Minoranza qualificata

Dario Fornaro

vesCi sono fatti e circostanze che, per quanto del tutto e palesemente scollegati tra loro, consentono nondimeno accostamenti pensosi – o anche solo avventurosi – per via di comuni scenari di fondo.

Prendiamo il 25 febbraio appena alle spalle. Al Senato, con un ben assestato “colpo di fiducia”del governo, passa in serata il ddl sulle unioni civili (Cirinnà) debitamente depurato degli elementi (adozioni e simil-matrimonio) contestati da  robuste componenti cattoliche o  politicamente cattolicheggianti. Nello stesso giorno, in mattinata, “La Stampa” usciva con una paginata di dati e considerazioni, raccolti sotto il titolo “Cresce l’Italia che diserta le chiese” ,centrata sul confronto temporale 2006-2016 (dati Istat) sulle evidenze della religiosità nel nostro paese.

Capita che l’apparente conclusione della vicenda unioni civili (l’ultimo passaggio alla Camera del testo licenziato al Senato non dovrebbe comportare sorprese) sia stata  interpretata anche come parziale, temporanea rivincita del conservatorismo politico, innervato dal tradizionalismo cattolico, sulla deriva laicista a livello istituzionale. E, tuttavia, la lettura dei dati statistici sopra ricordati sembra contraddire, ovvero relativizzare largamente, il successo vantato dalla componente “neoguelfa” (v. Sacconi sulla “Stampa” del 27.02) presente in parlamento e nelle piazze circostanti. Giova ricordare a tal proposito che lo scontro sulle unioni civili non rifletteva solo un contrasto di principi in ordine alla famiglia, ma anche  un confuso processo di ridefinizione, con implementazione, dell’area di maggioranza.

L’ultimo riferimento statistico, dunque,  sulla pratica religiosa, conferma – sulla scia di tanti dati e specifiche ricerche precedenti – il processo di rapida “secolarizzazione” della società italiana, sul piano dei sentimenti, dei comportamenti e dei risvolti normativi.

Brevemente: i cittadini che “vanno in chiesa” almeno una volta alla settimana, diciamo alla messa domenicale, sono scesi dal 33,4% del 2006 all’attuale 29%; quelli che non ci vanno mai sono saliti dal 17,3% al 21,4% (l’altra metà di intervistati si distribuisce nello  spazio intermedio). Dal punto di vista territoriale, la Liguria si segnala come la regione più renitente (18,6 – 35,2) mentre la Sicilia come la più osservante (37,3 – 13,3). Guardando poi, secondo esperienze personali, a tante situazioni locali, viene perfino da pensare che il  dato medio sulla frequenza settimanale in chiesa – una sorta di “minimo sindacale” – prossimo al 30% sia perfino generoso.

 Resta da precisare, opportunamente, che i dati e i segnali presi in esame e commentati dalla sociologia religiosa sono assai più ampi e articolati della frequentazione in chiesa  (v. ricerche di Garelli, Cartocci etc): tutti però depongono per una lenta ma progressiva “riduzione in minoranza” dei cattolici, almeno per quanto riguarda le manifestazioni esteriori, o di gruppo, del personale atteggiamento  religioso.

 Ed è questo l’argomento, fra i tanti sfiorati, che  attira non da oggi la mia attenzione: se, in che misura e con quali conseguenze i cattolici (collettivamente parlando) si sono accorti, hanno preso intera coscienza   di essere diventati minoranza – diciamo pure “qualificata”, per il momento – rispetto ad altre forze/componenti (ideali e/o di costume, organizzate o contingenti), nel determinare le scelte politiche, in senso lato, della società italiana.  Sì e no, mi rispondo , evocando la scomoda posizione di chi si trova a metà del guado. Sì, perché è fin troppo evidente il malinconico sconcerto (oh tempora, oh mores!)  che dilaga in tanti “ambienti cattolici” rispetto alla tumultuosa, impersonale corrente che trascina la quotidianità italiana; no, perché la reazione pratica è spesso quella di arroccarsi nelle varie postazioni protette (idealmente: sacrestie) a ragionare di prossime rivincite, e relative alleanze spurie, per recuperare terreno e poteri di interdizione, come “ai bei tempi”.

Non manca certo il lungo e faticoso lavoro per trarsi d’impaccio.

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