Uguali o identici? Note sulle presunte o reali differenze di genere tra donne e uomini

Mauro Fornaro

uodLa questione dell’uguaglianza tra i due generi e quella connessa delle differenze di genere torna alla ribalta per un duplice motivo. Anzitutto nelle nostre città e nelle nostre scuole immediato è il confronto con la cultura prevalente nel mondo islamico, che pone la donna in condizione di subordinazione rispetto all’uomo. A questo proposito va osservato che la situazione della donna è più un fatto di cultura che non di religione in senso stretto, se è vero che pure nei cristiani Paesi occidentali le sperequazioni giuridiche e sociali  a danno delle donne sono state faticosamente superate solo nel corso dell’ultimo secolo: i  più anziani ricordano, quali sintomatici fatti di costume, le donne migranti dal Sud, negli anni Cinquanta e Sessanta, incappucciate di nero dalla testa ai piedi (e anche le nostre del Nord obbligate a portare il velo in chiesa) e come fosse disdicevole per loro e per l’uomo che lavorassero fuori casa. Ciononostante in un’ottica di sociologia funzionalista, la rigida complementarità di ruoli, elevata a discutibile valore, ha creato le condizioni di una secolare tenuta del sistema socio-familiare nei Paesi cristiani come in quelli musulmani: l’uomo signore nella polis e nella società, la donna signora entro le mura domestiche (si ricordi che in arabo harem è originariamente il luogo del “sacro”, riservato alle donne e ai bimbi di ambo i sessi, generando per altro peculiari dinamiche psichico-relazionali nei futuri adulti maschi).

Oggi nella nostra cultura occidentale lo schema è saltato. Non si tratta certo di rimpiangere un passato non più proponibile per una valanga di ragioni,  ma ci troviamo di fatto in una situazione in cui i ruoli sempre meno predefiniti  di donne e uomini rendono instabili e oscillanti le relazioni di coppia, donde la necessità di negoziare  nuovi equilibri entro la coppia ed entro la famiglia –  nella quale segno non ultimo delle instabilità relazionali è la crescente  riluttanza ad avere figli e certamente l’incertezza sul ruolo del padre, non confinabile a mero surrogato della madre.  Il confronto con le famiglie di tradizione arabo-musulmana non può essere più stridente, e lo sarà ancor più in futuro nella misura in cui la nostra denatalità sarà compensata dal crescente inserimento di immigrati nordafricani e mediorientali.

L’altro motivo per cui la questione del genere è venuta alla ribalta, è che essa è regolarmente implicata quando si parla dei diritti di coppie omosessuali e di omogenitorialità: in ambo i casi vengono sottovalutate, quando non ritenute nulle, le stesse differenze di genere tra donne e uomini, prima ancora che le differenze di ruoli sociali. L’equivoca assimilazione, o meglio la confusione tra uguaglianza di diritti tra i due generi e identità tra gli stessi in fatto di attitudini  psico-comportamentali (nel senso che sarebbero più rilevanti le differenze tra gli individui a prescindere dal sesso di appartenenza che non le differenze tra la media delle donne e la media degli uomini) nasce già col femminismo degli anni Settanta. Da una parte si era sviluppata la corrente del femminismo della differenza, che sottolinea la specificità del femminile in termini quanto meno di diversa sensibilità rispetto agli uomini,  in un’ottica per lo più di complementarità tra i due generi (famosa la differenza rilevata dalla psicologa nord-americana Carol Gilligan tra etica della cura, prevalente tra le donne, ed etica della giustizia, prevalente tra gli uomini). In questo caso l’uguaglianza di diritti civili e sociali non contraddice le feconde diversità psicoattitudinali tra i generi. Dall’altra parte, invece,  il femminismo dell’identità ovvero della indifferenza tra i generi ha ritenuto che insistere sulla specificità del femminile comportasse una rinnovata, subdola giustificazione della relegazione della donna a ruoli  subordinati: non ci sarebbe alcuna differenza “naturale” tra donne e uomini, ma tutte le differenze di genere e di ruoli presenti nella nostra società sarebbero di matrice culturale, indotte dal secolare maschilismo patriarcale.

Dunque, la confusione tra uguaglianza di diritti (più che legittima) e identità o meglio non differenza tra i generi sotto il profilo dei tratti e delle attitudini psico-comportamentali (discutibile):  quale miglior presupposto per affermare poi la parità di valore sotto ogni profilo tra relazione eterosessuale e relazione omosessuale, tra eterogenitorialità ed omogenitorialità? Infatti, quanto ai sostenitori del pieno valore dell’omosessualità, la rilevazione della presenza in ciascuno benché minoritaria di tratti biopsichici pure dell’altro sesso – accreditata da varie teorie dello sviluppo psico-affettivo –  viene spesso enfatizzata fino a sciogliere la “naturale” inerenza dei tratti di genere femminile con la persona di sesso femminile e dei tratti di genere maschile con la persona di sesso maschile. Pertanto nella coppia omosessuale può avverarsi che ciascuno dei due partner abbia  in ampia misura caratteri psico-comportamentali propri pure dell’altro genere, così che in quella coppia viene a realizzarsi una complementarità ricalcante le differenze di genere tra femmine e maschi. Quanto alla omogenitorialità, se le caratteristiche di genere sono sostanzialmente indipendenti dal sesso biologico e dalle differenti funzioni nella procreazione, nei membri della coppia omogenitoriale, sia essa gay sia lesbica, possono avverarsi  sia funzioni di tipo femminile-materno sia funzioni di tipo maschile-paterno.

Dunque alla radice di tante questioni di vibrante attualità sta il sempiterno problema delle effettive differenze di attitudini tra donne e uomini. Ma come nella cultura odierna  non si può tornare a una fondazione delle differenze su di una mera natura biologica di per sé dettante comportamenti e legge morale, così non si può neppure dimenticare il ruolo orientativo della corporeità differentemente sessuata in ordine all’acquisizione delle attitudini psico-comportamentali (ammesso che si voglia tener ferma una coerente concezione bio-psico-sociale dell’essere umano).  Pertanto, l’indiscutibile incidenza della cultura nel determinare caratteristiche e ruoli di  genere non può vanificare l’avvertimento a “non esagerare la docilità dei corpi”, che viene pure dalla sociologa Raewyn Connell – studiosa  tra i più importanti delle differenze di genere  – benché vicina a quelle impostazioni “costruzioniste” che fanno dell’identità e differenza di genere un artefatto socio-culturale.

Conforta infine  vedere come un’insospettabile femminista della prima ora,  Luisa Muraro,  abbia da poco pubblicato un volume,  L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (La Scuola, Brescia 2015) in cui la stigmatizzazione della nuova pratica  è motivata non solo dalla rinnovata mercificazione del corpo della donna, ma più ancora dal fatto che si tratta di “un attacco demolitore della relazione materna”, in quanto nega la necessaria continuità del rapporto feto-gestante e poi madre-bambino. In effetti la maternità è una relazione speciale, che “costituisce un’incolmabile asimmetria tra donne e uomini, in quanto tutte, e tutti, nascono da una donna”. Del resto un corpo fatto per riceverne dentro di sé un altro, per farlo maturare e alimentarlo (benché il seno femminile  sia oggi esibito come  puro orpello erotico-estetico) non può non esprimersi, tendenzialmente, in sensibilità e attitudini psichiche diverse da quelle in cui si esprime il corpo maschile.   .

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