Dagli alla Fornero. La classica fuga di responsabilità delle classi dirigenti italiane

Daniele Borioli (*)

forQuesto contributo prende spunto da un intervista di Francesco Merlo a Elsa Fornero, pubblicata pochi giorni fa su “Repubblica”. In una sua versione “di getto” l’ho postato sulla mia pagina facebook, ricevendo molti commenti di differente natura. Lo risistemo volentieri per “Appunti” non senza fare una doverosa e, spero, chiarificatrice premessa.

La cosiddetta “riforma Fornero” ha consentito all’Italia di non andare in definitivo default. Come tutti gli interventi di “somma urgenza” non ha potuto essere adeguatamente ponderato in tutti i suoi aspetti, e ha perciò generato molti drammi reali e immediati, in particolare quello degli “esodati”, e gravi difficoltà nella prospettiva esistenziale futura di si trova in prossimità dell’età della pensione.

Il giudizio su ciò che è stato fatto, perciò, non può che essere, come molto spesso accade in politica, ambivalente: quella riforma non si poteva non fare, giacché l’incendio, violento e devastante, stava alle porte di casa e perdere tempo avrebbe significato riversare sui cittadini italiani l’impatto di un’esplosione ancor più devastante; quella riforma ha prodotto un tasso di ingiustizie e ricadute sociali e morali negative, alle quali occorrerà, gradualmente, cercare di porre rimedio.

L’accusa che io rivolgo ai gruppi dirigenti politici nazionali del tempo, che approvarono e fecero approvare quella legge in Parlamento, da Forza Italia al PD, non riguarda la loro decisione di allora. Ma il comportamento di oggi, per il quale vorrei usare un termine forse troppo forte “pusillanimità”; o forse attenuare un po’ l’impatto del mio giudizio parlando più bonariamente del classico giochino dello “scaricabarile”, nel caso ai danni dell’ex ministro Fornero.

Al tempo stesso, quell’accusa non vuole essere assolutamente un’assoluzione a priori per chi ricopre oggi cariche di governo o parlamentari. Rispetto all’esigenza di trovare, e quanto prima possibile seppure con l’ineludibile gradualità, il modo per mitigare gli impatti più iniqui di quel provvedimento. Ma casomai la corretta collocazione delle responsabilità, in relazione a un giochetto molto usato nel pollaio della polemica politica domestica, di attribuire a chi c’è le colpe di chi c’era.

Ripropongo, dunque, il commento all’intervista Merlo-Fornero, che considero  una bella pagina di giornalismo. E, al tempo stesso, uno spietato disvelamento dei limiti anche morali delle classi dirigenti italiane.

Elsa Fornero è diventata, in questi anni, il simbolo più odiato di uno dei passaggi più difficili della vita pubblica italiana, legando il suo nome a una dura riforma del sistema pensionistico. Non mi dilungo molto sulla barbara decisione del fascio-nordista Salvini, che potendo rivendicare alla Lega il merito(?) di non aver votato quella legge è andato scatenare gazzarra sotto casa dell’ex ministro.

Un’iniziativa che altro non fa se non confermare il processo di decadimento del costume politico di questo parolaio padano da giardino dell’infanzia, che fa della provocazione la cifra della propria acefala proposta politica, e si fa paladino dell’interesse nazionale, dopo essersi per anni pulito l’infranatiche con la bandiera che della nazione è simbolo.

A Salvini posso solo sinceramente augurare, se mai gli capiterà di dover gestire (per fortuna sua e disgrazia nostra) un briciolo di potere e di fare qualche minchiata (cosa assai probabile data la dotazione cerebrale del personaggio), di subire la dantesca legge del contrappasso, e di non conoscere più un giorno di tregua nella sua vita casalinga.

Molto più amaro è registrare nell’intervista le non confutate, perché non confutabili, parole di Elsa Fornero, a proposito del totale, disarmante e pusillanime silenzio dei leaders politici che al tempo non solo appoggiavano il Governo che varò quella riforma, ma disposero le proprie truppe parlamentari a votarla senza indugi.

Vale questo discorso per Berlusconi e i forzisti di allora e di oggi, che hanno in più la colpa aggravante di aver condotto, insieme ai leghisti,  nel 2011, l’Italia sull’orlo del fallimento. E varrebbe la pena ricordare al padano da giardino che se avessimo lasciato andare avanti la terna Berlusconi, Bossi e Tremonti, già da qualche anno nessuno prenderebbe più una lira di assegno previdenziale.

Ma vale anche, ahimé, per un bel pezzo del gruppo dirigente del mio partito, e in particolare per quelli che allora lo guidavano e oggi dispensano lezioni su cosa significhi essere di sinistra: vero Fassina? allora responsabile economico del PD, ed Enrico Letta? che da vice di Bersani ci spiegava come la lettera della BCE dovesse costituire il faro delle nostre politiche future; e Bersani e Bindi e D’Alema, che ci convinsero di come non esistessero alternative a quell’amara ricetta.

Avevano ragione allora? Quando convincevano i loro parlamentari a votare sì e gli oscuri dirigenti periferici, come me, a vincere le loro perplessità e a farsi carico di prendere insulti alle manifestazioni sindacali, cercando di spiegare perché non si poteva fare altro? O hanno ragione oggi, quando fanno come si fa in caserma con il gioco dello “schiaffo del soldato”, dove dopo aver colpito la vittima si gira il dito con indifferenza, a dire “io non c’entro niente”.

Implicitamente, in questo caso, lasciando intendere che la colpa del colpo sia solo ed esclusivamente di Elsa Fornero. Senza nessuno che si alzi a dire: “Fornero  ci ha messo la faccia e il nome, ma quella riforma è nostra piena responsabilità. La rivendichiamo perché ha salvato il Paese, producendo dolori e ingiustizie che andranno gradualmente sanate, ma evitando un disastro peggiore. E quella legge porta indelebile il marchio del PD e di Forza Italia, prima anticipazione della politica delle larghe intese”.

Ora, siccome provo sincera pena per questa fuga morale, che come ci insegna la storia patria è uno dei tratti tipici delle pallide classi dirigenti italiane:  nonostante allora non fossi in Parlamento, nonostante le mie iniziali perplessità,  ma nella convinzione che mi fosse toccato di farlo quella legge l’avrei votata, seguendo le indicazioni del mio partito: nonostante tutto questo, oggi, insieme a Elsa Fornero, me la voglio pigliare tutta la responsabilità di quella legge.

Perché essa appartiene totalmente alla storia della forza politica cui appartengo, anche se alcuni di quelli che allora ne erano protagonisti voltano la testa dall’altra parte, fischiettano e fanno roteare il dito.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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