Guidi si dimette ed il PD si accartoccia

Domenicale Agostino Pietrasanta

guidiVedrò di affrontare due questioni, senza rinunciare alla stringatezza caratteristica della mia nota settimanale.

Per intanto le dimissioni di Federica Guidi da ministro del governo Renzi; indagata per aver tentato di favorire un amico, in ragione del potere ministeriale, ha prontamente lasciato, con la “benedizione” del Matteo Renzi. Giova ribadire che, per noi, qualunque indagato è innocente fino a prova accertata da tutti i gradi di giudizio previsti dalla legge; tuttavia ripetiamo anche che per qualunque indagato esistono ragioni di opportunità politica da rispettare. E crediamo che la Guidi le abbia rispettate: cosa rara di cui, per precedenti occasioni, ricordo solo l’iniziativa encomiabile di Carlo Lupi.

Il problema però sta proprio nella eccezionalità del comportamento, il quale invece dovrebbe essere la norma ed, in altri contesti nazionali è, di fatto, la norma. Da noi, no; segno che chi ha il potere ne ritiene l’origine come divina per cui, in qualunque caso, le dimissioni sarebbero un non senso. Anzi chi le da, ne offende, per l’appunto, le origini. C’è però da rilevare un fenomeno anche più preoccupante: a fronte del “caso Guidi”, tutti si sono scagliati, e non senza ragione contro il comportamento scorretto della ministra nel tentativo di favorire l’amichetto; rare persone ponendo in essere la lucidità del giudizio, hanno sottolineato che almeno, in questo caso, l’indagata si è dimessa. Altro segno non proprio tranquillizzante: anche l’opinione pubblica, anche chi non traffica col potere, nonostante tutte le indignazioni poste in essere, ne ammira e ne invidia i titolari più accaniti. In fondo piace a tutti picchiare sui perdenti piuttosto che sui “disonesti”.

E veniamo alla seconda questione. Il 17 aprile ci sarà un Referendum; non importa nemmeno, per ciò che mi preme contestare, la materia posta in votazione. Mi preme invece dire del comportamento, a mio avviso scorretto e censurabile del Partito Democratico (PD): l’invito ai cittadini di non recarsi alle urne. Eterogenesi degli obiettivi: un partito politico e per di più supportato dai voti della maggioranza, invece di invitare alla partecipazione alla politica, invita gli elettori ad astenersi dal momento più rilevante della dinamica democratica. Dovremmo, almeno alcuni di noi, chiedere scusa a Ruini ,il quale, in altra occasione, nel caso dei referendum abrogativi della legge 40, aveva invitato credenti, atei devoti e cittadini a non recarsi alla urne per vanificare, con assenza di quorum, la richiesta referendaria. Allora ci era parso (e ci pare tuttora) che l’eminenza preferita dalla Littizzetto usasse surrettiziamente della sua autorità per influenzare l’opinione elettorale, per di più determinando una ferita, di cui non si sentiva il bisogno, nelle iniziative di un cattolicesimo democratico che aveva sempre propugnato la necessità di una presenza dialettica nella vita della nazione.

Ci era parso e ci pare tuttora; tuttavia le scuse rimangono plausibili, perché quando la stessa strada venga percorsa da un partito la cosa sembra anche più grave dal momento che si tratta di una rinuncia ad un ruolo specifico. Rectius (meglio): si tratta della smentita di sé e della propria sopravvivenza. Altro che costituire il contenitore dei cittadini che si aggregano per contribuire alla determinazione della politica nazionale; si riduce ad un ripiegamento sulle proprie incapacità di proposta politica, un accartocciarsi sul nulla, sul vuoto. E la cosa ben più grave è che non si vede (o almeno io non vedo) alternativa.

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