Referendum sulle trivelle: informarsi e partecipare

Andrea Zoanni

triScrivo mentre inizio il viaggio verso Roma presso la Sede Nazionale Antimafia, per essere ricevuto dal Procuratore Franco Roberti come Progetto San Francesco dopo l’intercettazione ambientale di esponenti della ‘ndrangheta locale che volevano far saltare in aria il bene confiscato nostra sede sociale, insieme ad alcuni studenti delle scuole superiori comasche già nella capitale per una tre giorni istituzionale.

Due sono le motivazioni di queste righe, una sta in ciò che desidero comunicare, l’altra è la visione delle prime pagine dei quotidiani con l’invito della Consulta al voto referendario e l’annuncio del Presidente Mattarella che andrà ai seggi. Per un attimo mi domando dove stia la notizia, poi rammento di essere in Italia, dove cambia il colore del Governo ma non i modi di gestire e interpretare la cosa pubblica e i messaggi alla nazione.

Sarà, a me hanno insegnato che il voto è un dovere prima di essere un diritto e la mia interpretazione non è stata una accettazione supina di tale affermazione, ho tratto da essa un comportamento che coniugasse il più possibile informazione e partecipazione, ovvero la possibilità di approfondire una questione e dare il mio contributo da cittadino comune, pur piccolo e semplice che sia, con il mio lavoro, le mie passioni e i pochi mezzi a disposizione.

Così facendo, è possibile applicare il virtuoso combinato disposto tra l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità, cosa tutt’altro che impossibile. Certamente implica una coerenza comportamentale, ma ciò emerge quando sono possibili e si ricercano “…un insieme di gesti quotidiani capaci di opporsi alla degenerazione delle condizioni sia economiche sia ambientali di questa epoca, senza assolutismi, senza fanatismi, senza sospette passioni viscerali. E’ l’incredibile ricchezza di cui disponiamo e che nessuno ci può rubare.) (Luigi Zoja)

Si tratta di mettere in campo quella irrevocabile distanza critica che ci deve separare anche dalle cose che facciamo e amiamo. Questa distanza, non distacco, si colma con la responsabilità dei singoli: libertà è responsabilità. Il mondo va oltre la nostra esistenza personale e oltre i nostri luoghi vissuti, avere uno sguardo circoscritto ad essi è limitante ma è il primo terreno sul quale dobbiamo operare.

Ai più potrebbe sembrare una utopia minimalista e magari lo è, in un mondo più desiderabile senza eroi; ma se così fosse (non mi pongo la questione) è totalmente differente dalle utopie massimaliste del secolo scorso che aderivano a soluzioni radicali, nate dopo la rivoluzione di ottobre. Hanno avuto idee generose, che molto spesso nella sostanza hanno portato ad orrori peggiori dei mali che volevano combattere.

Ora, passando di secolo e di millennio pensiamo di fare a meno delle utopie, cioè del desiderio di cercare una società migliore nella quale viviamo, forse illudendosi, talvolta anche sbagliando. Forse non è la soluzione ad hoc. Il problema degli errori delle utopie andrebbe risolto mettendo da parte gli errori e non le utopie, aggiornando le stesse.

Si potrebbe obiettare che ciò sia impossibile stante la natura dell’utopia; io credo di no, soprattutto quando ci sentiamo responsabilmente chiamati in causa e disposti anche a rinunciare a qualcosa. Il cambiamento implica una sostituzione, non una aggiunta, la domanda è sempre la stessa: cosa vogliamo perdere, per migliorare?

Riflettendo su questioni di vita vissuta mi sono reso conto che molte sono le persone conosciute intellettualmente capaci. Però fanno cose stupide, non perché le cose che fanno siano stupide in sé, ma perché non sono state pensate da loro e non rispondono quindi ai loro bisogni, al loro modo di essere, essendo solo ripetizioni di atteggiamenti collettivi. La cosa che più mi colpisce è che la generazione appena prima della mia ha probabilmente esagerato nel volere cambiamenti rapidi e radicali della società.

(Questa affermazione la rivedo anche nella odierna situazione mondiale, incamminata verso una frattura esistenziale e una chiusura oltre il confine fisico. L’accelerazione imposta successivamente al crollo del muro di Berlino ha modificato anche la vita della massaia. Non tutto però è stato approntato al meglio, avendolo calato dall’alto, anche perché esistono sempre interessi diversi.

Mi si consenta un paragone irriverente. Oggi la Chiesa scopre il discernimento delle oblazioni, ovvero non tutta l’elemosina va accettata perché compromettente. Anche il mondo secolare non ha sufficientemente valutato se certi paradigmi fossero cosa buona e giusta, o se fosse lecita la sorgente di certi redditi: li ha fatti propri a prescindere.)

E’ però interessante notare che l’estremismo degli anni settanta che io ho vissuto da adolescente diceva di abbattere il sistema (si abbatte, non si cambia) quando nella realtà in tutta l’Europa occidentale si stava verificando e realizzando il periodo di maggiore giustizia sociale della storia, la differenza tra i redditi continuava a diminuire, si costituivano servizi sociali per aiutare le persone più bisognose, maggior tempo era possibile dedicarlo allo svago e al riposo, la vita stessa si stava allungando sempre più.

Dagli anni ’80 questa tendenza si inverte e, per esempio, le differenze tra la distribuzione della ricchezza non fanno che aumentare. Questa forbice si allarga, il resto va a ruota. Dopo la caduta del muro il fenomeno accelera in misura ancora maggiore, il campo è libero perché unico è il concorrente.

Già Cesare Beccaria negli “Elementi di economia pubblica” critica la diseguale distribuzione della ricchezza, affermando che una minor concentrazione di ricchezza fa progredire la società.

Va da sé che in questa situazione i movimenti si spengono e le proteste più rumorose oggi non si vedono più: come mai? Non facciamo che andare verso una maggiore ingiustizia sociale (nessuno si illuda, questo è) e nessuno dice più che il sistema deve essere abbattuto!

Penso che le risposte siano molteplici e di certo i miei limiti non riescono ad individuare le maggiori. Volendo ricercare una risposta artistica consiglio su Youtube l’ascolto e la visione di Giorgio Gaber nella canzone “I borghesi”.

Però a ben vedere, “noi occidente” non vediamo più l’essenziale, circondati come siamo da un eccesso di immagini. Di questa cecità non siamo consapevoli, abbiamo solo un vago senso di spaesamento indecifrabile. Si parte dall’uomo, dalle sue menzogne, dalle sue interpretazioni caricaturali che circolano senza sosta. L’uomo in relazione allo sguardo, allo stupore, all’invidia, all’abitare, alla ricchezza, al denaro, all’interesse, al proprio ego.

La politica dovrebbe vivere sulle virtù, invece è l’inganno il suo strumento di propaganda e la menzogna è usata per raggiungere lo scopo prefissato. Ad inganno e menzogna aggiungo insulto ed offesa personale, quando non si hanno argomenti diversi, quando non costringi l’avversario politico a dire “non condivido la tua analisi e le tue proposte ma ti rendo il merito di un ragionamento compiuto”.

“Umani non ci si improvvisa, e nella lotta politica italiana ciò che più dolorosamente sorprende è appunto la mancanza dell’uomo; non dell’uomo grande, di cui non vogliamo neanche sentir parlare, ma dell’uomo reale, col suo modesto, insostituibile corredo di qualità morali (…)” (don Primo Mazzolari, Interstizi 6)

Oggi è tutto diverso, gli oggetti invecchiano precocemente, solo i propulsori delle nostre automobili hanno ancora la concezione meccanica e termodinamica della mitica Ford T, con lo stesso carburante, a riprova di chi davvero impone a livello globale. Quando mia figlia vide per la prima volta la rotella del telefono del nonno gli disse come faceva a schiacciare i numeri; a me chiese di mettere la musica del CD grande, altro non era che un LP in vinile.

Oggi è davvero tutto diverso, i legami di un tempo sono stati sostituiti dalle connessioni e mentre i primi richiedono impegno, connettere o disconnettere è un gioco da ragazzi. Si è cittadini del mondo in apparenza, nella sostanza dopo la morte di Dio (Nietzsche) si rischia anche “La morte del Prossimo” (Luigi Zoja).

Puoi avere centinaia di amici muovendo un dito, altrettanto per perderli: invece farsi degli amici offline è più complicato. Maggiore è la quantità, minore è la qualità, perché non c’è conoscenza e se c’è è virtuale. Inoltre questa facilità nell’avere o togliere amici è scambiata per libertà, invece c’è perdita di sicurezza e quando si affrontano le cose reali si tentenna. Ha paura l’uomo che non conosce.

Le nuove generazioni? Anche la mia generazione in parte, quelle prima della mia nella quasi totalità, hanno rubato a loro il futuro. Cito ancora Gaber e la sua “La mia generazione ha perso”, però quella Live tratta da una trasmissione con Adriano Celentano.

E’ una questione di reddito e di ambiente, di peggiore prospettiva globale certa. Ecco perché non dobbiamo dare consigli: da quale pulpito potremmo avere questo diritto? Al massimo potremmo suggerire, partendo dai nostri errori se li abbiamo compresi. Ma non è detto che lo sia, ho la sensazione che chi è nato o ha perseguito un sistema abbia sempre il desiderio di avere un “Uomo Del Monte che dica sì” per lui.

I giovani invece colgano l’ananas quando loro decidono se è maturo, avendolo coltivato di persona. Per mio conto non è mai troppo tardi, soprattutto per chi ha la gioventù dalla parte sua. Abbattano il conformismo di questa epoca delle passioni tristi, vivano come meglio credono nel rispetto altrui e della collettività, coltivino modi virtuosi ed efficaci per non rimanere passivi alla finestra: il tempo gioca a loro favore.

Mi sono reso conto di non aver parlato dell’argomento intitolato. Che vada al seggio è palese, lascio a voi pensare quale potrebbe essere il voto di chi da tempo ha scelto per la vita energie alternative alle fonti minerali, senza fanatismi, nella convinzione che ognuno di noi può davvero fare qualcosa di positivo. Tesi già più volte sostenuta anche su Appunti, che ringrazio.

E siccome alle fotocopie preferisco gli originali, in tutti i campi e in ogni senso, tra le tante cose lette ho scelto quanto è stato pubblicato su Aggiornamenti Sociali di questo mese, a firma di Chiara Tintori. Vorrei lasciarne il link, ha poco senso fare altro.

Da una attenta lettura, dai dati snocciolati, dalle prospettive in gioco, dagli impegni appena sottoscritti, dai contesti reali indicati nell’articolo si coglie quanto sia fuorviante sostenere l’antitesi (dato l’oggetto del contendere di codesto referendum) tra il privilegiare (da una parte) dati di pulizia ambientale su tutto il resto, oppure (dall’altra parte) tenere almeno altrettanto conto delle esigenze dello sviluppo di un Paese già abbastanza in crisi economica per conto suo, nonché povero di materie prime.

In questa ricerca mi sostiene una “fede cristiana che invita a non smettere mai di fare domande e cercare di capire, e che mi esorta a pensare con la mia testa, per essere chiamato a difendere e promuovere, senza alcuna presunzione né pretesa di monopolio della verità, la dignità della ragione e la splendida avventura del suo esercizio libero e coerente in un mondo sempre più abitato da un popolo di frenetici, informatissimi idioti.” 

Prendo in prestito dal mio Vescovo queste parole, regalatemi sabato scorso, ma aggiungo che l’espressione “idioti” non va intesa come un insulto, ma semplicemente è la condizione di chi chiuso in se stesso non relaziona con la realtà, perde i contatti, non vuole entrare in relazione con altri.

Anticipo nulla, se non che Chiara Tintori pone l’attenzione sul conflitto tra Stato e Regioni emerso nell’iter che ha portato alla consultazione del 17 aprile, sulla necessità di un chiaro dibattito pubblico con dati oggettivi che dia ai cittadini le informazioni necessarie per partecipare, sul quesito del futuro energetico del nostro Paese entrando nel merito della scelta da effettuare.

Quest’ultimo punto, aggiungo io, tra l’etica della convinzione (un paese in crisi economica dalle materie prime limitate) e l’etica della responsabilità (il pianeta ormai deteriorato e le intese tardive parigine sottoscritte).

De resto Croazia e Francia hanno deciso di invertire la tendenza da subito e in Olanda è partito l’iter che li porterà in un decennio al divieto di acquisti di auto a combustione.

Per chi desiderasse, buona lettura.

http://www.aggiornamentisociali.it/easyne2/LYT.aspx?Code=AGSO&IDLYT=769&ST=SQL&SQL=ID_Documento=14241

E siccome non c’è il due senza il tre, se vogliamo sorridere un poco invito alla terza di Gaber con la sua “Le elezioni”.

Buona visione e buon voto.

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2 thoughts on “Referendum sulle trivelle: informarsi e partecipare

  1. Complimenti vivissimi per un articolo che molti dovrebbero leggere prima di accomodarsi sugli scranni istituzionali. Io stesso, avendo vissuto gli anni Settanta del secolo scorso da allievo della scuola dell’obbligo, terminata nel 1980, ricordo ben chiaramente un’indicazione riportata dal sussidiario adottato nelle Scuole Elementari, in cui si riportava come la vita media, in circa mezzo secolo fosse passata da cinquanta a circa settant’anni. Era anche l’epoca nella quale le Istituzioni facevano qualcosa in maniera attiva per modificare i comportamenti dei Cittadini, come, ad esempio, successe in occasione del divieto di circolazione domenicale per gli autoveicoli privati, eccezion fatta per quelli dei lavoratori impegnati in servizio, nell’inverno 1973 / 1974; in allora, nessuno pensava né a trasformare le testate radiotelevisive in programmi di pubblicità interrotti da spezzoni di spettacolo, né, tanto meno, a trasformare gli Enti pubblici deputati a prestare servizi essenziali in Enti di Diritto privato, arrivando financo a privatizzarli, accrescendo così quelle disuguaglianze ben descritte nel testo.
    Ad majora!

  2. Pingback: L’altro rivela chi siamo | Appunti Alessandrini

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