Inculturazione e discontinuità. A proposito della esortazione post/sinodale sulla famiglia di papa Francesco.

Domenicale Agostino Pietrasanta

alResto sempre perplesso quando considero la  prontezza con cui anche commentatori che non dispongono certamente delle bozze di un documento in anticipo, riescono a parlarne diffusamente dopo pochi minuti dalla sua pubblicazione. La cosa è successa anche con la “Amoris Laetitia”, esortazione apostolica post/sinodale sulla famiglia, a firma di papa Francesco; documento che si protrae per nove lunghi capitoli e trecentoventicinque (325) nutriti paragrafi. E tuttavia percorrendolo, non senza qualche fatica, mi viene il dubbio che, almeno alcuni,  ne abbiano parlato senza averlo letto, al punto che su di un argomento che ha sempre scatenato le ire della pubblicistica sulla posizione della Chiesa, la contraccezione, nessuno sembra essersi è accorto, ad esempio, che al paragrafo 222, Francesco si limita a richiamare il pensiero di Paolo VI nella “Humanae vitae” sul ricorso al rispetto dei ritmi naturali della fecondità. Tanto per citare.

Ciò posto non c’è dubbio che ci troviamo in presenza di una indiscussa discontinuità nel magistero con rilevanti ricadute pastorali. Talora la discontinuità si rileva nella organica conclusione di un processo nella dottrina; altra volta di un salto vero e proprio rispetto ad una tradizione sempre ribadita e confermata.

Procederò su tre livelli di sintesi, scusandomi col lettore se, inevitabilmente, la mia nota settimanale risulterà un po’ più lunga del solito.

Il primo livello, la inculturazione della fede e dell’evangelizzazione. Dice Francesco, “…non tutte le discussioni dottrinali, morali e pastorali devono essere risolte con intervento del Magistero…Inoltre in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni ed alle sfide locali…”, per cui”…ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato per essere osservato e applicato”. (prf. 3)

Cade definitivamente l’assioma “Roma locuta, causa finita”: siamo però di fronte ad una discontinuità legata ad un lungo processo di preparazione. L’inculturazione del Vangelo ha una sua storia e limitandoci all’età contemporanea sarà da richiamare almeno lo sforzo di Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa) ed il suo tentativo di liberare gli interventi di evangelizzazione dei popoli da quelli della loro colonizzazione e la perspicacia di Paolo VI nella individuazione dei contenuti positivi, sia pure parziali di qualsivoglia cultura. In Francesco però la conclusione è radicale: non si tratta di individuare il positivo delle culture laiche, ma di scegliere la via delle diverse culture come mezzo di diffusione del Vangelo. Cosa tanto più rilevante dopo la lucida, quanto discutibile proposta di Benedetto XVI (Ratzinger) di privilegiare, persino in esclusiva, le culture dell’ellenismo.

Gli altri due livelli sembrano marcare una rottura radicale nella tradizione. Punto centrale dell’esortazione è costituito da un vero e proprio inno alla vocazione familiare ed all’amore nella sua espressione sponsale. L’argomentazione si protrae per diversi capitoli e si esprime per diversi punti di vista, ma la vera novità sta nella progetto vocazionale della famiglia fondato sul testo paolino. Per la verità dal Concilio in poi si è ripetutamente richiamato il principio della vocazione al matrimonio, ma qui si afferma che il matrimonio costituisce il segno dell’incarnazione della divinità nella natura. Certo la fonte resta il testo sacro, Paolo in particolare, ma la ricaduta dottrinale porta ad escludere ogni privilegio, sempre sostenuto, della vocazione sacerdotale. Il Vangelo è sempre lo stesso, ma (papa Giovanni) siamo noi che lo comprendiamo nella concretezza delle situazioni storiche. Speriamo che se ne accorga anche la pastorale ordinaria e che non si abbia più a sentire che chi sceglie la vocazione sacerdotale, sceglie la parte migliore.

E veniamo al terzo ed ultimo livello, quello che ha provocato curiosità e dibattito ben al di fuori della Chiesa cattolica e delle stesse Chiese cristiane. Si tratta del livello della crisi della famiglia e delle condizioni di precarietà, non ultima la condizione degli sposati risposati. Il documento ritorna ripetutamente sulla questione. Intanto c’è una constatazione di premessa (prf. 243). “Ai divorziati  che vivono una nuova unione, è importante far sentire che sono parte della Chiesa, che non sono scomunicati, né sono trattati come tali, perché formano sempre la comunione ecclesiale…prendersi cura di loro non è per la comunità cristiana un indebolimento della sua fede e della sua testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale, anzi essa esprime proprio in questa cura la sua carità”.

Il documento però ve ben oltre; dopo aver valutato le situazioni concrete del rapporto affettivo, senza escludere la condizione omosessuale, si sostiene la rilevanza del giudizio di coscienza, anche nel determinare la dottrina dell’inclusione contro quella delle discriminazione e dello scarto. “A partire dal riconoscimento del peso dei condizionamenti concreti, possiamo dichiarare che la coscienza delle persone dev’essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa anche in alcune situazioni che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio…questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo…e può scoprire con una certa sicurezza morale (sicurezza morale!) che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta del limiti, benché non sia l’ideale oggettivo”. Altro che interruzione del rapporti intimi come dato di oggettiva condizione di corretto comportamento! (prf. 303). Ed ancora. “E’ vero che le norme generali presentano un bene che non deve mai essere disatteso, né trascurato, ma nella sua formulazione non possono assolutamente abbracciare tutte le situazioni particolari” (prf. 304). Peraltro, “…non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta irregolare vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante…”. Può succedere a qualcuno (o molti?), anche ben consapevoli della loro situazione “irregolare”, di trovarsi in condizioni concrete che non permettono di vivere diversamente. (prf. 301). Altro che piena avvertenza e deliberato consenso dettato dalle norme del catechismo.

Siamo di fronte ad autentiche novità, siamo di fronte ad un invito, quello del discernimento delle situazioni concrete, tanto da richiamare il ruolo della Chiesa locale e del suo Pastore. C’è sul serio da chiedersi cosa ne verrà sul piani pastorale.

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