Al di là della società liquida: nuove e vecchie sfide

Mauro Fornaro

Epoca di crollo delle grandi ideologie politiche, di svuotamento delle chiese, di relativismo quando non di scetticismo su ogni valore ritenuto oggettivo; epoca di ripiegamenti narcisistici, di centratura sul consumo privato e sullo status symbol che dia prestigio: nessun ideale o aspirazione che vada oltre il benessere e il successo individuali. Ecco i tratti essenziali dell’odierna “società liquida”, egregiamente dipinti da Zygmunt Bauman, l’eminente sociologo polacco uscito dalle granitiche certezze dei Paesi del socialismo reale. Alle quali faceva fronte, come ovvio contraltare, un’altrettanto granitica Chiesa cattolica, quella che ha espresso in papa Wojtila un novello Leone I (quello che fermò, dice la tradizione, gli Unni di Attila). Poi anche la società polacca, caduto il muro di Berlino, ha preso le pieghe dell’individualismo consumistico, cifra dell’Occidente tardo capitalista, che sia l’ex marxista sia i vescovi polacchi denunciano da qualche decennio in qua.

Certo fanno coro a questo assetto sociale i “maestri” del pensiero post-moderno: la nostrana “filosofia debole” (o meglio la debolezza della filosofia così concepita) che riduce la verità alla indefinita proliferazione di “interpretazioni” della realtà; il decostruzionismo che, nuova sofistica, riduce la realtà al linguaggio con cui si parla della realtà; il costruzionismo sociologico, che riduce scienza e valori a contingenti convenzioni storico-culturali (la stessa distinzione tra natura e cultura sarebbe mero fatto culturale, quindi la natura esisterebbe solo come artefatto di cultura). Ma il giusto attacco di questi “maestri” a verità iscritte in un ordine naturale astorico e immutabile, o ritenute dogmaticamente certe, che hanno anche provocato fanatismi e disastri, non toglie che la ricerca della verità unica e di valori che valgano per tutti sia pur sempre un ideale regolativo della ragione, la stella polare a cui tendere. Lo insegna la scienza stessa, che fallibile e soggetta alla cultura del tempo fin che si vuole, mira però alla realtà oggettiva e dunque alla verità. (Nessun serio scienziato della natura pensa che quanto scopre sia un mero gioco linguistico, destinato a tramontare in altra cultura e società).

Cionondimeno, una minoranza di giovani, infima al momento, sta suonando un campanello d’allarme, sintomo di aspirazioni che collidono frontalmente con la società liquida e col correlato pensiero post-moderno: il bisogno di assoluti in cui confidare, di motivazioni forti per cui vivere e morire. Come un fiume carsico sono aspirazioni neo-romantiche che tornano ricorrentemente proprio laddove sembrano definitivamente superate: scaldano il cuore prima del cervello, chiamano all’eroismo delle grandi imprese. Ma forte è l’ambiguità. Da sempre i giovani, più che le persone in età, sognano la palingenesi di un mondo purificato da ogni male, immemori però, per ignoranza i primi per colpa i secondi, dei disastri cui hanno portato gli annunciatori di società perfette e di verità assolute – verità di Fede, ma anche di Ragione, da Robespierre al materialismo di Stato. Se Dio non c’è, scriveva Dostoevskij dei nichilisti del suo tempo, tutto è possibile; ma anche se Dio c’è tutto è possibile: non si contano nelle religioni gli stermini perpetrati in nome di Dio grande (dimentichi che è anche “misericordioso”, il secondo nome di Dio nella stessa professione coranica). Ebbene, a fronte di tanto equivoca domanda di assoluto che cosa è in grado di rispondere una società liquida, se ridicolizza ogni idealità forte, religiosa o civile che sia, e se nulla ha di valori solidamente radicati?

Come interpretare l’accorrere di giovani e giovanissimi europei, a migliaia, nelle file dell’Isis? Certo altre motivazioni vi concorrono, a volte più incisive che non i suddetti bisogni; ma non tutto è spiegabile in termini di reazione all’emarginazione sociale, di rivalsa identitaria del gruppo di appartenenza, o di rivolta generazionale all’ordine costituito, il tutto poi sublimato all’insegna di una grande causa. In effetti non pochi giovani islamici provengono da famiglie abbastanza inserite quando non abbienti, qualcuno poi non è neppure di ascendenza islamica. Non ha allora tutti i torti Olivier Roy, islamista dell’Istituto universitario europeo di Firenze, a ritenere che siamo in presenza non tanto di una radicalizzazione dell’islam, quanto piuttosto di una islamizzazione del radicalismo di giovani che, per altro scarsamente ossequienti alla sharia (la quale tra l’altro vieta il suicidio), non trovano niente di meglio al presente sul “mercato” delle ideologie. In ogni caso, in mancanza di una collusione con le intime aspirazioni pur condivise coi coetanei, né le seduzioni dei cattivi maestri nelle moschee, né le promesse danarose dei finanziatori wahhabiti, né gli esilaranti messaggi propagandistici sul web sono sufficienti a spingere alla gloriosa morte da martire, il sorriso sul volto: “Si vive come leoni, si muore come leoni”, proclamava il sito jahdista Ansar el-Gouraba, cui faceva eco il giovane convertito di Tolosa, Abou Mariam, 24 anni, “La sola cosa che ci manca per raggiungere il paradiso è la morte” (Dans la tête d’un kamikaze, “Le Monde”, 7 gennaio ’16). E, guarda caso, proprio la paura della morte, a differenza di chi accetta il martirio come ragione di vita, è il tallone d’Achille dell’uomo della società liquida, che col suo “narcisismo fragile” ed individualistico non vede nulla al di là della propria esistenza.

Altro campanello d’allarme per l’Occidente “liquido” è il fenomeno di europei e di italiani autoctoni, giovani e meno giovani, postisi alla sequela del Profeta, provenendo da famiglie “normali”, tiepidamente cattoliche o indifferenti: pur condannando il jahad armato, cambiano nome, abitudini di vita, sopportano l’ostracismo dell’ambiente di provenienza. “La Stampa” di Torino riportava in un numero del gennaio scorso illuminanti interviste a questi occidentali convertiti, e per alcuni che hanno il coraggio di dichiararsi, non sappiamo quanti altri si convertano nel riserbo. Come per ogni neofita l’adesione è profonda, il rispetto delle norme integrale: per lo più optano per un approccio letteralista al Corano e alla sharia, in barba all’ermeneuticismo collusivo con la cultura occidentale dello sparuto gruppo di teologi musulmani “modernisti” (déja vu tra i cattolici tra Otto e Novecento) e pertanto traditori della parola sacra e immutabile del testo sacro…. già, bisogno di certezze assolute. Più ancora colpisce – ma non troppo, se sappiamo scavare nella psicologia del profondo superando luoghi comuni sulla parità di genere – la convinta adesione di donne, che trascinano anche il compagno, e neppure disdegnano il burka, nonostante quanto si sappia sulla condizione della donna nei Paesi musulmani. (Tra parentesi, se è comprensibile l’aspirazione ad una forte fede religiosa, si pone un inquietante interrogativo per la gerarchia cattolica: perché questi occidentali non accedono alla multiforme tradizione cristiana, che presenta pure pratiche di religiosità assai radicale, per non dire integraliste: ce ne è per tutti i gusti?).

Si può obiettare che si tratta di minoranze senza significato quantitativo, né qualitativo: conversioni individuali sempre ci sono state alle più diverse religioni, e se trent’anni or sono fece un certo rumore quella all’islam dell’ambasciatore Mario Scialoja, lo fu per la carica che ricopriva; ma nel contesto attuale di latente conflittualità con l’islam, non si può dire che le conversioni all’islam non abbiano alcun significato qualitativo. L’uomo scettico della società liquida avrebbe ancora da giocare una carta tranquillizzante, osservando che dopo tutto il grosso della domanda religiosa viene da immigrati musulmani non fondamentalisti, comprensibilmente portati a mantenere o riscoprire identità e radici etniche: come dire, sono fatti loro, senza ripercussioni di rilievo tra di noi. Ma non è così: quanto più l’identità forte da parte di un gruppo fa rumore – è quasi legge sociologica – tanto più suscita per reazione prima o poi una simmetrica e opposta identità forte in altro gruppo.

Si evincono questi fenomeni di azione e reazione da una ricerca dell’autorevole CNRS francese (riportata sulla rivista “L’OBS” del 4 febbraio ’16 nell’inserto L’école defiée par la religion, la scuola sfidata dalla religione): se nel marsigliese e in quartieri periferici delle maggiori città le minoranze islamiche sono divenute consistenti, la Francia anticipa ciò che potrà accadere anche da noi. Ebbene nella laica Francia, che rifiuta ogni simbolo confessionale nei luoghi pubblici, si scopre che la stragrande maggioranza (il 90%) degli studenti musulmani delle secondarie, pari al 25% del totale degli studenti, si dichiara fiero della propria religione, e in caso di conflitto tra le prescrizioni dell’islam e qualche legge dello Stato il 70% di questi giovani non esiterebbe a privilegiare l’islam. Di contro, il 30% degli studenti si dichiara cattolico, la metà dei quali ne va convintamente fiera: sono numeri alti per una Francia già dichiarata dalle autorità cattoliche “Pays de mission”; sorprende ancora di più che pure il 34% dei giovani che si dichiarano cattolici, a fronte di un eventuale contrasto con la legge, al pari dei musulmani non esiterebbe a optare per i propri principi religiosi.

Ulteriore campanello d’allarme, dunque, in quanto i suddetti fenomeni significano sia inattesi revival religiosi, sia la messa in discussione di valori maturati col tempo nell’Occidente moderno e post-moderno. Infatti, accomunando trasversalmente cristiani, musulmani e pure ebrei, questi giovani tradizionalisti nei valori che professano sembrano attaccare, a ben vedere, oltre alla laicità dell’età moderna, le “conquiste” già post-moderne degli anni Sessanta e oltre, quali la libertà sessuale, l’aborto, il femminismo, i diritti degli omosessuali (“conquiste” che per altro rappresentano ulteriori segni di società liquida, nella misura in cui scadono in forme di consumismo sessuale).

Dove dunque va la laica Francia? Così si interroga nel menzionato inserto una preoccupata ministra dell’educazione, Najat Vallaud-Belkacem di origine magrebina, che riconoscendo un’insospettata questione religiosa nelle scuole, invoca un potenziamento dei programmi volti a sostenere tra i giovani la laicità dello Stato. Certo, la laicità non è di per sé equivalente a società liquida, laddove essa proclama, come nella fattispecie francese, gli immortali valori del 1789. Ma pie illusioni restano i programmi della ministra, se non si intercettano né ci si fa carico dei bisogni di certezze, di valori “forti”, dei bisogni identitari di quegli adolescenti e se ad un tempo non si sa elaborarli e canalizzarli sulla via della comprensione e del rispetto per fedi e valori altrui. Ma in che modo? Si tratta di un difficile ma non impossibile cammino che passa per un’inevitabile strettoia: da una parte, il riconoscimento della rilevanza di valori anche non previsti dalla moderna laicità – e tanto meno previsti dal laicismo per quanto riguarda i valori religiosi – , dall’altra parte, l’esercizio dell’intelligenza critica e autocritica, unita al rispetto verso chi pratica altre convinzioni: nessuno è detentore della Verità ultima. Del resto non è lo stesso papa Francesco, in ciò convintamente applaudito dal laico giornalista Scalfari, ad insistere nel dire che se Dio è uno per tutti, diversi ne sono i nomi e le vie che a lui portano?

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2 thoughts on “Al di là della società liquida: nuove e vecchie sfide

  1. merita un approfondimento, perchè il rischio per l’Italia e per l’Europa è davvero quello di una perdità di laicità (non laicismo). Le conquiste dell’ultimo secolo possono andare in fumo, se le nuove generazioni rispondono (sul piano civile, storico) alla loro religione anzichè alla Costituzione. Un conto era il discorso in un contesto di cultura “occidentale” dove il contrasto poteva essere tra intransigeza clericale e laicismo radicale; dove lo Stato voleva imporsi ai corpi intermedi e alla Società Civile, ma ci si vestiva, si mangiava, si lavorava, si faceva festa, ecc. tutti allo stesso modo e nelle stesse giornate. Mentre ora il rischio è che di fronte ai diritti delle donne, al pluralismo, alla libertà di pensiero, al rispetto delle minoranze, ecc. chi ha una visione/cultura intransigente e fondamentalista la voglia imporre a tutti: in democrazia se hai i numeri voti le leggi che vuoi. Perciò, nel caso specifico, si passerebbe da una società che accoglie e cerca di integrare il “diverso” e di consentirgli spazi (addirittura il non urtarne la sensibilità,per cui si tolgono ovunque i simboli religiosi; o non si servono nelle scuole cibi o non si fanno recite che si ritiene scalfiscano la sensibilità di chi arriva da altre culture e fedi) ad una società che impone le scelte cultural/religiose della maggioranza del momento: fra qualche lustro non è escluso che quegli studenti musulmani orgogliosi della propria religione di cui parla l’articolo non siano una forte minoranza, la più numerosa, a cui sarebbe difficile opporre diniego a richieste particolarmente significative sul piano della vita sociale. Per questo ritengo che alcuni valori democratici della nostra Costituzione siano “bloccati”, immodificabili neanche con la procedura costituzionale prevista oggi. Questo vale anche per i valori condivisi a livello europeo. In fondo la mancanza di questa blindatura non è ciò che oggi crea problema rispetto ai muri delle nazioni orientali?

    • Si profila solo la seguente alternativa di fronte al problema posto dal lettore:
      1) la soluzione avanzata nel ‘600 al tempo delle guerre di religione tra cattolici e protestanti: cuius regio, eius religio (=seguire la religione del principe del luogo)
      2) la soluzione illuminista e poi del nostro Cavour: libera Chiesa in libero Stato.
      Perché non prevalga la prima occorre che l’Islam non integralista prevalga da noi, reinterpretando passi della Sharia, che vanno in senso diverso. E’ l’islam che anche il credente cristiano oltre che il laico deve cercare di capire a fondo, di incoraggiare e con cui allearsi.

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