La brutta addormentata…

Bartolomeo Berello

Alessandria

L’idea di ricorrere a un titolo che richiami quello della famosa fiaba nasce forse dall’attesa del lieto fine che, pur passando attraverso avventure pericolose e situazioni difficili, accompagna i racconti destinati ai più piccoli.

Avrete già capito che sto parlando della nostra città, “brutta” per frequente autodefinizione e “addormentata” per palese evidenza, tanto da farla sembrare ad alcuni in stato di coma, più o meno profondo.

Anche gli indicatori parlano chiaro: nella graduatoria della qualità della vita, Alessandria occupa le posizioni di coda tra le provincie del Nord Italia e il dissesto finanziario del Comune cittadino è stato certificato. Per carità di patria, possiamo fermarci qui, senza infierire riportando altri giudizi.

Eppure, come nella favola, c’è stato un tempo in cui la “principessa” era bella e ammirata: io vivevo altrove ma ricordo le descrizioni di una città fiorita e vivace in molti campi. Mi torna alla mente un aneddoto risalente alla fine degli anni 60 del secolo scorso. Siamo al momento della scelta del sito in cui costruire un nuovo stabilimento produttivo (sto parlando della Michelin e del suo momento di espansione nella nostra regione): le analisi degli addetti ai lavori portano a due opzioni finali pressoché equivalenti dal punto di vista industriale ma il Presidente del Gruppo nota che Alessandria, contrariamente alla località concorrente, dispone di un teatro e questo fa pendere la bilancia a suo favore. Quando mi capita di raccontare questo aneddoto colgo negli interlocutori un velo di scetticismo, che traduco così: chi è responsabile di una multinazionale pensa al profitto, figuriamoci che cosa gli importa del teatro… ma è solo una questione di lungimiranza, perché una città culturalmente vivace attira manager migliori e offre maestranze capaci di migliorarsi.

Tornando alla favola, troviamo una fosca profezia che si avvera: la principessa sarà punta da un fuso e cadrà in un sonno profondo, fino a quando (ben cent’anni dopo) un principe la sveglierà con un bacio.

Fuor di metafora, quale sarà mai stato il fuso che ha reso brutta e addormentata, se non peggio, la nostra città?  Potrà risvegliarsi o è in preda a un coma irreversibile? Ci sono segnali, anche deboli, di risveglio?

Non intendo inoltrarmi in analisi sociologiche, per mancanza di strumenti e competenza, e mi limiterò ad  alcune considerazioni personali. Ma è veramente “brutta” Alessandria? Molti dicono di sì ed io, da alessandrino di adozione, mi permetto di toccare il tema con leggerezza, come lo si fa abitualmente nei discorsi di tutti i giorni. Messi da parte il clima e il verde limitato, che la fanno da padroni nei commenti negativi, vedo emergere un senso di sfiducia che fa percepire l’inquinamento ambientale, la strada dissestata e il degrado come regole e non eccezioni. Ma allora sono gli alessandrini che vedono “brutta” la loro città? Forse non è solo un luogo comune considerarli critici e disfattisti. Ma è davvero così? Non erano forse alessandrini i pionieri che, nel mondo industriale e artigianale del primo dopoguerra, hanno saputo creare e far crescere realtà importanti e rendere il territorio attrattivo anche per investitori stranieri?

E poi, cos’è accaduto? Cito un po’ alla rinfusa alcuni fattori che, a mio modo di vedere, hanno “imbruttito” la città. Partirei dall’alluvione del ’94, una calamità affrontata con prontezza, ma mai seguita da un momento aggregante di rinascita. Forse il fango è peggiore del sisma: non distrugge, ma sembra impigliare anche la volontà di ricostruire. Aggiungerei la sostituzione, almeno in parte, del ceto di imprenditori capaci di investire e rischiare con quello di proprietari immobiliari con la sola preoccupazione di salvaguardare le rendite. Darei anche un peso preponderante alla polarizzazione politica, che alle amministrative cittadine ha prodotto in molti casi protagonisti abili soprattutto a gettar sabbia tra gli ingranaggi del motore degli avversari, spesso incapaci di  rispondere ai veri bisogni della città e privi di una visione sul futuro. Mi rendo conto che quest’ultimo aspetto non è tipicamente alessandrino, ma rispecchia quanto sta succedendo nel nostro Paese. La perdita di passione per la cosa pubblica e la mancanza di interesse la troviamo soprattutto nei giovani, difficili da trovare dove si discute di scelte civiche.

Insomma, se Alessandria si è imbruttita, la stessa cosa è successa al Paese. Ma questa non può essere una consolazione, anche perché l’impegno per migliorare concretamente la qualità del vivere quotidiano nella città in cui si vive dovrebbe appartenere a tutti, non solo a chi ha interessi politici o economici particolari.

Perché i manti stradali devono essere sconnessi? Perché mancano parchi degni di tal nome? Perché non c’è una piscina decente? Perché l’Università non porta con sé vivacità? Perché non ci sono fiori alle finestre? Perché la città è brutta e addormentata?

Io non so dare risposte precise, anche perché – come per molti malanni difficili da curare – i nostri guai hanno molte cause, complesse e intrecciate. Dovranno forse passare i fatidici 100 anni della favola o aspettare un fantomatico traino legato al risveglio del Paese?

Forse no.

Più che una risposta, azzardo un’ipotesi, perché mi è parso di scorgere un movimento, un sussulto, nella nostra ammalata; forse piccolo, ma di quelli che inondano di speranza il cuore di chi vuol bene alla paziente.

Forse, come nella favola, la principessa ha sentito la presenza del principe, bello e buono? Voglio credere che sia così, e questo principe lo chiamo (con nome brutto e poco regale) aggregazione attorno a un’idea positiva, di autostima. Sto parlando della squadra di calcio e della bella avventura nella coppa Italia, un’impresa forse superiore ai meriti della squadra stessa. Sì, la squadra di calcio: un gruppo di giovani che penso conoscano poco della città, con allenatore e un presidente venuti da fuori, ma una squadra capace di un percorso insperato ed esaltante. Mi avessero chiesto una previsione sulla reazione alessandrina di fronte a un successo di tal genere, avrei optato per un sentimento generale di scetticismo, condito da battute varie sulla dea bendata… E invece no. La reazione entusiastica ha coinvolto anche chi di calcio non si è mai occupato, come se all’improvviso si fosse scoperto che siamo capaci di appassionarci a qualcosa di nostro, e il “grigio” si è arricchito di riflessi argentei. Perché il blasone dell’atteso principe non sta nei risultati sportivi ma nella reazione che ha saputo suscitare negli alessandrini. Non si sono più visti l’indifferenza e il disincanto, ma un’intera città ha vissuto l’entusiasmo di un momento, pur sapendo impossibile l’impresa. L’amore per la squadra, commovente anche nella sconfitta, occultava l’amore per la città, per troppo tempo tenuto nascosto. La principessa ha sorriso per un istante e mi è parsa bella. Ha sorriso quando ai big match di Torino e Milano – Davide contro Golia – c’era mezza città ad applaudire, nonostante la sconfitta.

Ritornerà il principe? Con altre imprese capaci di svegliare davvero la principessa?

Il pessimista direbbe che interpretare questa reazione della città ai risultati sportivi come prodromica ad altri e ben più importanti “risvegli” è solo un wishful thinking, un pio desiderio fuori dalla realtà.

Eppure… eppure penso a un processo virtuoso, una reazione a catena innescata da progetti semplici ma capaci di catalizzare le energie della città, senza slogan o lunghi discorsi, progetti alimentati dal piacere di fare le cose insieme, capaci di crescere per imitazione positiva, se si iniziano a vedere i risultati.

Già esistono associazioni e gruppi di volontariato che si prefiggono, anche con programmi concreti, il rilancio della città. Quello che ancora non vedo è lo tsunami delle idee e delle volontà, capace di travolgere le resistenze degli scettici. Proviamo a mettere fiori alle finestre? A pulire davanti a casa nostra? A proporre soluzioni a chi governa la città? A parlare di quello che abbiamo fatto con la gente che incontriamo?

Poi ci sarà anche chi coordina le iniziative, perché sappiamo che per giocar bene c’è bisogno di un allenatore all’altezza, ma non è l’allenatore che rende bravi i giocatori. I giocatori in campo siamo noi, gli alessandrini, tutti e non solo qualche volontario. Se riusciamo a darci la forza della convinzione di poter vincere la partita, saremo noi il principe che risveglia la bella addormentata.

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