25 aprile per la nazione

Il punto  Agostino Pietrasanta

RESNe da testimonianza Aldo Cazzulo: mentre presentava in un circolo di un quartiere popolare di Roma, il suo libro di testimonianze sulla Resistenza, “Possa il mio sangue servire”, si sentì apostrofare da uno dei presenti, “Basta con queste storie di suore e preti! I tedeschi li abbiamo combattuti noi comunisti”. Sarebbe surrettizia ogni facile ironia sulla sopravvivenza dei comunisti oggi (l’apostrofe faceva riferimento evidente ai comunisti ancora presenti), sarebbe surrettizia ed ingiusta, perché resta fuori discussione che i partigiani combattenti furono prevalentemente comunisti e non c’è dubbio che se l’Italia è stata liberata dalla quinta armata americana è anche vero che solo grazie alla Resistenza, l’Italia ha potuto darsi autonome e libere istituzioni democratiche nel secondo dopo/guerra.

Sarebbe surrettizio ed ingiusto. Eppure sarebbe ancora più ingiusto dare voce e consenso alla pretesa di una Resistenza di parte: voce e consenso di cui proprio la sinistra del Paese ha una responsabilità di cui non riesce a liberarsi, nonostante la fine ingloriosa (purtroppo) non solo dei partiti di sinistra, ma dei partiti semplicemente con le conseguenze disastrose di cui la democrazia sta facendo le spese.

Sarebbe ingiusto dare spazio, proprio a Roma alla pretesa di una Resistenza di parte, quando in città, durante l’occupazione tedesca nell’inverno/primavera 1943/44, ben centocinquantacinque istituti religiosi dettero rifugio a quattromila quattrocento quarantasette (4447) Ebrei, salvandoli dalla deportazione ed il seminario romano maggiore del Laterano ospitava tutto il CLN romano; e tutto questo con gravissimo rischio della vita dei responsabili delle comunità cattoliche di Roma. Era Resistenza questa attività? Era Resistenza l’attività del Delasem (Delegazione per l’assistenza degli emigranti ebrei) organizzazione di Resistenza ebraica che dal 1943, non potendo più operare direttamente, fu presa in carico dalle principali diocesi italiane? E così a Roma, un allora ben noto (anche alla polizia tedesca) padre Benedetto fece della casa provincializia dei cappuccini romani la nuova sede Delasem; ed altrettanto fecero i cardinali Boetto, Fossati e Schuster, rispettivamente a Genova, Torino e Milano. E nessuno dei tre, possiamo essere tranquilli, erano comunisti.

Era Resistenza quella dei vescovi che, stando al loro posto, mentre tutte le autorità istituzionali, scappavano dalla loro rappresentanza di una nazione allo sfacelo, andavano a trattare con le forze di occupazione per salvaguardare la popolazione civile o anche per strappare ai plotoni di esecuzione i partigiani di ogni colore e parte politica? Era Resistenza quella delle madri che, con grave rischio della vita, rifugiavano nelle loro case i fuggiaschi di ogni nazionalità, perseguiti dai nazisti e dall’esercito di occupazione tedesca? Era Resistenza o, come talora si giudica senza appello, comodo attendismo?

Sarebbe ora di recuperare questo quadro di una nazione intera che si rifiuta consapevolmente di sottomettersi senza opporre, per l’appunto Resistenza. Si tratta di un quadro che parecchie opere di militanza civile (mi basti citare “25 aprile, liberazione” del compianto Pietro Scoppola) hanno descritto con acume e precisione, ma che la cristallizzazione di parte non vuole accettare. E questo, giova ribadire, senza nulla togliere alle priorità di merito di chi ha combattuto sulle montagne. E non voglio neppure aggiungere considerazioni sulle discriminazioni colpevoli e talora cruente che sono intervenute tra le stesse forze combattenti su cui si fa tanta fatica a chiudere i conti.

Eppure per tutto questo c’è una ragione; c’è un’ombra storica che continuerà a pesare, anche negli anni futuri, se non si riuscirà a fare opportuna chiarezza. E non se ne viene a capo se non si vorrà ammettere che, nella reazione complessa alla tirannide, cui abbiamo fatto cenno, per la prima volta si fece strada un soggetto nazionale, una compattezza espressa in tante declinazioni, ma unitaria nella sua presa di coscienza popolare. E purtroppo di questa consapevolezza non c’è stato seguito nella storia della nostra democrazia. Noi non abbiamo imparato che le dialettiche politiche non possono superare e non possono pretendere aggio sulla coscienza della nazione, pena la sua sopravvivenza. Abbiamo un’unità statuale, ma non abbiamo una coscienza nazionale; abbiamo un 25 aprile, ma non abbiamo, come i Francesi, un 14 luglio. Abbiamo una data gloriosa, ma si tratta di una gloria contestata e bistrattata.

La cause di lungo periodo non possono essere richiamate in una sede così dimessa come la nostra. Una convinzione però ho maturato. Purtroppo c’è chi ha fatto la Resistenza per la libertà e la democrazia, ma c’è anche chi l’ha ridotta a lotta per una parte politica. Sia chiaro: si tratterebbe non solo di una lotta legittima, ma anche necessaria: Ad una condizione: che si riconoscano le legittime dialettiche tra parti in democratica competizione. Quando invece si delegittima l’opposizione e la pluralità degli interessi in contrasto dialettico non si costruisce la democrazia. I partiti, anche i grandi partiti della prima Repubblica (non sono solo a rimpiangerli) qui hanno mancato. La degenerazione degli ultimi anni ne costituisce una delle macroscopiche conseguenze. Privi di una fondazione essenziale alla democrazia, hanno perso anche la loro identità: solo una radicale riforma culturale può porre rimedio.

Il presupposto però sta nel riconoscere il ruolo di una consapevolezza nazionale, una consapevolezza che neppure il 25 aprile è ancora riuscito a recuperare.

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