Il Giubileo è anche per i politici, soprattutto quelli credenti!

Carlo Baviera

giuE’ tempo di Giubileo. Dopo l’apertura delle varie Porte Sante, tutti concentrati sugli eventi che si svolgono a Roma o con la presenza del Papa. Oppure alle iniziative che si susseguono nelle Diocesi. E sui pellegrinaggi, e su luoghi e monumenti e Chiese da visitare: perché non è venuta meno l’attenzione rispetto alle minacce terroristiche e quindi del grado di allerta di questure, polizia, servizi segreti.

Ogni Diocesi, ogni categoria sociale o Associazione, sta organizzando il proprio pellegrinaggio a Roma; anche se Papa Francesco ha tenuto a ricordare che tanti sono i luoghi e le porte che possono essere attraversate come segno di pentimento e conversione: anche la porta di una cella. Ciò che conta è il pentimento, la richiesta di perdono, la convinzione che il Padre misericordioso è sempre disponibile ad accoglierci.

Ho provato a scorrere l’elenco dei grandi raduni previsti in questi mesi di “Anno santo”, ma non ne ho scorto uno dedicato ai politici; mi scuso per l’eventuale svista. Al di là della giornata o dell’occasione specifica per la classe politica nazionale (nella mia Diocesi la si è celebrata giovedì scorso, 7 aprile), mi sono chiesto come potrebbe essere accolto e vissuto l’anno giubilare da parte dei politici, in particolare da coloro che si proclamano credenti e “rappresentanti” di una cultura che fa riferimento al cattolicesimo sociale popolare democratico.

Penso che per tutti la cosa importante sia l’abbassare i toni, e  il rinunciare alla categoria del nemico. Riavvolgere il nastro degli ultimi 25 anni e salvare, della 2^ Repubblica, solo  l’idea di mettere fine “all’inciucio”, alle pratiche compromissorie, allo scadimento della politica in spartizione e annacquamento delle differenze per incidere tutti (maggioranza e minoranza) sugli indirizzi e suddividersi fatte di potere anziché operare il confronto e il compromesso positivo. E, viste le polemiche di questi giorni, anche essere più trasparenti e attenti agli interessi degli affaristi.  Il resto dei 25 anni è stato, a mio avviso, solo perdita di tempo senza creare strumenti validi che permettano al cittadino di partecipare alla vita pubblica; ha eliminato le occasioni di formazione politica, che garantiva un minimo di ricambio e di competenza; ha eccessivamente estremizzato le differenze valoriali, ma reso incomprensibili quelle programmatiche; ha spaccato in due il Paese attorno a leader e non a progetti a idee di società a classi dirigenti, e ostacolato la società civile che si voleva valorizzare; ha “sdoganato” e portato al Governo nel peggior modo una cultura non costituzionale, creando i presupposti per crescere una generazione ormai distante dai valori resistenziali, dalle basi solidariste, personaliste, antimilitariste, comunitarie ma non campaniliste, orientate alla pace e alle alleanze internazionali della Carta Costituzionale (non guardiamo solo alle intemperanze, alle violenze, alle aggressioni sessuali di gruppi immigrati, ma alle facili esibizioni muscolari o alle volgari violenze sessuali di branco cui ci hanno dato dimostrazione studenti e giovani adulti italiani; e ai troppi disponibili ad andare a sparare in territori in cui ci sono azioni di guerra, e questo non solo per cristiano spirito di amore verso gli oppressi).

Mi tornano in mente le parole sagge di Chiara Lubich sull’importanza della fraternità: la terza intuizione della rivoluzione illuminista, che è rimasta al palo, rispetto a libertà ed uguaglianza: “La fraternità è il piano di Dio sull’intera umanità chiamata ad essere una sola famiglia. [..] La fraternità è vocazione di tutti e non può, quindi, non esserlo per i politici. [..] Ma come vivere la fraternità? E in quali modi essa aiuta la politica ad assolvere pienamente i propri compiti? [..] Se la scelta dell’impegno  politico è un atto d’amore con il quale si risponde ad una vocazione, anche l’altro, l’avversario politico, può aver compiuto la propria scelta per amore: e questo esige di rispettarlo, di comprendere l’essenza del suo impegno, andando al di là dei modi, non sempre privi di animosità, con cui lo vive. [..] Fraternità è non rimanere passivi davanti ai conflitti, al contrario è compiere il primo passo. [..] Amare per primo [..] aiuta a superare i pregiudizi e il gioco delle parti. [..]Un altro aspetto della fraternità è la capacità di spostare se stessi per fare spazio all’altro, di tacere per ascoltare anche gli avversari. [..] Infine la fraternità trova piena espressione nell’amore reciproco, di cui la democrazia, se rettamente intesa, ha una vera necessità [..] anche come esigenza istituzionale”.

Poi mi è tornato alla mente un opuscolo edito nel 1995 da parte della Consulta Regionale delle Aggregazioni Laicali di Piemonte e Valle d’Aosta “Decalogo per i Politici”. “L’uomo è più della politica. La politica può generare atteggiamenti di onnipotenza, ed è facile cadere nell’idolatria dei mezzi e delle strutture. – Occorre rendere più umana l’attività politica; il cristiano sappia invitare alla contemplazione del creato. – C’è il dovere di comunicare la storia: guardare al futuro senza disprezzare il passato. – Occorre rinforzare i legami tra elettori ed eletti: se non si vuole tradire la fiducia degli elettori (commettere questo <adulterio>) ci si deve attendere da chi è impegnato nelle istituzioni una fermezza che non significa intransigenza ma coerenza. – Ciò che è pubblico sia a beneficio di tutti – Far crescere la Civiltà dell’amore. Ad un politico credente possiamo chiedere il di più di un’attenzione alle persone oltre il ruolo che rivestono”. Sono solo poche delle riflessioni proposte per una specie di esame di coscienza. Il Giubileo è anche questo.

Le frasi, surrichiamate, valgono per tutti, non solo per chi si dichiara cattolico. Questi ultimi li si può invitare a leggere la “Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica” della Congregazione per la Dottrina della Fede anno 2002, che intendeva richiamare alcuni principi che dovrebbero ispirare l’impegno sociale e politico dei cattolici. Si potrebbe affermare che la “Nota” appartiene ad un’altra epoca del papato, per le novità intervenute; ma anche il recente magistero sociale della Chiesa suggerisce gli stessi riferimenti: la centralità della persona, il rispetto del creato, il riferimento del bene comune e della giustizia internazionale, la scelta privilegiata dei poveri. Su questo si dovrebbe concentrare l’esame di coscienza di quanti hanno responsabilità pubbliche o vi si preparano: Se il cristiano è tenuto ad «ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali», egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica”, “ La Chiesa è consapevole che la via della democrazia se, da una parte, esprime al meglio la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche, dall’altra si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona.  Su questo principio l’impegno dei cattolici non può cedere a compromesso alcuno, perché altrimenti verrebbero meno la testimonianza della fede cristiana nel mondo e la unità e coerenza interiori dei fedeli stessi. La struttura democratica su cui uno Stato moderno intende costruirsi sarebbe alquanto fragile se non ponesse come suo fondamento la centralità della persona. È il rispetto della persona, peraltro, a rendere possibile la partecipazione democratica”, “quanti sono impegnati direttamente nelle rappresentanze legislative hanno il «preciso obbligo di opporsi» ad ogni legge che risulti un attentato alla vita umana”  cui segue l’elenco: aborto, eutanasia da non confondersi con accanimento terapeutico, diritti dell’embrione umano, famiglia, libertà di educazione, tutela sociale dei minori, moderne forme di schiavitù come droga e prostituzione, libertà religiosa, economia al servizio della persona, pace. Resta “il diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di tutti gli altri cittadini, di cercare sinceramente la verità e di promuovere e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale, la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona”.

Resta un’ultima questione, che non va dimenticata, tenendo conto della nostra storia recente e remota. Il rapporto credenti – democrazia, in Italia, si è costruito attraverso una serie di passaggi né indolori, né inutili. Dall’opposizione alla legge Siccardi, passando per il non expedit, dai tentativi di un progetto di partito (Murri e poi Meda) alle “condanne” vaticane, dalla partecipazione alla guerra per senso di appartenenza nazionale al PPI di Sturzo e al difficile rapporto con la dittatura, dall’accettazione piena della democrazia all’unità nella DC di De Gasperi, fino alle recenti divisioni con diaspora all’interno di schieramenti opposti. Servirebbe una pacificazione! Che non significa disarmare dalle scelte. Significa riconoscere che, in questa fase e in questa epoca, l’unità politica non è riproponibile, almeno così come l’abbiamo conosciuta e sperimentata. Prendere atto che, almeno dal Concilio in poi, la società cristiana non ha più senso. E riconoscere che le scelte diverse, compiute all’interno di partiti e schieramenti, se non deve essere una barriera per la ricerca di convergenze su atti legislativi  e decisioni amministrative (la disunità non è un dogma, affermava Martinazzoli), deve per altro portare a riconoscere come legittime le opzioni (di credenti) diverse dalle proprie (Paolo VI – Octogesima Adveniens) e soprattutto a non considerare come più autentica rispetto alla Dottrina Sociale la propria posizione rispetto a quella di altri. Non c’è più un partito, una corrente, o una coalizione che possa definirsi più di altri quale riferimento dei cattolici. Ognuno fa politica assumendosi la propria autonoma responsabilità e rappresentando quei cittadini o quelle realtà associative che lo sostengono.

Finché non ci sarà questa convinzione profonda e convinta, questo rispetto per fratelli di fede che intraprendono percorsi diversi e distanti dai propri, e la definitiva accettazione della fine di ogni collateralismo (in qualunque salsa lo si voglia riproporre), sarà difficile un percorso giubilare che permetta di sentirsi perdonati: perché chiedere misericordia ha senso se si è capaci di accordarla al proprio fratello credente astenendosi dall’accusarlo di incoerenza. Prima si guardino le proprie incoerenze politiche!

Non sono più i tempi dei valori non negoziabili, ma restano i valori che sono sempre proposti ai politici cattolici così come già avvenuto al Convegno Ecclesiale di Palermo del 1995. Al numero 33 della Nota “Con il dono della carità dentro la storia” (1996) leggiamo: La coerenza chiesta al cristiano riguarda sia i contenuti che i metodi della politica.  Egli è chiamato a operare secondo una logica di servizio al bene comune, quindi con umiltà e mitezza, competenza e trasparenza, lealtà e rispetto verso gli avversari, preferendo il dialogo allo scontro, rispettando le esigenze del metodo democratico, sollecitando il consenso più largo possibile per l’attuazione di ciò che obiettivamente è un bene per tutti. Quanto ai contenuti, riproponiamo quelli che, alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa, sono oggi in Italia da tener presenti con particolare attenzione: il primato e la centralità della persona; la tutela della vita umana in ogni istante della sua esistenza; la promozione della famiglia fondata sul matrimonio; la dignità della donna e il suo ruolo nella vita sociale; l’effettiva libertà dell’educazione e della scuola; il consolidamento della democrazia e il giusto equilibrio tra i poteri dello Stato; la valorizzazione delle autonomie locali e dei corpi sociali intermedi nel quadro dell’unità della nazione; la centralità del lavoro, la giustizia sociale, la libertà e l’efficienza del sistema economico e lo sviluppo dell’occupazione; l’attenzione privilegiata alle aree geografiche meno favorite e alle fasce più deboli della popolazione, facendosi carico della “questione meridionale” e anche, d’altra parte, della nuova “questione settentrionale”; la pace e la solidarietà internazionale, con le conseguenti responsabilità dell’Italia in  Europa e nel mondo; il rispetto dell’ambiente e la salvaguardia delle future generazioni. Riguardo a questi valori, non ci si può fermare a generiche dichiarazioni di adesione, ma occorre individuare strategie per la loro concreta attuazione, ricercando il consenso democratico di quanti hanno a cuore il bene comune”.

Contenuti e metodi a cui il Giubileo della misericordia richiama i credenti impegnati nella società e nelle istituzioni.

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