Padre Camilo Torres, prete guerrigliero

Giorgio Barberis

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Sono passati esattamente cinquant’anni dalla morte di Padre Camilo Torres Restrepo, il sacerdote e sociologo colombiano che scelse la lotta armata per realizzare gli ideali del suo cristianesimo radicale. Cadde in uno scontro a fuoco con le unità antiguerriglia il 15 febbraio 1966, in una fattoria presso Patio Cemento, nel Dipartimento di Santander, in una Colombia devastata, allora e per tutti gli anni successivi, da un conflitto sociale, politico e militare di proporzioni immani.

Qualcuno si è ricordato di questo anniversario. Non tanti, per la verità, in particolare  nel nostro Paese, che non brilla certo per la vivacità, l’acume e il coraggio del proprio sistema mediatico. Eppure quella di Camilo Torres, pur nella sua ambivalenza, è una figura di straordinario interesse, che penso sia utile riproporre con forza all’attenzione del nostro tempo inquieto. La sua vicenda personale attraversa sia il periodo di più aspra contrapposizione ideologica tra Usa e Urss, che ha fortemente condizionato anche la storia dell’America del Sud, sia l’epifania della Teologia della Liberazione, che ha segnato in profondità il Continente latinoamericano e ha nell’attuale papato un’occasione di rinnovata considerazione. La sua controversa scelta di campo, che è giunta a far incontrare il messaggio evangelico di pace e di amore con la lotta armata (o forse è meglio dire con la resistenza armata), è comunque, come dirò oltre, una sfida posta alla nostra epoca, connotata da insostenibili squilibri.

Nato a Bogotá il 3 febbraio 1929 da Calixto Torres Umaña e da Isabel Restrepo Gaviria, appartenenti all’alta borghesia liberale, Camilo compie un percorso di formazione molto qualificato, sia prima di essere ordinato sacerdote (nel 1954, dopo sette anni di studio nel Seminario Teologico della capitale colombiana), sia successivamente, con un periodo di perfezionamento – in particolare in ambito sociologico – nella prestigiosa Università cattolica di Lovanio. Profondamente interessato alla realtà politica, economica e sociale del proprio Paese, lacerato da insopportabili disuguaglianze, egli inizia progressivamente ad occuparsi della questione della povertà e della giustizia sociale, sposando la causa dei poveri e degli oppressi. Nel 1958 diventa dottore in sociologia con una tesi dal titolo Un approccio statistico alla realtà socio-economica di Bogotà, lavoro pionieristico sulla sociologia urbana in America latina, che sarà pubblicato negli anni Ottanta. Dopo il ritorno in Colombia, nel 1959 è nominato cappellano dell’Università Statale di Bogotà e fonda, insieme a Orlando Fals Borda, la facoltà di Sociologia, sviluppando lavori di ricerca e di azione sociale, soprattutto nei quartieri popolari e operai della capitale.

Per il rapido radicalizzarsi delle proprie convinzioni, Torres entra in contrasto con la gerarchia clericale (lasciando il sacerdozio), e pubblica un suo ‘programma politico’, partecipando a numerosi comizi e presentando una Plataforma para un movimiento di unitad popular e poi una Plataforma del Frente Unido del Pueblo colombiano. Nel luglio del 1965 incontra clandestinamente Fabio Varquez Castano, leader dell’Ejercito de Liberacion Nacional (Eln), formazione guevarista costituitasi nel 1964 sul modello del movimento cubano M-26-7, in alternativa alle Farc (Fuerzas Armadas Revolucionnarias de Colombia), vicine al Partito comunista colombiano.

Nell’agosto del 1965, Camilo inizia la pubblicazione del settimanale “Frente Unido”, in cui affronta i temi del rapporto tra cristianesimo e rivoluzione, la prospettiva del pensiero marxista, l’analisi critica dell’oligarchia, la questione contadina, sindacale, femminile, studentesca. In novembre, dopo aver partecipato in prima linea a manifestazioni antigovernative,  si unisce all’Eln, scegliendo la lotta armata e rivolgendo al popolo colombiano un vibrante Proclama. Per reazione alle clamorose disparità economiche e sociali di una Colombia e di un continente latinoamericano nelle mani di potenti e inscalfibili oligarchie, il Manifesto di Simacota (documento fondativo dell’ Eln, del gennaio del 1965) chiedeva a gran voce la riforma agraria, profondi cambiamenti nel sistema di istruzione, di credito, di sviluppo territoriale ed economico, un piano nazionale di salute pubblica, autentica libertà di pensiero e di culto, rispetto della cultura indigena, formazione di un esercito popolare, affrancamento della politica estera dall’ingombrante “tutela” statunitense e il potere sottratto all’oligarchia e consegnato alle classi popolari per la realizzazione di una democrazia partecipata. Le parole d’ordine di Camilo Torres, che per dar loro concretezza opta appunto per la via delle armi, cadendo però sotto i colpi dell’esercito regolare nel suo primo scontro a fuoco.

Nel pensiero e nelle concrete scelte di vita del prete guerrigliero la passione e il rigore per lo studio e per l’analisi dei dati (in una Colombia nella quale poco più del 3% dei proprietari terrieri possiede più del 60% della superficie agraria, una ventina di famiglie detiene il 40% del reddito nazionale, l’istruzione esclude metà della popolazione scolastica dalla formazione primaria e più del 95% dagli studi superiori, e in cui la politica di presunto sostegno da parte degli Stati Uniti non fa che moltiplicare debiti e sperequazioni) si sposano presto, e con un vincolo più che saldo, con un cristianesimo radicale che presuppone la creazione di una società giusta ed egualitaria già sulla Terra, a immagine e somiglianza del Regno di Dio.

La lotta contro l’imperialismo nordamericano e l’oligarchia dominante, che passa attraverso l’aggregazione delle masse oppresse in tutti i settori del Paese, è un imperativo etico, al quale il cristiano non può sottrarsi: per combattere l’ingiustizia, i veri fedeli di Cristo non solo possono partecipare alla rivoluzione, ma hanno l’obbligo morale di farlo [La revolución, imperativo cristiano, 1965], e la Chiesa deve condannare con nettezza gli abusi e gli eccessi del capitalismo, evitando ambiguità e posizioni di comodo.

Il cammino di Camilo Torres, che oggi possiamo ricostruire mediante vari scritti e testimonianze (non ancora sufficienti, però, almeno a mio parere, per un autore di tale portata), si interrompe troppo presto. Nel primo scontro armato in cui partecipa in qualità di miliziano dell’eln, come già ricordato, viene ucciso – nel febbraio del 1966 – in un’imboscata dalle truppe governative, precisamente dalla Quinta Brigata di Bucaramanga guidata dal colonnello Alvaro Valencia Tovar. Lo stesso colonnello Tovar riferirà anni dopo di aver disposto la sepoltura di Torres in un luogo non definito nel cimitero militare di Bucaramanga. Oggi, come riportato dal giornalista Alver Metalli sul sito Terradamerica, l’Eln ha chiesto al Governo colombiano, nell’ambito dei negoziati per giungere alla pace dopo vari decenni di guerra civile tra lo Stato e le guerriglie marxiste, la restituzione del corpo di Camilo, e ai vescovi colombiani la restituzione della sua dignità sacerdotale.

In effetti, in tempi recenti – come ricorda, in una testimonianza ancora inedita [sarà pubblicata nel vol.iv dell’opera collettanea Altronovecento], padre François Houtart, sacerdote belga legato a Helder Camara e allo stesso Torres – l’arcivescovo di Cali, Darío de Jesús Monsalve Mejía, è intervenuto pubblicamente a sostegno della riabilitazione e della valorizzazione della figura di Camilo Torres, ne ha celebrato la memoria in un’occasione ufficiale (il 15 novembre 2015), e nella rivista dell’arcidiocesi è addirittura apparso un contributo dal titolo Camilo ieri e oggi, segno di riconciliazione («Cuadernos ciudadanos – Observatorio de realidades sociales», n. 5, novembre 2015, p. 8), in cui si leggono queste parole dell’alto prelato: «Il sacerdote Camilo Torres Restrepo, sottoposto nei suoi resti mortali al segreto di Stato, nell’influenza del suo pensiero cristiano al silenzio della Chiesa e nel suo nome allo stigma della guerriglia, ha molto da dare e da insegnare a una Colombia proiettata verso la riconciliazione, la verità, la giustizia transizionale e la pace».

Al di là della vicenda postuma di Torres, in effetti, è bene guardare con grande attenzione ai negoziati di pace in corso tra governo colombiano e guerriglie (il cosiddetto Plan Colombia), che dal 2012 si vanno intensificando e sembrano giungere alla fase finale. Il Presidente Manuel Santos, ancora una volta sotto la tutela degli Stati Uniti (fortunatamente pacifica in questa contingenza storica), vuole concludere una pace duratura con la guerriglia comunista e guevarista, promettendo un rafforzamento dello Stato di diritto, della giustizia e delle economie rurali. La pace è certamente auspicabile, ma le disuguaglianze enormi restano intatte, e anzi aumentano. Non solo in Colombia, con tutta evidenza.

E allora, perché non riscoprire e rivalutare compiutamente quell’afflato rivoluzionario che aveva guidato Padre Camilo Torres? In un mondo violento ed iniquo, come quello a cui ci condanna l’iperliberismo globale, si può negare agli oppressi il diritto di resistenza? E fino a dove può condurre questo “diritto”? Qual è il livello sopportabile di ingiustizia? Quale la soglia che non può essere oltrepassata? E che fare nel caso in cui questo limite sia violato? Quanto centrale è il concetto di giustizia nel messaggio evangelico, e quanto e in che misura si compenetra o si distingue da quello di amore e misericordia? Il messaggio di Cristo non è forse, oltre a promessa di vita eterna, in sé fondamento di emancipazione e di libertà? E allora, a fronte di un modello di sviluppo così palesemente e oscenamente iniquo e insostenibile, non c’è bisogno anzitutto di una radicale trasformazione delle strutture sociali? E quindi di resistenza, di rivolta, di lotta? Di figure esemplari come quella di Camilo Torres?

In lui emerge sempre con nettezza l’alternativa di fondo: Liberazione o morte, che – per inciso – è anche il titolo di una piccola ma preziosa antologia di suoi testi tradotti in italiano e pubblicati da Feltrinelli nel 1968. Pagine e cronache di un altro tempo e di un altro mondo, e che pure è ancora il nostro mondo. Sempre nette anche le sue parole, nei discorsi pubblici e nei documenti personali. In uno di questi, citato da Mons. Germán Guzmán, si legge ad esempio: «Sono rivoluzionario come colombiano, come sociologo, come cristiano e come sacerdote. Come colombiano perché non posso restare estraneo alle lotte del mio popolo. Come sociologo, perché attraverso la conoscenza scientifica della realtà sono giunto alla conclusione che non è possibile ottenere soluzioni tecniche efficaci senza una rivoluzione. Come cristiano perché l’essenza del cristianesimo è l’amore verso il prossimo, e soltanto attraverso la rivoluzione si può realizzare il bene della maggioranza. Come sacerdote, perché il dono di se stessi al prossimo richiesto dalla rivoluzione è un requisito di carità fraterna, indispensabile per realizzare il sacrificio della Messa, che non è un’offerta individuale, ma l’offerta di tutto il popolo di Dio per il tramite di Cristo». Chissà come si pone la Chiesa di Francesco di fronte a questa limpida scelta di campo.

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