Fare politica nel mondo d’oggi

Franco Livorsi

pol(Il dibattito passato, presente e futuro della politica, si arricchisce di un nuovo, prezioso momento di riflessione. Dopo Marco Ciani, Politica, e Giacomo D’Alessandro, Sale della terra, interviene oggi l’amico Franco Livorsi con un saggio ricco di spunti e di riferimenti culturali, oltre che politici, ed un finale, per chi conosce il pensiero dell’ottimo Livorsi, a sorpresa. Ap).

Ho letto con vivo interesse e forte apprezzamento l’articolo Politica di Marco Ciani, comparso su “Appunti alessandrini” il 30 marzo 2016. L’interesse è connesso al carattere davvero fondamentale del problema che egli ha posto; l’apprezzamento va alla forma colloquiale, semplice e chiara, eppure mai banale, in cui ha messo a fuoco il problema stesso. In sostanza Ciani ci dice che c’è stato un lungo tempo della nostra storia, personale e collettiva, in cui ciascuno poteva avere convinzioni più o meno forti – fossero esse di centro, di sinistra o di destra – e metterle  in discussione con gli altri, a partire dai propri figli. Questo era così vero che i partiti erano appartenenze abbastanza solide, motivanti, tanto che gli italiani votavano al 90 o 95%. Così accadeva al tempo della prima repubblica. Oggi le lingue e identità sembrano essersi confuse. Il quadro appare totalmente mutato. I partiti contano pochissimo e i programmi spesso si confondono tra loro. E la politica in generale ha perso credibilità presso le masse. Che dire, allora, a un giovane inquieto che, in una fase storica come l’attuale, debba orientarsi ed essere orientato sulla politica? Come potremmo cercare di aiutarlo, direi senza ciurlare nel manico? Su quali libri? Con quali indicazioni?

Sono quesiti difficili e quasi amletici. E chi, come me, abbia molto militato, e abbia studiato per una vita proprio le idee e i movimenti politici, se li è sempre posti, e se li pone. Lo facevo senza troppe difficoltà quando discutevo appassionatamente, con le mie giovani allieve, come professore di Filosofia alle Magistrali di Alessandria dal 1969 al 1974; e poi quando divenni docente universitario, prima presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino dal 1974, ivi titolare di corso dal 1983 al 1997, e poi in quella di Milano, dal 1997 al 2010, quando andai in pensione – sempre cercando di trovare il giusto equilibrio tra rispetto profondo di “tutte” le opinioni e ricerca della verità. Per me però fare ciò divenne difficile più tardi, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso: per diventare infine molto difficile nel XXI secolo, anche oggi.

In effetti c’è stato un cambiamento epocale, che ha reso tutto più complicato. Prima di ricercare un minimo di soluzione possibile, al proposito però si può – e anzi si deve – fare un pizzico di analisi “a monte”. Mondiale e anche nazionale. Naturalmente in modo assolutamente impressionistico, per non rispondere in modo così complicato ai problemi in oggetto da confondere le cose che si vorrebbero chiarire. Il punto centrale, in proposito, a me sembra il seguente. Ci troviamo in un contesto simile a quello del mondo successivo alla Rivoluzione francese e al conseguente bonapartismo (dal 1815 in poi). O forse siamo addirittura in una fase simile a quella della grande crisi del mondo tardo antico, quando l’impero romano si sgretolò, tra il IV e V secolo d.C., sotto l’urto delle invasioni barbariche, e gli antichi dèi morirono (la loro “morte di dio”), persero ogni credito, mentre il nuovo Dio-Uomo, Cristo, non aveva ancora vinto, oppure non aveva ancora potuto permeare una nuova civiltà. Oppure ci troviamo come nell’epoca della “tempesta creativa” – come la chiamò Schumpeter in Capitalismo, Socialismo e Democrazia nel 1946 (Comunità, Milano, 1954) – della prima rivoluzione industriale della fine del XVIII e dei primi decenni del XIX secolo, quando pare sia avvenuto il più rilevante mutamento economico dalla rivoluzione che diede inizio all’agricoltura – nel Neolitico – in poi. Quella fu la rivoluzione delle macchine semoventisi, della macchina a vapre e della spoletta meccanica, dei cotonifici e della tessitura. Poi negli anni Settanta del XIX secolo arrivò la seconda rivoluzione industriale, dell’acciaio e della chimica, meno drammatica e più legata all’intervento statale. La rivoluzione elettronica d’oggi – terza rivoluzione industriale, forse non meno sconvolgente della prima – è solo agli inizi. Tutto il mondo è ormai “uno”. L’elettronica fa risparmiare molto lavoro umano, giungendo sino alla robotica (ma ne manda pure “a spasso” moltissimo). E consente una comunicazione istantanea tra tutti, e su tutto. Rende possibile lo spostare in un istante i capitali. E dà un impulso incredibile ad ogni forma di spostamento delle persone nel mondo. Infine unifica  merci e persone in un unico mercato planetario. Mentre il primo potere dello Stato “moderno”, dal mercantilismo del XVI secolo al Welfare State del XX, era stato l’ambito della politica economica, oggi quasi nessuno Stato – salvo per ora quelli grandi come continenti – può controllare in modo decisivo l’economia. Ma un’economia non controbilanciata da uno Stato che quantomeno la regoli un poco, e per ciò “selvaggia”, non solo mina ogni Welfare State interno, ma è sinonimo di anarchia internazionale. Questa fa correre al mondo rischi molto gravi, specie in materia di conflitti, sempre meno “normati” o “normabili”. Come se tutto questo non bastasse, è pure fatalmente caduto il muro maestro che aveva tenuto insieme il sistema degli stati dal 1945 al 1991, ossia il duopolio russo-americano frutto della seconda guerra mondiale. Ora tutto ciò ha sostanzialmente distrutto le grandi narrazioni ideologiche formatesi tra la metà del XIX secolo e il primo trentennio del XX secolo. Tutti i grandi”ismi” hanno perso la spinta propulsiva, in misura notevole oppure pressoché integrale. Liberali conservatori o liberali democratici, cristiano democratici o cristiano sociali, socialisti e comunisti, nazionalisti democratici o nazionalisti autoritari si aggirano come residui o sono addirittura diventati “maschere nude”.

 A questa piccola riflessione sulla situazione “epocale” aggiungerei un dato nazionale. Il contesto internazionale ha certo indebolito le appartenenze dappertutto (quelle or ora indicate). Le ha rese forme di “pensiero debole”, come direbbero i post-moderni. Ma in molte grandi nazioni quelle appartenenze, nella loro forma appunto “debole” (o, se si vuole, fatalmente “indebolita”) sono rimaste vive. Così un tedesco, un francese e persino uno spagnolo, o un inglese o americano non possono più credere e far credere nella loro opzione di riferimento con la forza del passato, ma possono trovare buone ragioni per seguitare a sostenerla, anche a livello militante, in forma appunto “debole”. Invece in Italia le antiche appartenenze che dal 1944 al 1994 erano parse inossidabili sono o morte o tramortite. Se il rigetto è stato così profondo, evidentemente la repubblica dei partiti durata dal 1944 o 1946 al 1994 doveva aver combinato – al di là degli abbellimenti del ricordo da parte dei nostri amici e compagni sopravvissuti – un disastro morale e finanziario percepito come assoluto dal “popolo italiano”. Mi sono convinto che la svolta del 1994 in Italia sia stata un evento come il crollo “per implosione” dell’URSS del 1991, oppure come quello più tragico del fascismo del 1945. Si può dare un’implosione di una partitocrazia a partito unico, ma anche di una partitocrazia di più partiti, quando i dati di crisi accumulati nel tempo non siano stati risolti prima di diventare troppo gravi. E’ accaduto in Italia.

Quando a me era parso di comprendere che la prima repubblica fosse “moritura” (alla morte di Moro del 1978 e al crollo del compromesso storico del ’79), io sperai che fosse possibile salvarla e rivitalizzarla unendo tutta la sinistra sotto le bandiere del socialismo democratico europeo, e, correlativamente, andando verso un modello di alternativa tra blocchi opposti di tipo francese. E più o meno ho seguitato a pensarlo: sostenendo per ciò, oggi, il nuovo PD e il premierato forte, e le riforme istituzionali, di Matteo Renzi (pur senza voler più avere tessere in tasca). Ma riconosco che questa è solo una risposta parziale, una sorta di programma minimo per resistere ai fattori di crisi di cui ho detto. Non è una soluzione sistemica, che possa ad esempio dare una “grande speranza” a un giovane di vent’anni, cui il “meno peggio” non può bastare. Lo capisco anch’io. Però dare indicazioni, pure indispensabili, “di prospettiva”, oggi è molto difficile. Anche per me. Quello che posso dire oggi non ha più l’immediatezza e la freschezza delle risposte articolate che mi sembrava di riuscire a dare tra la metà degli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso ai tanti giovani con cui interloquivo.

Oggi come oggi al giovane potenziale interlocutore politico intelligente io consiglierei non già di cercare subito “libri-risposta” (anche se tutti noi ‘vecchi’, a ragione o torto lo avevamo fatto), bensì elaborazioni che diano quadri di riferimento generali e problematici su cui ragionare: per andare, solo dopo, a scelte, pur problematiche, più nette. Ad esempio ci sono alcune voci, che sono veri e propri piccoli saggi, del Dizionario di politica diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino (UTET, Torino, 1983), che mi sentirei ancora di consigliare perché vengano studiate, meditate e discusse, da soli o tra amici: Norberto Bobbio, Politica, pp. 826-835; Norberto Bobbio, Democrazia, pp. 308-318; Mario Stoppino, Dittatura, pp. 355-366; Nicola Matteucci, Liberalismo, pp. 592-610; Pierangelo Schiera, Stato moderno, pp. 1150-1156; Gustavo Gozzi, Stato contemporaneo, pp. 1126-1134. Ma ce ne sono, lì, tante altre. Integrerei questo Dizionario politico con un libro quale: Capi di governo, a cura di Gianfranco Pasquino (il Mulino, Bologna, 2005), che consente un confronto, a firma dei principali specialisti, tra tutte le principali forme di governo del mondo. Per ragioni analoghe rinvio pure a un mio libro in cui la questione degli “ismi” del passato e di quelli “in formazione” sta al centro: I concetti politici nella storia. Dalle origini al XXI secolo (Giappichelli, Torino, 2007).

Fatto ciò il giovane dovrebbe chiedersi se sia meglio orientarsi in base all’”etica della convinzione” o all’”etica della responsabilità”, ossia sulle idee che “a suo gusto” gli paiano più giuste in astratto, oppure su quelle più efficaci nel contesto storico. Si tratta di attenersi al più desiderabile per noi (etica della convinzione) oppure a ciò che potrebbe migliorare o non peggiorare il “bene comune” (etica della responsabilità)? – Ad esempio se debbo decidere come votare al referendum sulle trivelle tra due settimane, posso privilegiare dati di pulizia ambientale su tutto il resto, oppure posso tenere almeno altrettanto conto delle esigenze dello sviluppo di un Paese già abbastanza in crisi economica per conto suo, nonché povero di materie prime. Com’è noto questa riflessione sui parametri del ragionare politico è al centro di un grande saggio di Max Weber del 1918 sul lavoro politico come professione (da leggere nel suo libro: Il lavoro intellettuale come professione, a cura di Delio Cantimori, Einaudi, Torino, 1963). Weber riteneva proprio del “vero politico”, e quindi del buon cittadino, il privilegiare l’etica della responsabilità, che commisura il valore di ogni scelta sulle sue conseguenze effettive sulla vita collettiva. Ma io vorrei essere “veridico” e “problematico” sino in fondo.

Il giovane in questione, contro il punto di vista di Weber (e mio), potrebbe optare per l’etica della convinzione. In tal caso la scelta oggi è quella della marginalità volontaria, almeno a mio parere. Ad esempio se io ritengo di dover essere innanzitutto un uomo di sinistra, potrei optare per “Sinistra Italiana” (SI); se di centro, potrei optare per il “Nuovo Centro Democratico” o come diavolo si chiama ora; se di destra, per “Fratelli d’Italia”. Tuttavia a quel punto io direi all’ideale giovane interlocutore, privilegiante un’etica della convinzione, che ormai la fase di incubazione della seconda Repubblica sembra essersi compiuta. Oggi sembrano emergere tre protagonisti, cui quelli loro “prossimi” dovranno “portare acqua”, volenti o nolenti, e con cui dovranno rassegnarsi al ruolo da grillo parlante: il Partito Democratico di Matteo Renzi, il Movimento Cinque Stelle di Grillo e la Lega di Matteo Salvini. Quel giovane dovrà decidere se collocarsi tra quelli del 3 o 5% che vogliono solo pungolare “uno di questi tre”, oppure se scegliere uno di questi tre (PD, M5S o Lega). Non starò a spiegare perché opto per il PD di Renzi (con scelta in cui “il predicato” per me in tal caso conta almeno quanto “il soggetto”, che altrimenti sarebbe troppo ribollito per i miei gusti).

Qui però avrei un’ultima cosa da dire al giovane: forse la più importante di tutte. Ecco il mio piccolo “coup de théâtre”. Forse è la cosa più nuova di tutto il ragionamento che ho provato qui a fare. Un poco l’ho anticipata in un lungo capitolo intitolato “La servitù del politico. Note e riflessioni sull’idea di autonomia e primato della politica”, nel mio libro: Politica nell’anima. Etica, politica, psicoanalisi (Moretti & Vitali, Bergamo, 2006, pp. 35-167). Ma oggi ne traggo talune conseguenze sul “fare politica”. Un grave errore di tutta la precedente generazione, o forse addirittura di tutto il pensiero prevalso in Occidente negli ultimi cinquecento anni, da Machiavelli in poi, è la sopravvalutazione del “fare politica”, alias dell’impegno (il famoso essere engagés di Sarte). Insomma, consiste nel porre le ragioni del potere pubblico, le ragioni dello Stato, e quelle proprie di competitori per conquistarlo, “sopra tutto”. Mi ricordo tanti anni fa, ormai quasi 50, in cui ero in auto col mio caro e compianto amico Angiolino Rossa (lui era il Segretario e io il Vicesegretario della Federazione del PSIUP di Alessandria). Credo fosse il 1971. Io avevo esattamente trent’anni, e talora già mi sentivo deluso dal fare politica, benché allora fossero solo dubbi. E glielo dicevo. Lui mi rispose, quasi in un sussurro: “Ma si decide tutto lì”. Ma è proprio così? Oppure la politica è solo una parte della vita sociale, la quale è tutto un pullulare di tante cose anche buone e utili, pure al di là della politica? Oggi credo nella seconda cosa. Oggi direi che una persona che cerchi il “bene comune” e la “realizzazione di sé” (che sono per me le due istanze fondamentali) si deve dare “alla politica”; ma aggiungerei  che deve farlo dando ad essa “le spalle e non il viso”. Fare politica “con giudizio” è una buona cosa. Se uno se la sente, oppure non ha mezzi migliori per fare qualcosa di veramente importante per il “bene comune” e per “realizzare se stesso”, militi in un partito senza tante storie, scegliendo col criterio di cui ho detto. Ma oltre alla politica, oltre alla lotta per il primato nelle istituzioni (anche per fare “cose importanti” valide), c’è la grande vita sociale, come luogo “altro” in cui fare il “bene comune” e “realizzare se stessi”. Ad esempio se una persona è uno di quegli idealisti che un tempo si bruciavano l’anima “per la rivoluzione”, può benissimo impegnarsi per fare moltissimo per i “dannati della terra”: non in un nebuloso avvenire da “oggi non si fa credito, domani sì”, bensì subito. Può farlo raggiungendo questi “dannati” nei loro paesi e dandosi da fare là per migliorare tutta la loro vita o economico sociale o educativa o sanitaria, e sia facendolo qui tra noi, nel grande mondo del volontariato. Non vado nel dettaglio. Bisogna evitare una vita neghittosa ed egoistica. Bisogna impegnarsi tra gli altri, tanto più finché le forze ci sorreggano. Ma si deve agire nel sociale, anche fuori dalle istituzioni (o eventualmente più fuori che dentro di esse),  anche per non farsi catturare dal grande demone della politica, ossia da un’eccessiva identificazione col “fare politica”. Alla politica intesa come conquista e gestione dei pubblici poteri ormai si dovrebbero dare le spalle, ma non “il viso” (e persino “altro”): per evitare che il coinvolgimento eccessivo, sino all’ultimo respiro, ci renda prigionieri di “logiche” di potere subdole o triviali, che ove si lotta “per il potere” sono sempre presenti o incombenti. Se oltre alla politica politicante, si abbia un’intensa vita di lotta sociale o culturale extraistituzionale, si eviterà di cadere in una “vita in piccolo”. Si otterrà ciò facendo cose importanti per tutti e per se stessi estranee al volto demoniaco del potere.

                                         (franco.livorsi@alice.it)

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3 thoughts on “Fare politica nel mondo d’oggi

  1. Anche il prof. Livorsi, come è ovvio quando si parli di politica, pone il problema del futuro dell’Italia nel contesto delle condizioni civili del mondo intero. E, per quel che capisco, lo fa richiamando il valore della politica come “servizio” che può servirsi “anche” del potere, ma che si guarda bene da assegnargli una qualche effettiva priorità.
    Prospettiva sulla quale non si può che convenire, soprattutto se si espliciti che questo servizio è orientato a chiarire i connotati di un sistema sociale che non è quello dell’industrialismo meccanicistico ancora dominante (e condizionato maggiormente dal monetarismo finanziario che dal socialismo postulato da Schumpeter).
    Il problema della cultura politica, a parere di un anziano “inseguitor di fantasmi” (Nardini, 2014), è l’elaborazione delle peculiarità funzionali a saper utilizzare le “risorse di cultura” che connotano tutti gli spazi umanizzati e li rendono “territori storici”.
    Risorse territoriali che, almeno a mio parere, urge saper coltivare in modo coerente con la loro natura di soggetti di cultura.
    Coltivare non è trasformare. Quindi, non dare priorità alle macchine (tecniche o tecnologiche), come ha fatto il primo e il secondo industrialismo e come sta facendo la cosiddetta terza rivoluzione industriale.
    Quale cultura per la coltivazione delle risorse di cultura dei territori storici (paidecoltura)?
    Se la politica non si dà cura di evidenziare che le risorse del futuro non sono quelle realtà materiali che chiamiamo minerali da trasformare (e che trasformiamo grazie a nuova cultura e a nuova ricerca, che producono anche emarginazioni e inquinamenti), bensì sono (e saranno sempre più) le risorse di cultura che chiedono innovante ricerca che, consentendo di chiarire i processi della cura dei territori storici, orienti a rendere operanti strategie motivate dallo sviluppo della cultura, piuttosto che dalla crescita economica.
    Confidando che il prof. Livorsi, possa riconsiderare e meglio sviluppare queste mie disordinate e problematiche annotazioni, ringrazio Appunti Alessandrini per aver avviato questo importante tema di riflessione.

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