Concretezza contro Progettualità

Carlo Baviera

Politica-Italiana

E’ iniziata la campagna di primavera: quella elettorale, che coinvolgerà una serie di Amministrazioni locali. E sono iniziate le Primarie per individuare i candidati alla carica di Sindaco, con tutte le polemiche che le accompagnano; anche in questi giorni. Ne approfitto per una riflessione su concretezza e progettualità, termini che si sono anche contrapposti nello scontro politico dei decenni scorsi.

Due termini che riportano ad anni lontani, quando i politici “avvincevano” per la loro capacità di visione, per saper indirizzare verso obbiettivi di sviluppo, per organizzare le scelte governative o amministrative in una prospettiva generale e non provincialistica; mentre altri sapevano imporsi per la concretezza, per l’essere coi piedi per terra, per pensare soprattutto alle soluzioni per i problemi di tutti i giorni.

I due gruppi, cataloghiamoli in questo modo semplicistico, però sapevano mantenere un collegamento con le persone, con le realtà sociali; stavano con la gente e ne erano rappresentanti reali. Per usare una frase che Papa Francesco rivolge ai Pastori, erano politici con “l’odore” del popolo.

E poiché erano arrivati a svolger la funzione di Sindaco o di Parlamentare e Ministro dopo una selezione attraverso l’impegno, lo studio, il sacrificio, sapevano anche mediare tra le diverse esigenze. I “concreti”, i pragmatici, sapevano dare significato al loro lavoro, inquadrarlo in un ideale e in una prospettiva. Mentre quanti “pensavano in grande” e intendevano coniugare il loro impegno e le loro scelte in un disegno organico, supportato da cultura e progettualità, non erano anime belle sganciate dalla realtà: ma sapevano tenere conto della realtà, delle questioni concrete.

Un tempo lontano, si diceva. Oggi la selezione della classe politica è fatta più alla svelta, è più emotiva, avviene attingendo alla società civile: persone non sempre preparate “all’arte della politica”. Gli errori e il degrado della politica hanno generato sfiducia nei partiti, nei politici. Si tende a rincorrere i movimenti di protesta, i gruppi campanilistici o corporativi. Abbiamo una società sfilacciata difficile da accontentare; troppi interessi tra loro contrapposti o contradditori rispetto ad un percorso con una logica precisa.

In più l’insinuarsi del malaffare e della corruzione nel settore pubblico anche nel Nord del Paese ha scassato le Istituzioni, e reso debole e ricattabile chi le gestisce o intende amministrare. Appalti che sono stati messi sotto osservazione dalla Magistratura, aree degradate per i traffici dei rifiuti, inquinamento di terreni per l’uso indiscriminato di prodotti chimici, ritardi nelle opere pubbliche che fanno lievitare i costi.

A ciò si aggiunga una serie di decisioni tendenti a tagliare i costi e razionalizzare (non entro nel merito se giusti o sbagliati) che hanno come conseguenza l’indebolimento/isolamento di aree comprensoriali che vedono sparire Servizi, presenza di Uffici periferici dello Stato, trasporti, offerta scolastica o sanitaria. Indebolimento che obbliga gli amministratori locali o a ribellarsi e protestare, con il rischio di essere isolati ancor più, anche dalla propria parte politica, oppure a passare per complice e succube delle decisioni superiori. A meno di avere qualche “protettore” a livello Regionale o di Governo che intervenga con fondi e misure specifiche per rafforzare quel territorio, garantendo il suo sviluppo: favoritismi campanilistici.

Concludendo, la difficoltà del momento è che si corre il rischio (anche a fronte di una classe politica molte volte improvvisata) di concentrarsi nel rincorrere il consenso e perciò di assecondare più del dovuto la concretezza, il presente; perdendo di vista la progettualità, il disegno di Città o di territorio che si vuole realizzare.

Le scelte ambientali, urbanistiche, turistiche, assistenziali, industriali, culturali saranno fatte in una logica ristretta, di corto respiro, anziché inserite in una visione più complessiva, in una prospettiva in cui lo sviluppo deve essere diverso rispetto al passato, che deve chiedere alcuni sacrifici; convincersi che la sicurezza è legata  all’inclusione e alla convivenza, che sviluppare attività culturali non è solo per le classi colte o un’optional ma serve all’economia, che il turismo inizia dalla consapevolezza nostra di essere accoglienti, di offrire una città pulita e ordinata, e che serve la capacità di conciliare i tempi di lavoro e quelli della famiglia, e sostenere le famiglie con figli pensando anche ad invertire il declino demografico.

Tutte cose che rischiano ancora di restare al palo se i partiti e movimenti politici non sapranno ritornare ad essere legati ad una rete più generale, ad una prospettiva e proposta politico/amministrativa che porti le città e i territori a collaborare anziché competere (se ha avuto un senso qualche anno fa, lo ha avuto per sollecitare a pensare in grande, a svegliarsi dal torpore dei bilanci finanziati a piè di lista); e rilanciare, nei modi richiesti dalla società degli anni 2000, la partecipazione popolare, individuando canali corretti e continui di comunicazione. Se insieme alla competenza dei tecnici e dei manager non tornerà l’impegno dei cittadini, il loro coinvolgimento, la loro presenza.

Soprattutto che si sappia risanare dal malcostume con il massimo di trasparenza, vigilare sul rispetto delle incompatibilità non solo formali; e quando occorre, avere una classe politica locale che sappia stare con la schiena dritta e difendere, senza opporsi al rigore e al taglio degli sprechi, la presenza dei Servizi efficienti nelle città medio piccole (Scuole, Ospedale, Stazione e collegamenti ferroviari, Tribunale, Polizia, Carabinieri).

A meno che non si voglia favorire lo sviluppo ulteriore di liste civiche casuali e unite solo da protesta o rivendicazione. Che rappresenterebbe il definitivo declino di una seria prospettiva di rilancio della politica, anche locale.

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