Unioni civili: un passo nell’Europa

Daniele Borioli (*)

310x0_1437499496058_20130522_gayeuropa_copiaHo espresso pubblicamente la mia posizione sulla legge per le unioni civili e le convivenze. Ma mi pare opportuno ribadirla perché siano chiari gli stalli di partenza del mio successivo ragionamento. Ero favorevole al testo del disegno di legge Cirinnà nella sua interezza, comprensivo quindi dell’articolo 5, riguardante la cosiddetta stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner.

Considero soddisfacente il risultato finale ottenuto, nonostante l’amaro in bocca lasciato in molti dallo stralcio finale del punto appena richiamato. E penso sia stato utile tenere duro su quel punto sino a un metro dal traguardo, al fine di evitare una mediazione al ribasso, che avrebbe finito per stravolgere, come alcuni volevano, l’intero impianto del provvedimento.

Le ragioni della mia posizione sono facilmente e brevemente riassumibili. In primo luogo, non perché ce lo impone l’Europa o il confronto con le più solide e consolidate democrazie liberali del pianeta, ma perché è proprio delle democrazie liberali allargare il campo dei diritti individuali, che l’Italia rimanesse fuori dal novero dei Paesi i quali, seppur in forme diverse, da anni hanno riconosciuto agli omosessuali il riconoscimento civile dei loro legami affettivi, segnava un minus sulla qualità della nostra democrazia.

In secondo luogo, perché il riconoscimento dei diritti agli omosessuali non cancella neppure uno dei diritti vigenti per le famiglie classiche e, anzi, aumentando il numero delle formazioni sociali familiari o specifiche e civilmente riconosciute come le unioni, rafforza la platea delle cellule sociali di base che, superata la prima fase di contrapposizione, potranno in futuro far sentire nei confronti dello Stato la propria voce a sostegno delle politiche sociali indirizzate ai nuclei primari della nostra collettività.

In terzo luogo, perché anche culturalmente sono refrattario a ogni definizione di status delle persone e delle loro relazioni, che escluda, discrimini o riduca la possibilità di accesso a un diritto (in questo caso il diritto a regolarizzare davanti allo stato il proprio rapporto affettivo) un individuo solo per ciò che quell’individuo è, per razza, etnia, credo religioso, orientamento sessuale.

Sulla questione che più di ogni altra, a mio parere in modo del tutto sproporzionato, ha occupato il dibattito politico e l’attenzione mediatica, quella dell’adozione del figlio del partner, ho maturato la mia posizione favorevole in base una duplice considerazione.

Si tratta di una prassi già di fatto autorizzata in diversi casi dalla valutazione dei tribunali, ai sarebbe comunque spettata l’ultima parola anche nel caso dell’approvazione integrale del testo originario. Si deve prima di tutto porre attenzione al diritto dei figli, i quali nel caso di genitori omosessuali sono nei fatti esclusi dalla possibilità di essere inquadrati in una famiglia di tipo tradizionale. Non esiste alcune nesso diretto e dimostrabile tra la stepchild adoption e la pratica della maternità surrogata, che infatti continua a praticarsi, soprattutto da parte di coppie eterosessuali anche in questi giorni immediatamente successivi allo stralcio di quell’istituto alla nuova legge.

Nel complesso, tuttavia, il provvedimento approvato costituisce un buon punto di mediazione. E l’aver tenuto duro sino alla fine sull’articolo 5, come anche chi scrive, insieme a molti altri, ha fatto, è servito a sventare il gioco di chi in realtà voleva far saltare tutto. Ossificando l’Italia nel novero delle nazioni che ancora non hanno disciplinato e regolato i diritti delle coppie omosessuali. Il che, non scordiamolo, è stato anche oggetto di richiamo da parte della giustizia europea.

Colpiva, nei giorni della discussione, osservare le cartine dell’Europa e vedere come sul fronte dei diritti civili l’Italia stesse affiancata alle nazioni che una volta avremmo definito appartenenti al blocco totalitario comunista: una posizione di cui certo non essere orgogliosi.

Vedremo ora come si svolgerà il percorso alla Camera. Dove, in seconda lettura, immagino e auspico che il Governo vorrà riproporre la questione di fiducia, essendo massimamente imprudente apportare variazioni a un testo che, a quel punto, dovrebbe tornare al Senato, con tutti i rischi che tale ulteriore passaggio comporterebbe per i fragili equilibri raggiunti una settimana fa.

Mi soffermo ora brevemente sui riflessi politici della vicenda, che riguardano in particolare in PD, le sue dinamiche interne e il ruolo del premier-segretario.

E’ noto come il Cirinnà abbia prodotto anche nel corpo del Partito Democratico una divisione piuttosto marcata non tanto tra correnti e aree precostituite ma tra il gruppo di una trentina di senatori che, sin dall’inizio, si sono opposti all’articolo 5 sull’adozione del figlio del partner e la maggioranza degli altri componenti, favorevoli invece anche a quello specifico punto.

Che in un partito come il PD convivano posizione così diverse su posizioni tanto complesse e delicate è normale e inevitabile. Più discutibile è che quelle posizioni possano giocare una funzione di veto nei confronti della maggioranza. Ciò che è accaduto in questo caso, nel quale le legittime opzioni di coscienza, cui era stato garantita la possibilità di esprimersi liberamente nel voto in aula, si sono in realtà organizzate in una vera e propria posizione politica, sulla base della quale sono state intessute alleanze trasversali con altre forze politiche, della maggioranza e dell’opposizione.

Cosa fatta capo ha. Ed è stato legittimo che ciò accadesse. Ma è evidente che la libertà di coscienza in rapporto alle decisioni democraticamente assunte dalla collegialità del gruppo è una cosa diversa.

Di questo fondamentale passaggio vale la pena, secondo me, di sottolineare le seguenti cose. La prima cosa riguarda il manifestarsi, anche nel PD e non solo nella sua parte di origine cattolica, delle resistenze a compiere quel  passaggio verso la centralità dei diritti individuali che nelle culture matrici di provenienza sono sempre state in un cono d’ombra, se non apertamente osteggiate, come accadeva in maniera esplicita all’epoca dell’ortodossia comunista. E in maniera analoga, anche se molto meno marcata, in un’impronta di cultura cattolica per la quale i diritti degli individui devono comunque sottostare ai precetti della morale religiosa.

Il mio parere è che, oltre ai tranelli e alle solite querelles riconducibili ai giochi di questa anomala legislatura, sia questo uno dei motivi di lunga durata, che in questo caso ha lungamente impacciato l’approdo della legge e che, negli anni trascorsi ha di fatto impedito, prima al centrosinistra in versione Ulivo e Unione, poi al PD, persino di cominciare a giocare al partita.

In questo senso, quale che sia il giudizio che si può dare su Renzi e sul suo modo di declinare la leadership, resta il fatto che la forzatura da lui operata con la scelta della fiducia, se da un lato ha compresso il pieno svolgersi della dialettica parlamentare, d’altro ha imposto uno strappo senza il quale, con molta probabilità, anche stavolta non si sarebbe fatto nulla.

E se si considera quanto proprio il terreno dei diritti individuali costituisca uno dei tratti distintivi delle moderne democrazie liberali, va riconosciuto che il segretario-premier mettendo in gioco direttamente se stesso ha al tempo stesso colmato il divario tra l’Italia e tutte le principali democrazie del mondo, e trasformato il PD da ultimo grande partito del ‘900 a partito riformista laico, pienamente inserito nel fuoco delle problematiche del nuovo millennio.

Al momento, è chiaro, questo salto riguarda la sovrastruttura della direzione politica. E bisognerà vedere se da esso si genereranno più in profondità, le condizioni per la costruzione di quella nuova temperie politico-culturale, in grado di superare le radici ideologiche dalle quali il Partito Democratico è nato.

Lascio al fondo, e sullo sfondo la questione a mio parere inconsistente e insussistente di Verdini. Per la quale potrei semplicemente rimandare alle semplice e classificatorie parole di Eugenio Scalfari su “Repubblica” di domenica. E Scalfari non è certo uno che a Renzi le manda a dire.

Mi limito a commentare così. Quella in corso è una legislatura anomala. Lo sappiamo dall’inizio, quando si è trattato di decidere dopo il generoso ma sfortunato streaming di Bersani con i grillini, se provare a far nascere un governo di larghe intese o rimettere tutto nelle mani dei cittadini elettori. Speranza e la componente che egli guida erano consapevoli di questo e hanno condotto il partito, allora non guidato da Renzi, verso l’alleanza con Berlusconi.

Nessuno si entusiasma, quando ormai siamo inoltrati nella seconda parte della legislatura, all’ipotesi di imbarcare Verdini e il suo gruppo in maggioranza, né tantomeno nel partito. Ipotesi quest’ultima categoricamente smentita dai vertici del PD e, quindi, nei fatti inesistente.

D’altronde, nell’esplosione cui è andato incontro il centrodestra, quale ricomposizione possano tentare di darsi in quel campo i segmenti che non sono rimasti allineati sulle posizioni del Cavaliere, è difficile immaginare ed è anche difficile immaginare quale percorso intendano intraprendere, ora nell’attuale Parlamento e domani nella futura contesa elettorale.

Ciò che mi aspetto io dalla dialettica interna al mio partito è un volo più alto sulla collocazione del PD nell’ambito del riformismo europeo del secolo nuovo, a sua volta non in grande salute e in cerca di una nuova strada, in grado di trarlo fuori dal pantano di un certo “sconfittismo” che lo investe in molti tra i grandi Paesi europei.

Su questo punto, trovo strabiliante che invece di una riflessione “sprovincializzata” dalle beghe intestine, il gioco che talvolta si dà l’impressione di voler svolgere appaia più rivolto a indebolire in funzione “condominiale” l’attuale segretario, che pure tra le molte difficoltà è riuscito a collocare il PD in una posizione di maggior forza dei partiti europei confratelli.

Penso che il PD, il Paese e l’Europa abbiano bisogno di una vivacità dialettica interna di profilo un po’ più alto e meno concentrata sulle frattaglie della macelleria di Verdini.

(*) Senatore Pd della provincia di Alessandria

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