Sale della terra

Giacomo D’Alessandro

pol(Prosegue il dibattito di Ap sulla crisi della politica. Dopo l’intervento di apertura di Marco Ciani, Politica, oggi interviene il giovane Giacomo D’Alessandro, con un contributo incentrato sull’approccio delle nuove generazioni).

Come si inizia un intervento sulla politica?

Facendo presente che la mia generazione (classe 1990) è cresciuta associando la parola Politica alla parola Berlusconi? Provando a spiegare la buona accoglienza che il fenomeno “5 stelle” ha riscosso da subito nelle generazioni under 30? O semplicemente chiedendo conto alle generazioni più adulte di come si sia arrivati allo stato attuale, non tanto della politica quanto dell’omologazione al sistema dominante?

Ho molto apprezzato l’intervento di Marco Ciani, parco di ricette, gravido di domande, che evidenzia tanto una preparazione e una passione quanto una capacità umile di aprire e condividere spunti nodali. Sullo stato in cui versa la Politica, da parte mia, viene da dire che è in maniera speculare lo stato in cui versa la Cittadinanza. Anzi, a onor del vero sarebbe meglio dire che le energie migliori perlopiù rimangono spese nella Cittadinanza, ma non han più voglia né interesse a “sporcarsi” o “sprecarsi” nella politica. Dove peraltro non riescono quasi mai a declinarsi, a tradursi. Sarà che le pachidermiche strutture partito hanno nel tempo generato forti barriere all’accesso, discutibili (quando non vergognosi) criteri nella selezione, poca capacità di coivolgimento, ma anche e soprattutto un alone di sempre più rarefatta credibilità.

Se qualcuno mi chiedesse “chi fa le cose concrete”, oggi, nella mia città, non mi verrebbe certo da indicare un partito. Al massimo delle singole personalità, dei singoli gruppi, e poi associazioni, reti, coordinamenti, realtà meno istituzionalizzate.

Se qualcuno mi dicesse “chi fa la Politica oggi” potrei indicare alcune iniziative, alcune battaglie, alcune realtà sul territorio particolarmente significative. Certamente potrei riconoscere meriti anche a certe figure amministrative, ma per le persone che sono, e per le realtà territoriali e sociali da cui provengono e con cui si confrontano, o per alcune idee e intuizioni programmatiche efficaci. Non perché frutto di un ambiente politico, di un percorso politico in senso stretto.

Politica. Come prende forma oggi? Dove ha e dove perde rilevanza?

Alcuni flash, alcune parole chiave per ricostruire i diversi processi in atto, a mio parere.

  1. Non è un paese per giovani. In Italia i posti dirigenziali si ricoprono dai 50 anni in su. I grandi guru della cultura, della comunicazione, dell’intellettualismo, delle istituzioni, non sloggiano nemmeno dopo gli 80 anni. E giù grandi retoriche sull’importanza dei giovani, che rimangono al rango di “pivelli” senza responsabilità sul loro presente e futuro. Le persone in età fisicamente e mentalmente più fertile non hanno spazio né accesso alle responsabilità programmatiche e decisionali, “di indirizzo”, spazio fisicamente occupato dagli “anziani esperti”.
  2. La Politica si fa con le dichiarazioni. A questo ci hanno abituato i nostri telegiornali, sera dopo sera. La Politica è Tizio che dice e Caio che replica, il giornalista regge la candela, e il microfono. Da qui una delle maggiori scollature culturali e spesso effettive: il Politico è uno che va in giro a parlare, a dire, a promettere, a spiegare… Poi ci sono le persone normali che vivono, fanno cose, progettano, sbagliano. Ma a indirizzare le grandi scelte sono i “chiacchieroni” da talk show. E il pubblico si è abituato a tifare, a giudicare per “simpatie”, e soprattutto a ricercare il “tuttologo” più bravo, più efficace, più super-uomo (adesso arrivo io e salvo il Paese).
  3. I politici sono Berlusconi, Gasparri, Tremonti, Calderoli… La mia generazione (sono nato nel 1990) è cresciuta associando Politica a Berlusconi e al suo circo imbarazzante. Spiacenti, non abbiamo un’esperienza precedente su cui formarci un paragone…e al di là di qualche “studioso”, siamo gente che a scuola è arrivata alla guerra fredda se va bene.
  4. Dov’era l’alternativa appassionante? La mia generazione è cresciuta osservando attonita una Sinistra e un Centro-Sinistra incapaci a formulare una proposta concreta che fosse una, una visione, un progetto, delle soluzioni semplici ma realmente alternative, fondate nella realtà sociale e quotidiana delle persone. A differenziarsi con forza e radicalità dal modello capitalista e berlusconiano, senza ricorrere a briciole rafferme di vecchie ideologie, non si è vista gran folla.
  5. “Abbiamo faticato tanto a trovare le risposte, e alla fine ci hanno cambiato le domande”. Questa scritta campeggia su un muretto verso le alture della mia città. Non so chi l’abbia scritto, ma è un ottimo modo, a mio parere, per dire che da decenni nessuna forza Politica rilevante azzecca le battaglie giuste: si va dietro bene o male ai paletti del sistema dominante, come fosse l’unico possibile. Quante energie, quanto tempo perso a fare battaglie “nate vecchie”, che non colpiscono il bersaglio…a cercare risposte mentre sono già da tempo cambiate le domande. La soluzione alla crisi sarebbe il ritorno alla crescita (e quindi al consumismo)? La soluzione al lavoro sarebbe posto indeterminato per tutti (non importa se fai un lavoro utile, inutile, dannoso o etico)? La soluzione alle istanze popolari di cambiamento (da cui ad esempio è nato il fenomeno “5 stelle”) sarebbe urlare ai populisti e voltare la testa dall’altra parte? O snobbare i risultati referendari? La soluzione alla crisi sarebbe stipendi più alti e banche più accessibili? Tante riforme della scuola e nessuna che aggiorni i programmi didattici a materie utili per capire il mondo e il sistema odierno? Insomma, credo che il fallimento vero di tante forze politiche in questi decenni sia stato soltanto di non essere abbastanza radicali, abbastanza alternative, capaci di concentrarsi sulle battaglie giuste, invece di continuare a fare cortei anni ’60 dietro ad aspetti comunque vincolati a un sistema ingiusto.
  6. Buone esperienze ce ne sono, ma non emergono. Se politica significa occuparsi del bene comune, uno degli aspetti più ignorati è socializzare le esperienze positive di politica che pure esistono. D’altronde scuola e università continuano a funzionare con lezioncine frontali e libri da studiare, dall’altra parte parrocchie, gruppi e associazioni fanno quello che possono e non intercettano gli strati meno privilegiati della società. Ma di esperienze socio-politiche esemplari e alternative ce ne sono in ogni ambito, dalla sostenibilità ambientale all’integrazione strutturale dei migranti, da un diverso stile di vita personale (più comunitario) a un modo più diretto di contribuire alle scelte dell’amministrazione. Fino a che cresciamo convinti che tutti gli aspetti della nostra vita si possano affrontare con un unico approccio, le devianze verso modelli alternativi, magari meno dipendenti da lobby globali e più solidali, rimangono poche e non socializzate abbastanza.

Sono solo flash, considerazioni, spunti. Qualcuno potrebbe obiettare: sì ma tu cosa faresti di alternativo? Tu una visione ce l’avresti? Sì, ho scelto di fare quanto era in mio potere per formarmela, condividerla, contaminarla con altre e verificarla. Oggi cerco di mettere le basi concrete per portarla avanti come stile di vita, non come passatempo intellettuale. Ne ho anche scritto nei dettagli, sulla falsariga di un manifesto culturale/politico, ma andare in giro a pubblicarla non mi renderebbe più utile di tanti chiacchieroni. Preferisco impegnarmi con un piccolo gruppo di persone a renderla viva e vissuta, a renderla testimonianza di vita. Parallelamente, ovunque sia possibile, cercando traduzione e travaso con le realtà istituzionali e politiche.

Le direttrici principali sono: vita comunitaria – autosufficienza energetica e sostenibilità (il più possibile) – rapporto con la terra – rapporto stretto con un territorio urbano senza isolarsi dal mondo – riconcezione del lavoro come attività socialmente utile e scambio, riducendo sempre più la necessità di denaro – scelte etiche nel commercio – creazione di luogo pubblico di espressione sociale, educativo, creativo, culturale, artistico… Questi aspetti, che per certi versi poco hanno a che fare con i grandi processi globali, costituiscono invece per ogni piccolo gruppo che se li pone un passo “di lato”, verso uno sganciamento da certi vincoli compromettenti del sistema globale, e la possibilità di proiettarsi nel servizio sociale quotidiano al proprio territorio. Da qui esce una nuova idea di politica vissuta, e quindi promossa e condivisa per molti. Un arcipelago di comunità in questo senso sarebbe uno splendido obiettivo per la nostra generazione. Non élite di fuggitivi. Speriamo sale della terra.

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5 thoughts on “Sale della terra

  1. Grazie al giovane Giacomo D’Alessandro che, tra l’altro, ha posto una situazione poco considerata dai vecchi (io ho quasi 80 anni), che hanno vissuto la vita civile italiana prima di Berlusconi e durante il declino della DC (soprattutto dopo l’assassinio di Moro), nonostante l’azione di politici come Mino Martinazzoli.
    Ma grazie anche perché pone obiettivi coerenti con la nuova (misconosciuta, ma necessaria) “società della paidecoltura”: un sistema sociale che non opera la trasformazione delle risorse di natura, ma pratica la coltivazione-salvaguardia delle risorse di cultura che connotano i territori storici (come propose Giovanni Urbani fin dal 1973).
    I territori storici sono sede delle nuove risorse prodotte dalla creatività umana nel corso dei secoli. Confido che posano essere i giovani a proporre le strategie più congrue a fare delle risorse di cultura i fondamenti di un nuovo sistema sociale capace di rendere evidente che “sviluppo” e “crescita” non sono sinonimi, come “ben-essere” non coincide con “molto-avere”.
    Non sono i processi dell’industrialismo che vanno cambiati, sono le risorse che vano sostituite e gli obiettivi che vanno orientati alla civiltà del bene comune e non della sola redditività finanziaria.
    Da vecchio quale sono, mi auguro di leggere altre note di giovani che cercano di far capire sempre meglio le qualità vere del loro tempo e del futuro di cultura che vogliono costruire.

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