Accorpare i piccoli Comuni: obbligo o scelta?

Carlo Baviera

comSi discute di accorpare i piccoli Comuni. In diverse parti, soprattutto in Piemonte dove su 1202 Comuni 1064 hanno meno di 5000 abitanti. E anche nel Monferrato casalese la discussione si è animata.

In uno scritto dell’IFEL – Istituto per la Finanza e l’Economia Locale – Fondazione Anci  si legge che, “Non ci sarà scampo per i piccoli comuni, perché per poter esistere un municipio dovrà avere almeno 5 mila abitanti. Chi ne ha meno dovrà fondersi, altrimenti ci penseranno le Regioni a intervenire d’imperio per accorpare i comuni. E se non lo faranno, i governatori rischieranno il taglio dei trasferimenti”. Questa è ciò che si prevede in una proposta di legge, già assegnata alla commissione affari costituzionali della Camera. Negli ultimi anni si è ricorso a incentivi, a suggerimenti  di associazionismo spontaneo, alle fusioni forzose.

Salvo eccezioni, sembra  fallito o molto accidentato e lento il processo di accorpamento e fusione; tutt’al più si è provveduto ad associare le funzioni. C’è chi ha ragionato su come superare modelli coercitivi “favorendo invece processi di aggregazione dal basso, sulla base di ambiti ottimali anche su base provinciale (come proposto dall’Anci, ma la soluzione non convince molti piccoli comuni), e mentre la legge di stabilità 2016 raddoppiava i contributi per le unioni e le fusioni «spontanee»”; invece c’è chi insiste sulle «dimensioni ottimali» della fascia demografica tra 5.000 e 10.000 abitanti per consentire il mantenimento di una dimensione a misura d’uomo, servizi efficienti e ottimizzazione delle risorse.

Non ho alcun titolo, se non quello di cittadino interessato alla cosa pubblica, per dire la mia su un argomento non secondario.

A Casale Monferrato si discute se accettare la fusione, per incorporazione, richiesta dal Comune di Camagna; e in quest’ultimo Comune si è sollevata la contrarietà a “sciogliersi” in un centro più grande, divenendo una delle tante frazioni. C’è chi afferma che la proposta delle due amministrazioni abbia “il grande merito di portare all’ordine del giorno un tema di vitale importanza per tutto il nostro territorio: la necessità di una forte aggregazione che non solo metta in comune le diverse e numerose risorse disponibili, ma crei anche una massa critica in grado di ottenere, almeno in parte, i tanti servizi persi”.

Fare massa critica è importante sia per l’attuale debolezza del circondario, sia per evitare (o contrapporsi a) un possibile neocentralismo regionale a seguito della riforma, e sostanziale sparimento, delle Province.

Mentre, per contro, ce chi ritiene che “sopprimere” Comuni non sia affatto cosa positiva, al di là dei vantaggi economici previsti. Piuttosto, si dice, si costruiscano Unioni vere, numericamente forti fra Comuni di dimensioni equivalenti; e non il retrocedere a frazione di una città più grande una comunità con storia e identità proprie.

Il problema, infatti, è come riuscire a superare la polverizzazione di municipalità con pochissime centinaia di anime e, nello stesso tempo, salvare le comunità che sono preesistenti allo Stato stesso (Tocqueville diceva che le comunità le ha create Dio, mentre gli Stati sono opera degli uomini). Come trovare una soluzione equilibrata e condivisa dai cittadini per mantenere più efficace ed efficiente l’attività amministrativa senza pesare eccessivamente dal punto di vista impositivo, evitando sprechi e duplicazioni, rafforzando i servizi, non disperdendo risorse.

Da anni si parla, ma senza una qualche sollecitazione è poco probabile che qualcuno rinunci alla propria identità per gettarsi in una esperienza nuova. Tutti siamo legati alle nostre radici. La Riforma delle autonomie locali aveva già indirizzato verso consorzi, collaborazioni e unioni di vario tipo, in particolare per la messa in comune di una serie di servizi. Sostanzialmente, però, la parcellizzazione dei municipi è rimasta al palo, mentre le difficoltà gestionali, finanziarie, e di governo di alcune problematiche sono esplose: pensiamo alla denatalità, all’invecchiamento della popolazione, all’aumentata presenza di stranieri, al sempre maggiore costo di manutenzione di strade e servizi vari e a quello del personale, alla necessità di dotarsi si programmi informatici ed estendere la banda larga.

Ci troviamo anche in una stagione di tagli, ristrutturazioni, riduzioni, accorpamenti: pensiamo alla Province, ad una serie di Enti Pubblici e Uffici decentrati dello Stato, alle Municipalizzate. Il governo di area vasta a chi è consegnato? Chi rappresenta gli enti locali di un area socio economica o circondariale? Quale l’organizzazione “democratica” che tiene insieme i Comuni e che li porta a collaborare?

Perciò è “naturale” è “logico” riuscire ad avere Comuni non al di sotto di certi numeri, tendenzialmente rappresentativi di una popolazione numericamente accettabile. Ciò deve avvenire trovando un equilibrio, inventando modalità istituzionali. Sollecitare i Comuni ad unirsi mettendo insieme le gestioni, salvaguardandone la rappresentanza all’interno degli organi decisionali, e garantendo servizi decentrati e la tutela della storia di ogni comunità. Ovviamente questo deve avvenire fra pari, e non con un grosso comune che ingloba quelli più piccoli: altrimenti ci si sente conquistati e assorbiti.

Fare le riforme, compresa quella di ridurre il numero dei Comuni, mi pare richieda di procedere coinvolgendo le comunità; e unirsi non solo per risparmiare o per motivi di bassa concretezza, ma soprattutto costruendo un progetto, aumentando la partecipazione, dando voce alle periferie, avvicinando i servizi, dimostrando che c’è un guadagno e non i soliti tagli, le solite centralizzazioni.

Intanto, per tornare al casalese, tutto sarà lasciato alla decisione popolare attraverso ad un  referendum. Sarà solo consultivo, pare a settembre; e i due Sindaci hanno promesso che in caso di esito negativo il progetto non andrà avanti. Sarà una bella occasione per ritornare a parlare di questioni anche un poco più importanti che le solite discussioni su argomenti di poco conto. L’importante sarà dibattere guardando al futuro dei nostri territori e non solo con lo sguardo rivolto al passato e con la nostalgia di chi teme di perdere sicurezze.

E ancora una volta, guardare al futuro, è pensare che Organismi come i Comprensori avrebbero facilitato tante problematiche ancora irrisolte. Invece, anche allora (sono ormai 30 anni) si è voluto “chiudere” un’esperienza utile.

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One thought on “Accorpare i piccoli Comuni: obbligo o scelta?

  1. Io vivo in un paese di 330 abitanti e se il mio Comune venisse sciolto pretendere i la soppressione di Comune e Provincia di Monza che sono senza soluzione di continuità con Milano.
    Per arrivare a 5 mila abitanti dovremmo, nella mia zona, far sparire una decina di Comuni anche distanti 20 km e che sono Comuni da un migliaio di anni.
    Ogni territorio è peculiare e il Piemonte ha una configurazione dove i Comuni sono piccoli. È sufficiente amministrare bene e consorziare i servizi. Perché gli italiani sanno solo distruggere e non riescono mai a cominciare un discorso con “facciamo” preferendo “cancelliamo, togliamo, eliminiamo”?
    Il Monferrato tutto è una culla di piccoli Comuni il cui costo è perfettamente equilibrato se si amministra bene e si consorziano i servizi. Senza i Comuni perdiamo ulteriori servizi e finiamo di demolire quello che le generazioni precedenti hanno impiegato mille anni a costruire.

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