Oscar Romero e il Concilio

Domenicale Agostino Pietrasanta

roMi ha sorpreso:  proprio la sera della partita disputata dai grigi niente meno che a S. Siro, la cosa mi ha sorpreso. Nonostante l’eccezionale evento sportivo, la sala dell’auditorium di S. Baudolino era affollata: il solito pubblico, in tutte, o quasi, le sue componenti era presente per ascoltare mons. Luigi Bettazzi, vescovo già di Ivrea che, al primo degli incontri di quaresima, parlava di un testimone della Misericordia, Oscar Arnulfo Romero, Arcivescovo di S. Salvador dal 1977 ed ucciso dai sicari del regime dittatoriale salvadoregno mentre celebrava l’Eucarestia, nel marzo del 1980.

Il vescovo Bettazzi è l’ultimo dei padri conciliari italiani ancora viventi; nominato vescovo nel 1963 a poco più di trentanove anni partecipò a tre dei quattro periodi conciliari e martedì sera, (1 marzo) ha saputo descrivere lo spirito dei lavori conciliari e proporre un raccordo tra la missione pastorale di Romero e gli esiti del Concilio non solo convincente, ma coinvolgente. Con una serie di episodi, ricordati e presentati con elegante umorismo, con rispetto dei vari protagonisti, anche quando ne ha dichiarato opinioni e proposte non condivise è riuscito a “ricaricare” anche i più pessimisti ormai rassegnati a considerare il Concilio più abrogato che rimosso.

Non voglio farla lunga. Ne è venuto fuori un ritratto a tutto tondo di un Romero che, pur non avendo partecipato all’evento conciliare, (non era all’epoca ancora vescovo) ne ha proposto una ricezione tanto rara, quanto radicale.

Almeno sotto due aspetti fra i tanti che si potrebbero richiamare. Intanto l’idea di Chiesa. Va precisato, per completezza di discorso, e non certo perché la cosa non sia ben nota ai vescovi di oggi, a tutti i sacerdoti ed i devoti fedeli o sedicenti atei, che Romero vescovo dal 1970 era inizialmente “posizionato” coi membri conservatori dell’episcopato salvadoregno (si era laureato a Roma alla “Gregoriana”), tanto che lo stesso governo dittatoriale fu ben contento nel 1977, della sua nomina ad arcivescovo dio S. Salvador. Il nuovo arcivescovo però aveva già constatato, nella pratica pastorale, le condizioni disumane in cui viveva la popolazione della sua patria ed aveva maturato convinzioni precise sulle responsabilità del regime al potere. Dopo l’assassinio del suo amico gesuita padre Rutilio Grande perpetrato dagli squadroni della morte collusi ed appoggiati dalle istituzioni, si confermò nell’idea di un regime non solo dittatoriale, ma repressivo e violento. Cominciarono le sue denunce pubbliche degli atti di violenza e repressione; e poiché sapeva che ciò gli poteva costare la vita dichiarò espressamente che ciò che importava era l’immagine della Chiesa “popolo di Dio”: “…un vescovo potrà morire, ma la Chiesa popolo di Dio non perirà mai”. Inutile aggiungere che tale prospettiva ecclesiologica fu aperta dal Concilio Vaticano II.

Un secondo aspetto che, dall’affascinate ragionare di Bettazzi, è emerso è quello della libertà religiosa, rectius (meglio) del superiore e definitivo giudizio della coscienza rispetto al potere. Non solo il potere dittatoriale e violento di un regime, ma anche e purtroppo del potere delle diplomazie, costituite dalle prudenze ecclesiastiche. Il diritto della coscienza e della scelta cristiana ha condotto Romero al martirio: quando ha invitato i soldati della sua patria alla legittimità della disubbidienza, l’arcivescovo fu assassinato. Il 23 marzo del 1980, dopo varie e dure denunce, arrivò a dichiarare, in un’omelia: “…nessun soldato è tenuto ad obbedire ad un ordine contrario alla Legge di Dio. Vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio cessi la repressione” Il giorno dopo 24 marzo fu assassinato mentre celebrava l’Eucarestia.

Non sono pochi però i segnali della solitudine in cui fu lasciato Romero da parecchi suoi confratelli vescovi e dalla curia romana e non sono poche le testimonianze di dissenso contro cui dovette lottare: il potere delle diplomazie ecclesiastiche sembra aver marcato un discreto peso, anche nel ritardare la sua causa di beatificazione ed il riconoscimento del suo martirio subito in “odio alla fede”.

Martedì sera una testimonianza, lasciata a tutte le voci (ovviamente a quelle presenti) nell’auditorium di S. Baudolino.

Giunto a casa, ho appreso, non senza rammarico, che i grigi, nonostante la loro impresa epocale, avevano ceduto alla superiorità del Milan; ora però c’è il campionato: forza grigi!

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One thought on “Oscar Romero e il Concilio

  1. Ho sempre ammirato la figura del vescovo Romero e da sempre sono molto infastidito dalla cappa di silenzio deliberatamente calata su di Lui. E grazie anche al Vescovo Bottazzi, che ammiro fin dal libro “Ateo a diciotto anni?”, del 1981, che ho persino regalato a qualche mia allieva cattolica militante. Elvio Bombonato

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