Opinioni da professorone

Mauro Fornaro

ogeTra gli illustri professori, che ormai pensionati hanno tempo da spendere nei garruli talk show televisivi, è apparso Umberto Galimberti, filosofo e pubblicista, con la sufficienza da vestale del sapere  – come del resto l’altro e più noto professore veneziano –  esercitata nei confronti dei poveretti (gli sfortunati convenuti con lui a dar spettacolo) imprigionati nella caverna dell’ignoranza di platonica memoria. Cultore dapprima di Jaspers in filosofia e di Jung in psicologia, viene ora a ripetere un duplice mantra contro quanti gettano qualche dubbio sui pregi dell’omogenitorialità gay e lesbica, per non parlare degli anatemi contro i “tradizionalisti”,  in forza tra i religiosi cattolici e non. Specie questi ultimi sono .stigmatizzati di bieco materialismo, legati come sarebbero a un arcaico concetto di natura, quando affermano l’irrinunciabilità della genitorialità eterosessuale e denunciano i peccati contro natura di omosessualità e fecondazione eterologa. Il secondo mantra, rivolto sia ai tradizionalisti sia ai più moderati sostenitori di una continuità tra genitorialità biologica e genitorialità affettiva, è che per tirar su bimbi mentalmente sani e felici, conterebbero solo l’amore e la cura dell’adulto, indipendentemente dal sesso dei genitori elettivi, indipendentemente da chi siano i genitori biologici. Come dire che la genitorialità affettiva non solo è necessaria, ma sarebbe altresì sufficiente.

Se la psiche come fonte di amore e di cura per il piccolo funziona comunque a prescindere dal corpo e dai suoi dinamismi, come pare voglia Galimberti, allora lui  è un mentalista: il vecchio dualismo mente/corpo, pur di nobile ascendenza , risulta solo rovesciato in ragione di quale delle due parti si abbraccia (lui la mente, i tradizionalisti il corpo biologico)! Bel guadagno di un filosofo che viene altresì dalla filosofia fenomenologica e dallo junghismo. Ma non c’è da stupirsi:  non è il solo caso in cui il dualismo gettato fuori dalla porta – come da gran parte della stessa cultura teologica e biblica, per non dire della cultura psicologica – torma sottilmente dalla finestra sotto nuove spoglie. Basti pensare alla ventata di iperculturalismo e di costruzionismo sociale del nostro tempo post-moderno, che riduce ogni comportamento umano a mera e cangiante convenzione culturale e linguistica. Riprendiamo le cose con ordine.

Anzitutto è vero che possiamo scindere la continuità tra genitorialità biologica e genitorialità affettiva? Intendo parlare in termini di sviluppo ottimale dei nostri piccoli, dal momento che è pur vero che tanti, privati del o dei genitori biologici, non hanno potuto contare che sull’affetto di terzi: non solo gli orfani o gli abbandonati, ma anche quanti – giusto a proposito di omogenitorialità – sono stati cresciuti da mamma e zia, mamma e nonna per mancanza del padre. A ben vedere sono destini per lo più sfavorevolmente segnati, a meno di sofferti processi compensatori che non a tutti riescono; in ogni caso l’insaziato desiderio di conoscere il “il mio vero padre” o “la mia vera madre” resta una perenne spina nel fianco. Ciascun umano è pur sempre iscritto in una linea generativa-generazionale (oggi sappiamo genetica) che fa di ciascuno il corpo biologico che pur ciascuno è, ed è un corpo proprio con quelle caratteristiche ereditate. (Le quali, per altro, nel bello come nel brutto si proiettano in avanti con le possibilità di salute o di patologie previste dal patrimonio genetico).

Se consideriamo le più accreditate concezioni dello sviluppo psicoaffettivo dell’essere umano vediamo che non v’è soluzione di continuità tra sviluppo biologico e sviluppo della relazione affettiva, specie nelle prime fasi di vita. Anzitutto, abbiamo oggi prove convincenti della valenza anche psichica della relazione gestante-feto: la madre non è un mero contenitore del feto quasi fosse un’incubatrice, ma influenza lo sviluppo biologico e psichico del feto anche con le sue aspettative sul piccolo, nonché con le sue, si spera buone, condizioni psicologiche. Pertanto non è ottimale, a parità di altre e buone condizioni, che il neonato sia cresciuto da persona diversa dalla madre biologica: ne va della continuità psico-biologica. Sul versante poi del funzionamento cerebrale, oltre al noto ruolo di prolattina e ossitocina, ormoni importanti nel favorire l’attaccamento materno, si rileva come nella cura parentale materna si attivino le aree limbiche del cervello – che sono quelle collegate alle reazioni emotive e viscerali – piuttosto che le aree corticali – collegate ai comportamenti coscienti e volontariamente deliberati – come invece accade per lo più nei padri.  Pertanto l’attaccamento genitoriale maschile è certo possibile, ma più fragile, dunque non ottimale se esclusivo nella prima infanzia, età decisiva nel porre le basi della psichicità.

Inoltre, a partire dal pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott, è ampiamente rilevato quanto la relazione corpo corpo tra puerpera e neonato, indi tra madre e infante siano indispensabili per un sano sviluppo psichico: un maschio potrebbe assolvere altrettanto bene a quelle funzioni, a parità di altre condizioni? L’attitudine psicologica al “contenimento” psico-corporeo del piccolo non è forse favorita dall’immagine soggettiva del corpo (schema corporeo) tipicamente propria di una donna rispetto a quella di un uomo? Di più, con lo psicoanalista ed etologo John Bowlby e la sua allieva Ainsworth, famosa per le rigorose ricerche empiriche, l’“attaccamento sicuro” del piccolo alla figura genitoriale è dimostrato esser prodromo di sano sviluppo mentale: le classiche prove sperimentali sui tipi di attaccamento, compiute quasi sempre con la madre, andrebbero ripetute con caregiver gay. Da ultimo non si può dimenticare la rivalutazione in questi ultimi decenni dell’allattamento al seno in ordine a un ottimale sviluppo affettivo e cognitivo del piccolo. Sono teorie e risultati che Galimberti, autore di un fortunato Dizionario (e poi Enciclopedia) di psicologia, dovrebbe ben conoscere.

Certo, cose prima impensabili sono diventate possibili o surrogabili in virtù delle risorse offerte da scienza e tecnica (a partire l’allattamento artificiale), oltre che dalla straordinaria plasticità della psiche umana. Ma se valgono i suddetti elementi di continuità tra relazione biologica e sviluppo psico-affettivo, conseguono evidenti difficoltà per l’omogenitorialità gay : non tutto ciò che è possibile o non nocivo, è ottimale. La natura di per sé non detta cogenti regole di comportamento, è vero, ma la cultura dovrebbe individuare e premiare le tendenze alla crescita e allo sviluppo quali si sono affermate nella nostra storia filo ed ontogenetica: l’omogenitorialità appare allora una strada tutta in salita.

Dietro il dualismo corpo mente, rinato nella forma del completo svincolamento di cultura e psiche dalla natura corporea, oltre alle menzionate correnti costruzionistiche  sta a mio parere un fraintendimento del contributo portato dalla novecentesca filosofia fenomenologica. La quale ha il merito di aver sciolto il dualismo di corpo e mente nell’intrigante dialettica esistenziale tra l’avere un corpo e l’ essere corpo: io sono anche il mio corpo e non solo ho un corpo quale mero oggetto di possesso e dunque suscettibile di indefinita manipolabilità. Il corpo mi si dà soggettivamente come un vissuto di sensazioni, percezioni propriocettive, e attraverso le sensazioni e le percezioni corporee colgo pure la realtà a me esterna. Ma la supremazia, dal punto di vista della mente e dell’autocoscienza, del corpo come vissuto corporeo (ciò che i tedeschi chiamano Leib) non toglie che il corpo biologico, il corpo oggettivo (che il tedeschi chiamano Koerper) continui ad esserci; anzi esso mi appelli con le sue istante fisiologiche, che posso sentire anche estranee, con le sue spinte pulsionali, ormonali, che in prima istanza subisco passivamente e in seconda istanza cerco in qualche modo di elaborare e risolvere (certo con la mediazione di educazione e cultura). E questo corpo oggettivo è la “natura”, intesa come la datità materiale e biologica entro cui ciascuno già si trova ad esistere; ma la natura secondo il suo etimo (da nascor) indica generatività, dinamismo, al pari dell’etimo di materia (da mater) cui spesso essa è associata. Pertanto entrambe, natura e materia, andrebbe intese plasticamente come virtualità, potenzialità aperte allo sviluppo, in coerenza per altro con la nostra storia filo ed ontogenetica. Sta allora all’intelligenza e alla cultura umane sceverare criticamente le virtualità di crescita presenti in natura, per riassumerle e rilanciarle in un progetto che davvero vada oltre, anziché illudersi di poter mettere tra parentesi la natura e la materia che pur anche siamo.

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