Partigiani e/o resistenti

Gian Piero Armano

cop-Ercole-Ongaro-Resistenza-nonviolentaSerata quanto mai importante e confortante, per la presenza di parecchi giovani, quella del 3 marzo a “Cultura e Sviluppo” in Alessandria durante la quale l’Associazione “Memoria della Benedicta” ha dato occasione di riflettere su un argomento talvolta volutamente taciuto e cioè la “Resistenza nonviolenta”, che invece merita attenzione per capire di più e meglio il clima e gli avvenimenti drammatici degli ultimi due anni della 2^guerra mondiale in Italia.

Lo spunto per riflettere è stato dato da Ercole Ongaro che ha presentato il contenuto del suo libro edito nel 2013, Resistenza nonviolenta 1943-45, la prima storia della resistenza non armata e non violenta in Italia.

Ongaro, direttore dell’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Lodi, nel suo intervento ha iniziato esaminando quale memoria della Resistenza abbiamo oggi, una memoria talvolta riduttiva ed incompleta perchè si ferma a considerare l’esperienza resistenziale al fascismo e al nazifascismo come lotta armata fatta di atti eroici, di tragedie ed eccidi, di partigiani che hanno imbracciato le armi. Ma è andato oltre, considerando e documentando come esperienza resistenziale l’aiuto dato dalla popolazione ai soldati in fuga dopo l’8 settembre 1943, agli ex-prigionieri alleati, agli ebrei; ha considerato anche le lotte nelle fabbriche, nelle campagne, nella scuola; la resistenza degli internati militari nei campi nazisti, dei deportati razziali e politici, dei renitenti alla leva, il ruolo della stampa clandestina e dei comitati di liberazione nazionale. E, aspetto non trascurabile anche se taciuto nei primi anni del dopoguerra, l’azione delle donne che hanno fatto di tutto per impedire che i propri figli renitenti  ai vari bandi di mobilitazione, finissero in Germania o venissero condannati a morte, che seppellirono gli uccisi nonostante il divieto delle autorità nazifasciste, che si impegnarono a fare da staffetta per mettere in comunicazione i vari gruppi di partigiani.

Ercole Ongaro, nell’evidenziare l’allargamento dei principali protagonisti della resistenza nonviolenta, ha fatto comprendere e valorizzare la grande partecipazione della popolazione a quella che è stata una rivolta morale e politica che fu la Resistenza. E’ così che i cittadini divennero protagonisti nel 1943-45, non solo i pochi che possedevano una preparazione politica o che avevano imbracciato qualche arma. Molti di più furono i cittadini che, dopo il dramma dell’8 settembre 1943, in una situazione di abbandono, di disorientamento a causa della fuga delle autorità di riferimento, chiamarono in causa la loro coscienza.  E fu un salto qualitativo importante perchè un popolo costretto a stare silenziosamente sottomesso nel ventennio fascista, fece la scelta di ascoltare la propria coscienza, il proprio senso di umanità per aiutare coloro che erano maggiormente in pericolo. E il loro aiuto divenne un rischio, il rischio del carcere e della deportazione o di pagare con la propria vita.

Nel suo intervento Ongaro si è posto la domanda: quale senso, quale significato allora per la lotta resistenziale armata? Riconoscendo il valore della resistenza non armata, civile e nonviolenta, non condanna i partigiani che lottarono con le  armi perchè in quel contesto storico molti decisero di aderire a questa forma di lotta perchè l’aria che si respirava era aria di guerra (la “grande guerra” del 1915-18) inculcata nella mentalità della gente e manipolata dal fascismo per i propri scopi, considerata come unica soluzione dei problemi e dei contrasti tra Stati.

Inoltre bisogna considerare l’influsso che diversi strati di popolazione proletaria ricevettero da ideologie anarchiche e marxiste, che fecero considerare la necessità della resistenza armata: “la guerra e la violenza, pur terribili, erano state il forcipe che aveva aiutato a far nascere quella che la propaganda ideologica presentava come una società nuova…” (p. 286).

Proprio per questo Ongaro ha escluso una scala gerarchica valoriale tra le forme di resistenza nonviolenta e quelle di resistenza armata, perchè “la Resistenza al nazifascismo è stata una sola, interpretata in modi diversi da ciascuna componente politica e sociale, con la propria specificità ideologica e di genere. Bisogna quindi superare la distorsione della narrazione storiografica, sedimentata nell’immaginario collettivo, che fa identificare la Resistenza con la minoranza rappresentata dai partigiani armati ed eclissa la grande maggioranza rappresentata da tutti quei resistenti che non hanno  fatto ricorso alle armi” (p. 21).

Ongaro ha spiegato in quali condizioni molti partigiani hanno deciso per la lotta armata, anche se le armi le usarono il meno possibile, parecchi addirittura parteciparono senza usarle mai. E la conferma di questo mi è stata data anche da alcuni partigiani coinvolti nella vicenda della Benedicta, i quali, dopo l’eccidio dei primi giorni di aprile 1944, si preoccuparono che non avvenissero vendette e facili uccisioni, per non sconvolgere ulteriormente la vita dei paesi circostanti, già duramente provata dai lunghi anni di guerra. I partigiani della lotta armata sapevano che l’uso delle armi, sebbene giustificabile per necessità, rischiava molto di disumanizzare le persone.

Ongaro ha fatto cadere la identificazione della Resistenza con i partigiani della lotta armata, introducendo come categoria interpretativa quella del “resistente” che comprende sia coloro che hanno impugnato le armi (e furono pochi), sia coloro che non le impugnarono (e furono la maggioranza), valorizzandoli insieme, senza gerarchizzare gli uni rispetto agli altri, ciò che purtroppo è avvenuto nel dopoguerra da parte di alcuni partiti e di alcune associazioni.

In questa prospettiva diversa in cui emerge la partecipazione popolare alla Resistenza nel drammatico biennio 1943-45, si possono alimentare segni di speranza per far rivivere la resistenza di oggi, come impegno per cambiare la situazione in cui ci troviamo: “resistere” è un impegno permanente, che va al di là degli anni e delle vicende storiche. Ogni generazione deve scegliere quali valori, quali ideali deve porsi davanti e deve preoccuparsi di realizzarli.

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One thought on “Partigiani e/o resistenti

  1. Grazie Gian Piero per aver riferito di questo libro e di questo autore. Si sapeva già della collaborazione di parte della popolazione del centro-nord alla resistenza non armata, ma l’introduzione di questa nuova categoria mi sembra fondamentale. Elvio

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