La Benedicta e la memoria

Gian Piero Armano

benDomenica 3 aprile, si è celebrato e  commemorato il 72° anniversario dell’eccidio della Benedicta con una presenza di cittadini molto folta, di autorità e di sindaci con fascia tricolore che davano, insieme alle bandiere e ai labari delle varie associazioni, una nota di colore e di festa interessante e piacevole. E’ stata una mattinata di memoria condivisa, che ha reso in parte giustizia alle gesta della Resistenza e dei suoi molteplici protagonisti (alla Benedicta e nei dintorni furono circa 150 i partigiani uccisi), in un momento storico in cui la Resistenza viene sottaciuta, ad eccezione di qualche sussulto celebrativo come quello del 3 aprile.

E’ questo sottacere che stride perché rischia di vanificare l’importanza e il valore della Resistenza che Piero Calamandrei ha voluto esprimere con alcuni versi incisi nella lapide che si trova nel palazzo municipale di Cuneo: “patto /giurato fra uomini liberi /che volontari si adunarono / per dignità non per odio /decisi a riscattare / la vergogna e il terrore del mondo”.

In quelle parole sta il significato profondo del seme portante e vivificante che ha fatto sorgere lo Stato in cui viviamo, sta lì la chiave di volta che sostiene e legittima la convivenza civile di un paese.

Domenica alla Benedicta, sacrario di martirio antifascista, luogo di uno spietato eccidio compiuto dai nazifascisti, c’è stata una autorevolissima celebrazione, ma che deve fare i conti con il minimalismo che ha messo la sordina all’esperienza resistenziale che ha dato origine alla nostra Repubblica.

Per uscire da questa anomalia occorre che si riconosca e si viva come sentire irrinunciabile e come identità propria la memoria che chiama cuore e ragione ad unirsi a coloro che scelsero la Resistenza, ma a prendere le distanze, senza se e senza ma, da coloro che invece scelsero il fascismo repubblichino. E’ questo e solo questo che può creare una memoria condivisa per vivere in una Repubblica democratica, evitando di sabotare o ridurre al silenzio la Resistenza. Si tratta quindi di far prevalere la memoria, che contempla il ricordo, ma va oltre: memoria e ricordo sono due aspetti differenti e con implicazioni diverse.

La memoria dell’eccidio della Benedicta ci riporta indietro nel tempo, ci riporta ad un conflitto che ha lacerato la vita civile del nostro paese e che ha prodotto una lunga scia di martiri.

Ma la memoria ci riporta anche alle situazioni del mondo in cui viviamo, nel quale uno dei rischi maggiori è proprio la perdita della memoria stessa, l’ingresso in uno stato d’oblio nei confronti di eventi del passato che hanno inciso profondamente sulla nostra storia, ma che rischiano appunto di rimanere eventi del passato o, addirittura, di essere cancellati.

La giornata della Benedicta è sperabile che richiami molti a non cancellare, a non dimenticare, a non monopolizzare la memoria per dei fini particolaristici di schieramento politico. Bisogna recuperare il senso di questa memoria e ricollegarci a questo passato. Ma come?

Innanzi tutto non bisogna confondere la memoria con una tradizione mummificata perché la vera memoria è creativa, è recupero del passato per la fecondità che esso porta con sé nel guardare e nel rileggere l’oggi. Proprio in questo nostro tempo nel quale c’è una forte perdita di memoria, si corre il rischio di aggrapparsi al passato recuperandolo in termini di tradizione mummificata, riportandolo nell’oggi come se nulla fosse cambiato.

In realtà il vero senso della memoria è proprio quello di rapportarci all’esperienza di ieri, ai significati profondi di una vicenda come quella della Benedicta, per rileggerli, riapprofondirli e riattualizzarli nell’oggi. Per renderli cioè capaci di aiutarci a interpretare le situazioni che  viviamo, per darci modo, soprattutto, di essere più coerenti e più pronti ad offrire prospettive di pace, di speranza, di giustizia, di fraternità nella realtà contemporanea.

Inoltre la memoria vera, è quella che sa coniugare se stessa con la storia, con gli eventi reali del passato e sa recuperarli per quello che sono, ma anche recuperarli per quello che significano.

Quando ci si accosta ai fatti storici, come quello della Benedicta, senza memoria – come fa e ha fatto il revisionismo – con la pretesa di essere a tutti i costi oggettivi, allora è molto forte il rischio di non riuscire a cogliere la lezione del passato che ha un significato anche per l’oggi nella misura in cui viene colta in profondità, riproposta, reinterpretata e riattualizzata nel presente.

E non vale, ai fini della valorizzazione della memoria, considerarla come una giacchetta, che si può tirare a piacimento per favorire questa o quella parte politica, tentazione ancora presente in tante ricorrenze resistenziali.

Per avere una memoria condivisa occorre conoscere: la Resistenza deve essere conosciuta, perché non si può discutere qualcosa che non si conosce. Ecco perché  è importante che la Resistenza venga fatta conoscere nell’esperienza scolastica, molto di più di quanto si stia facendo perché, molte volte, quando si parla di Resistenza, di Benedicta, di partigiani… molti studenti sono lì a bocca aperta, come se seguissero un film di un altro paese che non è il nostro.

P.S.

Se c’è stato un neo, domenica 3 aprile, nella manifestazione alla Benedicta, è stata la mancanza dell’oratore ufficiale, assente per “impegni istituzionali e politici”. Anche la commemorazione dell’eccidio della Benedicta era ed è un impegno “istituzionale e politico” che meritava maggiore attenzione e disponibilità.

Va però il plauso a chi lo ha sostituito per le efficaci riflessioni conoscitive e l’accostamento della memoria resistenziale alla realtà in cui viviamo.

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One thought on “La Benedicta e la memoria

  1. caro Gian Piero, concordo, come sempre su tutte le tue considerazioni. Colgo l’occasione per esprimerti tutta la mia ammirazione per quello che tu, Sveva e gli altri state facendo per la Benedicta, da molti anni ormai.

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