La lezione austriaca

Marco Ciani

euFa un certo effetto nel giorno in cui in Italia si festeggia la liberazione dal nazi/fascismo assistere alla vittoria della destra estrema nel primo turno delle elezioni presidenziali austriache. Non fosse altro per il fatto che i nostri vicini hanno dato i natali ad un signore di nome Adolf Hitler, nato a Braunau am Inn, nell’Alta Austria.

Tra le motivazioni che spinsero nel lontano 1989 Giovanni Malagodi, indimenticato leader del PLI del primo dopoguerra, e allora presidente dell’Internazionale Liberale ad espellere dal consesso mondiale dei liberali l’FPÖ – partito che ieri ha di gran lunga primeggiato nella competizione elettorale, e che allora era guidato da Jörg Haider, un carinziano che sul giornale regionale del partito aveva consentito la pubblicazione di un articolo in cui si negava che l’Olocausto fosse veramente avvenuto – vi fu proprio la celebrazione di un congresso nella città del führer.

Haider tentò una difesa alquanto grottesca sostenendo che era bassa stagione e gli albergatori avevano proposto delle condizioni talmente favorevoli che era impossibile rifiutarle.

Narrano le cronache che a quel punto Malagodi chiuse la discussione seccamente: “Signor Haider, se in Italia un partito decidesse di convocare il proprio congresso a Predappio, gli sarebbe poi impossibile pretendere di essere riconosciuto come forza politica antifascista. Proporrò la disaffiliazione della FPÖ all’Esecutivo dell’Internazionale Liberale”.

Nel frattempo i protagonisti della vicenda sono morti. Haider lasciò anche il partito di cui era leader per fondarne uno nuovo più confacente alle sue idee. Fin qui la rievocazione storica.

Tornando invece alla cronaca di questi giorni, non vi è chi non veda una sottile (ma nemmeno troppo) linea rossa nelle vicende piuttosto burrascose che scuotono ormai da qualche anno le elezioni nel Vecchio Continente.

Riassumendo e semplificando abbiamo il seguente panorama:

    1. paesi ingovernabili come Spagna, Irlanda, Belgio;
    2. altri dove le sirene della destra estrema si fanno sempre più potenti: la Francia di Marine Le Pen, ma anche l’Italia di Salvini, Alba Dorata in Grecia, Alternative für Deutschland di Frauke Petry in Germania, l’olandese PVV di Geert Wilders, cui si aggiunge ora l’Austria con l’FPÖ di Heinz-Christian Strache e del candidato presidente Norbert Hofer;
    3. il rafforzamento dei partiti populisti e tendenzialmente anti/sistema: Beppe Grillo in casa nostra, Syriza in Grecia, il britannico Ukip di Nigel Farage;
    4. la presenza di regimi di dubbia forma democratica, come ormai sono divenuti l’Ungheria del primo ministro Viktor Orbán e la Polonia del presidente Andrzej Duda;
    5. l’imminente e incerto referendum nel Regno Unito, che potrebbe comportare la fuoriuscita degli inglesi dall’Unione Europa, la cosiddetta “Brexit”;
    6. l’indebolimento progressivo e apparente inesorabile, in termini elettorali, dei tradizionali partiti conservatori e socialdemocratici.

Insomma, ce n’è abbastanza per capire, se mai ce ne fosse bisogno, che l’Europa, come titolava ieri il nostro maggiore quotidiano nazionale, corre un grave pericolo.

Teoricamente i mal di pancia che in questa fase stanno infiammando il continente trovano nella propaganda anti/immigrazione col relativo corollario di muri e filo spinato la loro principale ragione d’essere.

E tuttavia, seppur in parte fondata, la motivazione nazionalistico/etnica/religiosa non appare sufficiente a spiegare, da sola, le ragioni di un tale sommovimento. Anche perché, dati alla mano, l’immigrazione proveniente dall’esterno dell’Unione Europea rappresenta ancora un fenomeno relativamente modesto, sebbene nell’immaginario collettivo spesso si raffiguri come una imminente invasione.

Appare più probabile, come più volte scritto anche da questo blog, che l’insoddisfazione dei cittadini dei vari paesi europei nei confronti delle istituzioni continentali e dei partiti tradizionali sia dovuta a due cause prevalenti: la distanza, quasi siderale, tra i luoghi dove le decisioni che impattano maggiormente sulla vita delle persone vengono prese (le euro/burocrazie di Bruxelles e Francoforte) da un lato; e la carenza di un processo autenticamente democratico che quelle stesse istituzioni legittimi dall’altro. Difetti questi che sono inevitabilmente destinati ad acuirsi in una fase di crisi economica o comunque di crescita debole, se raffrontata con le altre aree del pianeta.

Se l’analisi fosse corretta, allora gli effetti degli sbarchi costituirebbero semplicemente una specie di transfert, verso un nemico facilmente identificabile e provvidenziale, anche se in senso negativo. Provvidenziale perché consente, grazie ai muri ed ai fili spinati, di ripristinare una separazione, anche fisica e dunque visibile, delle singole nazioni dal resto d’Europa; separazione che non potrebbe essere diversamente giustificata.

Il problema maggiore dunque non sta nel tentativo di bloccare l’immigrazione, ma nella ricomparsa di un nazionalismo riacutizzato, quale tentativo estremo di opporsi ad un’integrazione che finora ha percorso le strade dell’economia e della finanza, ma non quelle della politica e dell’inclusione sociale.

Se l’analisi è giusta, la risposta in avanti, e non all’indietro verso un’inquietante revival, non può che essere una: la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Per ottenere questo risultato ci vogliono però leader all’altezza, molto coraggio e la forza di procedere anche con un gruppo di testa dei paesi più forti, a cominciare dai fondatori dell’Europa unita. Sapendo che il tempo è poco.

Anche perché, la generazione che ha vissuto gli orrori della seconda guerra mondiale, la stessa che ha capito l’importanza per la pace di costituire una casa comune continentale, è per ragioni anagrafiche ormai prossima all’esaurimento.

Non c’è dunque tempo da perdere.

P.S.: a modesto parere di chi scrive, la situazione che si sta configurando dovrebbe forse suggerire, a casa nostra, qualche riflessione ulteriore sugli effetti di una bocciatura del referendum costituzionale di ottobre, con il caos inevitabile che ne seguirebbe.

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4 thoughts on “La lezione austriaca

  1. Analisi amara, che descrive una situazione presente a livello Europeo, ma anche Italiano: siamo sempre più amministrati e governati da individui nominati anziché eletti e molte Istituzioni sono state trasformate in enti di Diritto privato, a cominciare dalle banche centrali, sottraendo così il controllo dell’economia dalla totalità della popolazione, per assegnarlo ad una ristretta oligarchia, tanto a Roma, quanto a Francoforte; le stesse borse valori, che dovrebbero essere dei contenitori in cui si svolgono le attività – sulla cui liceità e dirittura, almeno dal punto di vista morale morale vi sono forti dubbi – dirette da arbitri imparziali, sono divenute Società per Azioni, a loro volta quotate. Non a caso, in quel Regno Unito che intende separarsi da un’Unione ben diversa da come l’avevano concepita Adenauer, De Gasperi e Gruber, cominciano a riaffacciarsi parole come welfare, che parevano essere state cancellate da una Prima Ministra i cui atti scellerati hanno portato gravi conseguenze in tutto il continente sul fronte del sociale.
    In Europa, ma non solo, si sente una forte esigenza di sociale, tramortito dal liberismo, ma, fortunatamente, non ancora ucciso.

  2. Caro Marco, eccellente analisi, complimenti e alta condivisione parziale. Ma, problema non indifferente degli “Stati uniti d’Europa” con l’aria ripugnante che tira su e dal continente almeno dall’estate in poi (la Grecia, i muri…) sei proprio sicuro che Syriza sia una “forza populista anti/sistema” paragonabile a Grillo e a Farage?

    • Ho seguito piuttosto bene la trattativa con l’Unione Europea a giugno dell’anno scorso, quando il governo di Atene sembrava guidato più da Varoufakīs che da Tsipras che poi, dopo il referendum, lo smentì. Oggi Syriza sembra quasi un partito moderato. Ma chi lo votò qualche tempo fa lo fece per la sua spinta populista. Credo, ma posso sbagliare, che rivotassero oggi, i greci, proprio per la moderazione di Tsipras, non darebbero più la maggioranza a Syriza

      • Quindi “populista antisistema” non è il povero Tsipras, gram’om, ma gli elettori greci tout court. Certo un po’ incazzati per i trattamenti che hanno già ricevuto debbono esserlo: e stanno per tornare a riceverne di analoghi dagli altri “stati uniti d’Europa”, anche se a rilento perché “fortunatamente” al momento troppo impegnati ad alzarsi muri uno con l’altro. Il discorso su Varoufakis sarebbe anche più lungo: certo ha sbagliato… secolo e continente! Il fatto è che, purtroppo, la questione migranti sta portando alla luce il vero volto occulto e potenziale della maggioranza silenziosa europea. Teoricamente potrei avere l’età che mi consente di dire: dopo di me il diluvio. Ma ho l’impressione che farò in tempo anch’io a bagnarmi, e di brutto…

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