Politica

Marco Ciani

gut(Appunti Alessandrini (Ap), nato nel settembre 2007 pubblicato come newsletter fino al 2011 e come blog di Alessandria News dal settembre 2011 ad oggi, si era posto, come obiettivo primario la promozione di un augurabile dibattito sui temi della politica, in presenza di una pressoché totale “afasia” dei più diversi protagonisti.

Giunto al suo nono anno di vita, dopo un discreto credito raggiunto tra un certo numero di lettori e collaboratori, ritiene di dover fare il punto della situazione e di porsi il problema dei risultati rispetto all’obiettivo iniziale. Apriamo, come abbiamo fatto su altre questioni, un dialogo tra le parti che vorranno intervenire, con un intervento di Marco Ciani. Ovviamente c’è spazio per chiunque sia interessato. Red. Ap)

Ho iniziato ad occuparmi attivamente di politica all’inizio degli anni ’80, verso il mio primo decennio di vita, molto influenzato in questa scoperta dalla militanza dei miei genitori, entrambi impegnati attivamente, all’epoca, nelle file della Democrazia Cristiana.

In quel periodo i temi prevalenti riguardavano la situazione internazionale, contrassegnata in modo decisivo dal confronto tra il blocco liberale e quello comunista, cui si aggiungeva la difficile situazione economica, nella quale inflazione e svalutazione occupavano il centro del dibattito. A corollario di tutto ciò era ancora molto sentita la ferita aperta dal terrorismo e dalle ripetute stragi che puntualmente costellavano la cronaca nera, ponendo inquietanti interrogativi sulle possibilità reali di tenuta democratica del paese.

Da qui discendevano frequenti discussioni, prevalentemente serali, tra me e mio padre, al quale chiedevo sostanzialmente di illuminarmi. E, pur nella complessità dei temi, anche un bambino come ero io riusciva ad afferrare in modo semplice e intuitivo la complessità del quadro. Almeno a grandi linee. Quelle che, a una platea piuttosto numerosa di elettori, assai quindi più maturi di me, non foss’altro per ragioni anagrafiche, sarebbero emerse come sufficienti per recarsi alle urne e compiere una scelta, tutto sommato, consapevole.

Oggi non è altrettanto agevole spiegare a mia figlia all’ultimo anno della scuola primaria, che pure capisce molte più cose di quante ne comprendessi io alla sua età, la politica. E’ perfino difficile immaginare da dove iniziare. Destra e sinistra sono termini assai più labili di quanto non fosse trenta e più anni fa. Ancora all’epoca, la faglia divisoria principale si situava in mezzo a due campi chiari: il lavoro e il capitale. Chi era di sinistra cercava di spostare i rapporti di forza a favore del primo, e viceversa.

Poi c’era l’influenza religiosa. Chi militava nella Dc, obbedendo alle indicazioni del clero, si opponeva, pur con mille distinzioni e particolarità, al divorzio e all’aborto. L’opposto facevano i laici, più alcuni dissidenti cattolici. Non erano ancora presenti nel dibattito politico il tema dell’eutanasia, né quello delle unioni tra persone dello stesso sesso. Men che meno la questione dell’utilizzo degli embrioni o dell’utero in affitto, che non risultavano nemmeno attuali scientificamente.

Questo sistema che, molto succintamente e a rischio di una enorme semplificazione, ho descritto, rendeva semplice scegliere. I partiti erano ideologici e, a seconda delle convinzioni, la scelta della propria collocazione risultava quasi automatica. Forse per tale motivo, per decenni, in Italia si potevano registrare percentuali altissime di partecipazione alle elezioni, in un contesto nel quale gli spostamenti del voto tra i partiti risultavano peraltro molto contenuti.

Oggi dovessi appunto esporre a mia figlia cosa distingue i vari schieramenti, avrei certamente vita più dura di mio padre. Non so fino a che punto abbiano ancora senso termini come riformista, conservatore, moderato, radicale. Comprendo perciò come, a volta, si faccia strada la tentazione di pensare che contestualmente alla morte delle ideologie, ovvero i dogmi che in qualche modo giustificavano l’attività dei partiti nel XX secolo, anche gli ideali siano evaporati.

E allora il tema diventa proprio questo: è ancora possibile pensare ad una politica fondata su valori di sviluppo e progresso umano e non sulla ricerca, quando va bene, di una mera efficienza economico/amministrativa e, quando invece va male, sui rapporti di potere, potere braccato in quanto tale?

Non è facile rispondere. Quando ero piccolo, intere generazioni si erano formate a sinistra sui libri di Karl Marx e degli autori socialisti oppure, in opposizione, nel perimetro del cristianesimo democratico, sui testi dei personalisti francesi – uno per tutti “Umanesimo integrale” (Humanisme intégral) di Jacques Maritain – e sulle encicliche sociali della Chiesa. Ovviamente i laici e liberali, avevano a loro volta dei riferimenti molto importanti, penso a intellettuali della caratura di Piero Gobetti, Benedetto Croce, Ernesto Rossi.

Una prima difficoltà sta proprio in questo. Se oggi un giovane che si affaccia sul mondo ci chiedesse di consigliargli un libro, non per approfondire, ma per iniziare a formarsi un’opinione strutturata sul significato della politica e sugli orientamenti preferibili, almeno io personalmente avrei difficoltà non marginali nel guidare la sua scelta.

Qualcuno potrebbe suggerire la Costituzione, il supremo patto tra i cittadini e tra i cittadini e lo stato. E forse un simile suggerimento un senso l’avrebbe pure. Ma io ritengo che la legge fondamentale presenti, assieme a indubbi pregi, notevoli limiti ed artifici retorici privi di costrutto reale. Basti fare mente locale sull’enfasi sul lavoro, addirittura assurto a fondamento della Repubblica democratica, cui non è mai corrisposto nulla di concreto, al di là delle parole di circostanza. E’ sufficiente pensare al’elevatissima disoccupazione giovanile per rendersene conto facilmente.

Di istinto mi verrebbe quindi da ricorrere alla “Società aperta e i suoi nemici” di Karl Popper, o “Una teoria della giustizia” di Jhon Rawls. Ma non sono testi dai quale possa scaturire un approccio semplice. Nemmeno “La Repubblica” di Platone potrebbe svolgere probabilmente un simile compito. Insomma, non è così comodo farlo per chi non sa nulla o quasi.

Su quali valori, testi, percorsi concreti far avviare oggi un ragazzo che si voglia accostare alla politica? Domanda semplice. Risposta affatto scontata. Perché l’impressione di trovarsi in una notte dove tutte le vacche, almeno in superficie, appaiono scure esiste. Anche le tradizionali agenzie formative, un tempo le parrocchie piuttosto che le associazioni di tendenza svolgevano una funzione pedagogica in tal senso, sembrano passarsela piuttosto male.

Mancano perfino parole adeguate. Cosa intendiamo oggi, nel 2016, quando disquisiamo di libertà, uguaglianza, giustizia, solidarietà? Sappiamo ancora delinearne in modo preciso, non indefinito, i costrutti? Oppure sacrifichiamo le idee sull’altare della personalizzazione, per cui si sceglie il leader che ci ispira maggiormente, in modo non troppo dipendente dalla proposta politica?

Sarebbe interessante discuterne. Provare a ricercare un ethos sul quale fondare la partecipazione civile nel XXI secolo, senza che questo prefiguri una concezione etica delle istituzioni. Anche per evitare rischi involutivi sempre presenti, come l’apatia crescente nei confronti dello stato e delle istituzioni democratiche, che prima o dopo, rischia di condurre ad approdi illiberali.

Sarà a causa di questi pensieri che mi ritornano alla mente le parole di Mino Martinazzoli, ultimo segretario della Democrazia Cristiana. Egli intuì, prima di altri, il pericoloso declino della tensione ideale che avrebbe caratterizzato i tempi presenti. L’avvocato bresciano intravedeva il rischio, dopo il crollo delle ideologie, in specie quelle totalitarie che tanto avevano determinato la vita dei popoli nel XX secolo, col corollario di guerre devastanti e di confronti rischiosissimi, di un brusco passaggio dal tutto della politica, al niente della politica.

Ciò nonostante, esortava però, lui intellettuale amletico e raffinato, spesso erroneamente associato ad un’indole pessimista e rinunciataria, a non scoraggiarsi, anzi ad agire. «La politica riconquisterà la sua persuasione e la sua necessità per una calma intelligenza degli avvenimenti, per una pacata attitudine ordinatrice, per una tempestiva sensibilità degli annunci lontani, per una sagace intuizione dei nessi e delle relazioni, per la pazienza di un’attesa, per una volitiva percezione dell’occasione e del consenso. Per noi non c’è che tentare, il resto non ci riguarda».

Tentare. Questo alla fine vorremmo provare a fare, spezzando le catene dell’afasia, con le nostre modeste forze. Anche da un piccolo blog di provincia, come quello di Appunti Alessandrini.

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5 thoughts on “Politica

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