25 aprile 2016 – Novi Ligure

Gian Piero Armano

254(A completamento e conclusione dei giudizi espressi da “Appunti Alessandrini” sulla vicenda resistenziale, riteniamo opportuno pubblicare quanto Gian Piero Armano, Presidente dell’Associazione Memoria della Benedicta, e nostro collaboratore ha proposto nel discorso ufficiale pronunciato il 25 aprile a Novi Ligure, durante le manifestazioni istituzionali. Ap)

Buon giorno a tutti e che questo 25 aprile sia un giorno di festa, ma soprattutto un giorno di memoria, non solo come un ricordo del passato, ma come un giorno che ci proietta nel presente che viviamo e nel futuro che dobbiamo costruire insieme.

Sono passati 71 anni dal 25 aprile 1945 e nel corso di questo periodo di tempo la Resistenza è stata qualcosa di vivo e fecondo per la società italiana perchè ogni generazione ha potuto confrontarsi con essa, partendo da proprie esigenze impellenti, seppure parziali.

Per alcuni decenni, finita la guerra, sono prevalse le interpretazioni della Resistenza in chiave politica e militare, ma gradualmente, a cominciare dagli anni ’70 del secolo scorso, si sviluppò l’esigenza di scoprire e verificare nei diversi territori come il movimento resistenziale abbia trovato attuazione. E così incominciò a farsi largo, oltre al ruolo delle brigate partigiane e dei partiti del CLN, l’attenzione alle condizioni di vita e di lavoro di quegli anni di guerra, alle dinamiche interne ai diversi strati sociali, all’atteggiamento della popolazione verso l’occupante tedesco, alle molteplici forme di resistenza non armata, al ruolo delle donne che era stato messo da parte.

Come non si può non ricordare il libro “La Resistenza taciuta” di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina che, nel 1976, denunciarono il mancato riconoscimento del ruolo protagonista delle donne in quegli anni drammatici della guerra. Come non si può non ricordare quanto è successo al libro di Alessandro Natta, dirigente del PCI, che venne rifiutato dalla casa editrice del suo partito, in cui raccontava la sua vicenda di “internato” militare, perchè allora non era stato capito il valore specifico della scelta e del ruolo resistenziali dei 600 mila militari italiani deportati nei campi di concentramento nazisti. Il libro “L’altra Resistenza. I militari italiani in Germania” fu pubblicato da Einaudi soltanto nel 1997.

E così, a cominciare dagli anni ’90 del secolo scorso, si è dato impulso anche alla Resistenza senza le armi che non fu un’altra “resistenza”, ma un vero e proficuo apporto a tutta l’azione resistenziale.

Ecco, ho voluto aprire il mio intervento con questi riferimenti perchè oggi siamo qui per fare memoria di queste molteplici forme della Resistenza: sarebbe ingiusto e ingeneroso se ci dimenticassimo di questo perchè bisogna avere una nuova e più viva comprensione del periodo storico che ha avuto il suo inizio con l’armistizio dell’8 settembre 1943. I gesti quotidiani compiuti da cittadini comuni, con la coscienza di assumersi una responsabilità non in sintonia con le “ordinanze”, i decreti legislativi e i bandi dei nazifascisti, portavano in sé un potenziale di rivolta, di umanizzazione del conflitto, di difesa del senso del vivere, dal valore immenso.

Un eminente storico, Enzo Collotti, ha scritto: “La Resistenza civile c’è stata e senza di essa quella armata non avrebbe potuto operare, perchè coinvolgeva una minoranza strettissima e aveva bisogno dell’appoggio dei servizi e del clima della resistenza civile. Questo appoggio di tipo attivo veniva da coloro che avevano preso posizione, ma avevano deciso di operare senza armi, non rappresenta affatto una ‘zona grigia’, e si manifestava nelle forme più varie”.

Noi oggi siamo qui per fare memoria di questa Resistenza così multiforme. E non si tratta di introdurre una scala gerarchica valoriale tra Resistenza non violenta e Resistenza armata. La Resistenza al nazifascismo è stata una sola, interpretata in modi diversi da ciascuna componente politica e sociale, con la propria specificità ideologica e di genere. Bisogna quindi superare la distorsione della narrazione storiografica, sedimentata nell’immaginario collettivo, che fa identificare la Resistenza con la minoranza rappresentata dai partigiani armati ed eclissa la grande maggioranza rappresentata da tutti quei resistenti che non hanno fatto ricorso alle armi.

Inoltre una considerazione sembra decisiva dal punto di vista di una memoria fertile per il nostro tempo: dopo che, nel corso degli ultimi 100 anni, abbiamo acquisito la coscienza che la guerra è sempre distruzione, orrore e disumanità, e che le rivoluzioni violente hanno riprodotto situazioni di soggiogamento e di ingiustizia, non resta che immaginare e impegnarsi per soluzioni nonviolente dei conflitti internazionali e sociali. Per questo valorizzare le forme di Resistenza nonviolenta è alimentare la memoria fertile della Resistenza, quella che può ispirare ancora l’agire nel presente, oggi: la Resistenza infatti è nata dalla scelta delle persone di ascoltare la propria coscienza, di restare umani in un tempo di imbarbarimento.

La Resistenza armata è invece la parte meno feconda per l’oggi, in quanto è stata una risposta condizionata da quel momento storico contingente caratterizzato da una guerra in corso, per cui la scelta delle armi era una delle possibili opzioni in campo, per molti fu perfino una scelta “obbligata”, non liberamente voluta.

Comunque non si deve dimenticare che – salvo eccezioni – anche chi ha scelto di combattere con le armi, in realtà non amava le armi, non amava la violenza: si proponeva anzi, impugnando le armi, di affrettare la fine della sopraffazione e della violenza.

Ad un certo momento della loro vita tutti i resistenti – indipendentemente dai mezzi usati – hanno sentito che dopo avere tante volte obbedito passivamente ai comandi di chi aveva il potere, era giunto per loro il momento di obbedire alla propria coscienza che gli ordinava di assumersi responsabilità, di concepire nuovi doveri da compiere, dimenticando il proprio interesse privato e mettendo in conto anche il sacrificio di affetti familiari, di legami sentimentali, della stessa vita: la più alta testimonianza di questa consapevolezza sono le lettere dei resistenti condannati a morte.

C’è chi in quel dato momento storico, ha sentito importante o necessario o inevitabile fare ricorso alle armi e chi invece per propria indole o per educazione o per convinzioni filosofiche e religiose ha preferito, e ha potuto, adottare forme di resistenza nonviolenta: gli uni e gli altri sapevano però di opporsi a chi in quel momento dominava in veste di forza armata straniera occupante o in veste di collaborazionista dell’occupante.

Questo fa della Resistenza un “movimento politico” e la coscienza del prendervi parte fu un elemento caratterizzante della stessa.

La Resistenza inoltre è stata altra cosa dalla guerra: i suoi “militanti” erano per lo più dei volontari che sfuggivano alla coscrizione obbligatoria in un esercito di fanatici che avevano fatto della guerra e della violenza il loro credo, che avevano allestito campi di concentramento e di sterminio, che adottavano sistematicamente metodi bestiali come la tortura e le rappresaglie, l’incendio di paesi e le fucilazioni di massa, compresi vecchi, donne e bambini.

La lotta resistenziale aveva come scopo fondamentale e condiviso la difesa contro l’occupante tedesco e il suo alleato fascista: l’unica “guerra” giusta per la cultura e la riflessione teorica, anche teologica, del tempo. Chi l’ha combattuta lo ha fatto con il preciso intento di assolvere ad un compito storico: la liberazione dell’Italia e la conquista della libertà non soltanto per sé, per la propria parte politica, ma per tutta la società.

Senza la Resistenza – quella armata e quella nonviolenta – non ci sarebbe stata la “liberazione”: senza la Resistenza ci sarebbe stata la sterile attesa dei “liberatori”. Invece i nostri paesi furono protagonisti della propria liberazione, cominciarono a organizzare la vita civile e amministrativa, poi salutarono l’arrivo non dei “liberatori”, ma degli “alleati”.

La Resistenza ci ha permesso di guardare negli occhi, a testa alta, gli alleati: ci ha permesso di non provare vergogna, perchè con la lotta avevamo riconquistato dignità e diritto al rispetto. Chi ha combattuto in armi o senza le armi contro il nazifascismo lo ha fatto per mettere fine alla guerra e alla violenza, alla sopraffazione e alla discriminazione, all’orrore e alla disumanità.

Per mettere fine alla notte in cui erano piombate l’Italia e l’Europa; la notte delle dittature, dei totalitarismi, delle guerre; la notte delle delazioni, delle torture, delle fosse comuni; la notte dei pogrom, dei rastrellamenti e delle deportazioni, come è avvenuto alla Benedicta; la notte delle leggi razziali, dei ghetti, dei Lager; la notte delle selezioni, delle camere a gas, dei forni crematori; la notte della razionalità folle, dell’ignominia e dell’offesa alla dignità umana.

I resistenti generalmente non hanno amato le armi, molti di loro erano reduci dai fronti di guerra, ne erano sconvolti e nauseati, sentivano un profondo bisogno di pace: quello che hanno fatto è stato fatto per garantire a tutti un cammino nella libertà e per affermare la pace come il bene più prezioso per le generazioni future.

Con la ricorrenza del 25 aprile ricordiamo quale sia stato il prezzo di sangue che si è dovuto pagare per abbattere uno dei più odiosi sistemi, insieme economico politico e dottrinale, che siano mai apparsi nel corso della storia, ma non si esce dall’inferno senza bruciarsi.

Tuttavia, oggi rievochiamo non tanto la fine di una storia catastrofica, quanto l’inizio di una nuova storia per l’Italia e per l’Europa, liberate dopo la catastrofe.

E il ricordo di quei giorni non deve far venire meno la pietà per tutte le vittime da una parte e dall’altra, la pietà che va oltre il perdono, e l’umana compassione per i familiari e gli amici che piangono ancora dopo 71 anni i loro morti. Norberto Bobbio, in un discorso tenuto il 25 aprile 1994, disse: “Che mai importa di fronte a queste sofferenze che quei morti siano stati inglesi o tedeschi o russi o italiani, che abbiano combattuto per il fascismo, il comunismo o la democrazia? Ma abbiamo anche detto – prosegue Bobbio – che, se vogliamo anche dare un senso alla storia, non possiamo mettere indifferentemente sullo stesso piano l’ideale universale per cui tutti gli uomini sono uguali e il razzismo, la tolleranza e l’intolleranza, i diritti fondamentali dell’uomo…e l’ordine gerarchico imposto da un capo infallibile”.

La Resistenza ha posto le basi per il rinnovamento della libera lotta politica in Italia e da questa lotta civile è nata la Costituzione, per ora fortunatamente ancora in vigore. Ma fino a quando?

E’ una domanda che ci dobbiamo porre perchè c’è troppa voglia di camuffarla e di farle perdere il valore originario che ha espresso appena finita la guerra e in questi anni.

Proprio in questi giorni è avvenuto un fatto pericoloso per la nostra Costituzione, che molti cittadini non hanno compreso e per comprenderlo riandiamo agli anni dell’Assemblea Costituente i cui membri rappresentavano tutte le componenti politiche, sociali e culturali presenti nel popolo italiano e tutti contribuirono a varare la Costituzione con un accordo quasi unanime. Si trattava di edificare le mura della casa comune per unire il popolo italiano in una comunità politica.

Ma fu il Parlamento che prese l’iniziativa ed operò, senza che il Governo potesse mettere becco. Quando l’Assemblea Costituente discuteva il progetto della Costituzione, i banchi del governo rimanevano vuoti. Tutto il contrario di quello che che è successo in questi giorni con l’approvazione della revisione costituzionale.

L’11 aprile, pochi giorni fa, quando il capo del Governo si è presentato in Parlamento per concludere la discussione finale sulla nuova Costituzione, i banchi del Parlamento erano pressochè vuoti, mentre il banco del Governo era strapieno di ministri.

Questo dovrebbe far riflettere che una tale riforma costituzionale è politicamente delegittimata perchè il Parlamento non c’era e si è approvato una riforma sotto dettatura del Governo.

Ma la Costituzione è un bene comune: la sua riforma dovrebbe fiorire da un dibattito collettivo, aperto e condiviso perchè in essa sono poste le basi della convivenza civile. Le Costituzioni sono fatte per unire un popolo, per questo non possono essere imposte da una minoranza che tavolta appare faziosa ed arrogante; se così fosse, la Costituzione non è più espressione della sovranità popolare, ma sarebbe un documento che serve unicamente ad una oligarchia.

Guai, se per aumentare il potere di qualcuno, si facesse perdere l’originale e quanto mai prezioso spirito che ha connotato la libertà, la democrazia, la dignità di un popolo uscito con la testa alta dalla catastrofe della dittatura e della guerra.

Lo spirito di libertà contenuto nella Costituzione vale per tutti, anche per coloro che non sanno cosa farsene o non lo vogliono.

Ci sono due capisaldi della Costituzione della nostra Repubblica che meritano tutta la nostra attenzione: l’art. 2, secondo cui “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”; e l’art. 3, secondo cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”. Sono due principi importanti e fin a quando ci sarà uno stato democratico in Italia, l’origine di questo stato è da cercare in quello che è successo nell’aprile 1945, quando sono stati sconfitti nazismo e fascismo i cui principi erano antitetici. In quei regimi non sono mai esistiti diritti inviolabili della persona, né a tutte le persone era riconosciuta uguale dignità sociale. E allora se antifascismo significa il contrario di fascismo, abbiamo il diritto e il vanto di continuare a dirci antifascisti. E’ vero che non basta essere antifascisti per essere buoni democratici, ma è altrettanto vero che basta continuare a confondere fascismo e antifascismo per essere sospettati di non essere buoni amici della democrazia.

Oggi, 25 aprile, non siamo qui per celebrare la Resistenza: celebrarla ha il significato spesso di imbalsamarla. Ma ogni 25 aprile è l’attimo per comprenderla sempre di più e per farla capire soprattutto ai giovani, vuol dire fare memoria di una esperienza che non è scomparsa, ma che ha proteso come un albero i suoi rami fino ai giorni nostri, perchè tutto ciò che sa di libertà, di giustizia, di pace, di democrazia, di convivenza fraterna c’è stato dato dalla Resistenza.

Ogni 25 aprile vuol dire ricostruire storicamente i fatti della Resistenza, vuol dire distinguere il vero dal falso e anche riconoscere gli errori che sono stati fatti per non più ripeterli, per proseguire fiduciosamente sulla stessa strada aperta da quei giovani e meno giovani che hanno scelto di combattere in diversi modi per la liberazione del nostro paese.

Nel mese di giugno 2011, l’allora presidente dell’ANPI di Novi Ligure, Franco Barella “Lupo”, pubblicò un libro che ha come titolo”…ma fu solo per un attimo.” nel quale ha raccolto testimonianze, narrato fatti, ascoltando testimoni, trascrivendo memorie di “ribelli” (allora si chiamavano così, poi fu loro cambiato nome in “partigiani”), raccontando anche qualche fatto non proprio esemplare. Quell’attimo durò quasi due anni, ma non è scomparso, è arrivato fino a noi, è l’eredità che ci è stata lasciata. Ogni generazione ha il suo “attimo di Resistenza” e guai se non fosse colto.

Oggi tocca a noi cogliere quell’attimo e viverlo facendo “resistenza” ai tanti problemi, alcuni dei quali minacciosi, che incombono sul nostro vivere civile. Guai se perdiamo quell’attimo, che vuol dire assumersi delle responsabilità per il bene comune, che vuol dire riagganciare il carro della politica e non lasciarlo andare alla deriva, che vuol dire sporcarsi le mani per togliere dal fango del qualunquismo e della superficialità quei valori per cui i “ribelli” di 71 anni fa hanno fatto riemergere dalla palude nazifascista.

Sì, cittadini di Novi Ligure, non dobbiamo dimenticare mai che la Resistenza non è finita, che la Liberazione è ancora un’opera incompiuta, perchè Resistenza e Liberazione camminano con il passo e il tempo della coscienza e della dignità di ciascuno di noi.

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