che, arrivati dove siamo, è troppo semplicistico ricondurre ai populismi già da molti anni presenti nelle democrazie europee.
    In alcuni paesi, partiti che si rifanno a questo schema sono già al governo. Ungheria e Polonia in testa. Ai quali potrebbe ora aggiungersi l’Austria. Senza dimenticare i successi elettorali ottenuti al primo turno delle elezioni amministrative da Marine Le Pen in Francia.
    È evidente che ci troviamo di fronte a una nuova proposta politica che avanza la pretesa di succedere ai vecchi partiti di marca neoliberista (con echi anche nella candidatura di Trump negli Stati Uniti).
    Fa eccezione, almeno per il momento, la Germania, dove la Merkel riesce a mantenere stabile il principale paese dell’Unione. Ma viene da chiedersi che cosa verrà dopo la cancelliera, che non può essere eterna.
    Last but not least, anche nel nostro paese la contrapposizione tra le due destre è ormai evidente nello scontro tra quel che resta di Forza Italia e il tandem Salvini – Meloni.
    Ci sono molte buone ragioni per ritenere che si debba evitare che questo fronte costituisca il perno di una nuova stagione storico-politica. La questione riguarda tutti i partiti, di destra e di sinistra. E si deve ancora capire da quale fronte una risposta costruttiva possa arrivare.
    Ma in ogni caso il primo passo è riconoscere che, a differenza di quanto accadde negli anni 80, il cuore del problema oggi è il legame sociale: dopo decenni di individualismo spinto e di sganciamento tra economia e società, la prolungata stagnazione economica fa sì che il livello di insicurezza e incertezza sia ormai socialmente intollerabile. In una recente pubblicazione, il Fondo monetario internazionale ha mostrato che, dopo otto anni, solo Stati Uniti e Germania, tra i principali Paesi occidentali, hanno pienamente recuperato il livello di reddito precedente alla crisi. Con una velocità di aggiustamento che, se confrontata con altre grandi crisi finanziarie del passato, risulta particolarmente bassa. Senza tenere conto dei permanenti squilibri esistenti nella distribuzione del reddito.
    Come possono società altamente individualizzate e impaurite sviluppare non dico un atteggiamento solidaristico, ma almeno razionale nei confronti di un fenomeno che suona così minaccioso come quello di migranti e rifugiati?
    Specie nei ceti popolari, dove il costo della crisi è stato ed è ancora oggi molto salato, il risentimento sta raggiungendo livelli di guardia. E per evitare che arrivi alle sue conseguenze più velenose, c’è bisogno di una risposta politica chiara e realistica, capace di rielaborare questioni rimosse da tempo. E cioè che tra interessi economici e domande sociali occorre trovare un punto di compromesso reciprocamente sostenibile; che l’idea di un astratto cosmopolitismo può forse attrarre piccole élite sociali, ma non il popolo che ha bisogno di forme culturali e istituzionali definite e condivise, tanto più in un mondo molto turbolento; che in una situazione che si fa sempre più complessa è necessario rinegoziare la relazione tra crescita personale e di sistema. Una domanda molto diversa e per certi versi opposta a quella degli anni 80, quando la questione era quella di liberare le energie compresse da uno statalismo soffocante.
    Come succede sempre in queste fasi di cambiamento, vincerà chi, aggiornando per primo le proprie mappe cognitive, diventerà capace di dare risposte concrete alle mutate sfide storiche. Senza pensare di vivere in un’epoca che non c’è più.

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