Laicato, Piazze, Movimenti

Carlo Baviera

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Ormai è passato tempo dalle manifestazioni di piazza riguardo alla unioni civili; e queste sono state approvate da parte del Senato, con lo stralcio di contenuti che non erano condivisi da tutta la maggioranza di Governo; presto saranno definitivamente varate dalla Camera perché là i numeri non sono risigati come nell’altro ramo del Parlamento.

Riprendo a freddo l’argomento delle manifestazioni, non tanto per valutazioni specifiche sulle unioni civili e sul Family day; posso anche condividere parte delle convinzioni di quell’adunata, ma ora intendo solo proporre qualche considerazione sul laicato.

Il ruolo del laico che è stato rilanciato (o lanciato per la prima volta nella storia indicandone l’autonoma assunzione di responsabilità) dal Concilio, aveva innescato speranze: erano sorte esperienze associative nuove e con carismi importanti, si erano costituiti i Consigli Pastorali e le Consulte delle Aggregazioni laicali, vi era stato un coinvolgimento più significativo delle donne (nella Diocesi di Casale Monferrato il Vescovo dell’epoca aveva istituito la figura delle Assistenti Pastorali a cui aveva affidato la guida di alcune comunità parrocchiali nelle quali il Parroco non era residente: esperienza che resiste e continua), fino all’affidamento a laici della guida di Uffici pastorali diocesani.

Una generazione (per semplicità dirò la mia generazione) si è cimentata con questo nuovo protagonismo e ha svolto il proprio impegno ecclesiale convinto che si fosse iniziato un capitolo nuovo, che avrebbe modificato ruoli, sensibilità, modi di presenza necessari per parlare alle persone della nostra epoca.

Sappiamo come sono andate le cose; come alcune esperienze sono state più formali che sostanziali (nonostante le ripetute affermazioni dei Vescovi sulla necessità di rilancio degli organismi partecipativi ecclesiali); come sia il clero a continuare a decidere sulle cose che contano veramente; come solo i nuovi Movimenti sostenuti e sponsorizzati da qualche Vescovo o Monsignore riescono a essere incisivi mentre altre Associazioni storiche vivono una stagione di marginalità senza trovare “santi in Paradiso”; come il ruolo laicale molto spesso si riduce a compiti e impegni intraecclesiali per quanto utili e importanti.

Ma nel contesto pubblico hanno voce solo alcuni Movimenti o Gruppi “sponsorizzati” o che smuovono a bacchetta numeri significativi. E, tornando alla piazza, questa è diventata lo strumento e la modalità forse più usata anche dai cattolici per farsi ascoltare riguardo soprattutto alle tematiche legate ai “temi etici”; come pure è diventato un rito la presenza con striscioni e slogan in Piazza San Pietro per applaudire il Papa e ottenere riconoscimento ufficiale delle proprie iniziative. Dai Papa Boys alle varie manifestazioni ci è proposta solo la voce di una pur rilevante parte del cattolicesimo. Chi appartiene ad altre esperienze, siano esse gruppi di Lectio Divina o comunità di base, centri di pastorale sociale e per il lavoro o associazioni attive per il rispetto del creato o di ecumenismo, restano ai margini almeno nell’immaginario collettivo.

Nonostante i distinguo che pure ci sono stati fra gli stessi gruppi ecclesiali riguardo alla presenza o alla non presenza alle manifestazioni o ai Forum di volta in volta organizzati, mi pare che chi detta legge oggi (e per la verità questo dura da una ventina di anni) sono i movimenti più intransigenti, per usare un termine di fine diciannovesimo secolo. Quando Azione Cattolica e Agesci (scout cattolici) preferiscono modalità diverse dalla discesa in piazza, e non sono le sole, qualche interrogativo è possibile porselo per capire le difficoltà di parte del laicato più “conciliare” e di quello che parrocchie e Associazioni incontrano nel parlare con le persone, se sono semplicemente sintonizzate sullo stile dei Movimenti?

Quell’<uscire> su cui ha più volte insistito Papa Francesco può essere interpretato non tanto come stare sulla strada, come continuare a fare fuori dagli oratori e dalle sacrestie ciò che si è fatto finora, ma un cambio di mentalità, di stile, e … di slogan? un dire le stesse verità in modo e con un approccio diverso?

Ad esempio riguardo alle recenti proposte di legge l’atteggiamento della Piazza è stato <o tutto o niente>; non c’è spazio alla mediazione, mai! E del resto è comprensibile: di fronte ai principi e ai valori non si può negoziare. Il Concilio aveva assegnato al laicato la responsabilità delle autonome scelte da compiere in campo civile, sociale, legislativo. E aveva  indicato l’ascolto della propria coscienza (retta e formata) come criterio da tenere in conto. Il scendere in piazza, per delle associazioni di laici, è quindi legittimo e doveroso  quando non si condividono le leggi o le proposte in via di approvazione. E le Gerarchie questa volta erano meno esposte. Mi chiedo, però, se l’organizzare manifestazioni di questo tipo da parte di aggregazioni ecclesiali non coinvolga ancora una volta, pur senza volerlo, tutta la comunità di Chiesa.

E’ giusto che si venga percepiti come rappresentanti di tutto il laicato cattolico? Non sarebbe più lineare, per non coinvolgere la Chiesa e l’intero laicato e parlando non in sua rappresentanza, scendere in campo come cittadini, schierarsi, dar vita ad un partito e proporre il proprio programma e su quello chiedere consensi? ma laicamente, lasciando fuori la Chiesa. Altrimenti si torna a confondere i piani del civile e del religioso. Pongo solo sottovoce due interrogativi:  non si condizionerebbe in tal modo tutto l’impegno “pluralista” che arricchisce le nostre comunità? Non si comprimerebbero le tante sensibilità cresciute in piccole esperienze e senza mezzi per organizzare (posto che lo desiderino) grandi adunate?

So di incamminarmi anch’io su posizioni di intolleranza e di integralismo e me ne scuso; ma mi chiedo, pur essendo normale che anche <i cattolici> in quanto cittadini e parte della società civile facciano sentire la loro voce, le loro proposte, le loro proteste in merito a leggi dello Stato, se la loro rappresentanza deve essere appaltata sempre ad un laicato organizzato, con le caratteristiche di radicalismo divisivo, a volte con posizioni rigide e un poco intolleranti? C’è spazio per un laicato che abbia caratteristiche più dialoganti e meno da falange, e con il necessario supporto della gerarchia stessa, e senza dare l’impressione che il mondo cattolico sia tutto e sempre bigotto e oscurantista? Oppure le consulte delle Aggregazioni Laicali o i Forum familiari o quant’altro servono solo a dare spazio e forza ad associazioni intransigenti? In tal caso meglio nessun organismo ecclesiale rappresentativo.  Ripeto: non si coinvolga mai la Comunità dei credenti per battaglie su questioni  delicate e divisive, che attengono ai fedeli in quanto cittadini.

Penso ad esempio che siano da rilanciare i Consigli Pastorali (e dove possibile le Assemblee Parrocchiali) dove sono i singoli fedeli e non i gruppi coloro che decidono e condizionano; in cui deve essere lasciato spazio anche al dissenso. Le eventuali iniziative rispetto a questioni di tipo civile, in questo caso, sarebbero più spontanee e con meno spirito lobbistico. E credo che servano anche strumenti diversi dalle piazze.

A me pare che, nonostante gli sforzi di Papa Francesco per “portare la Chiesa verso Gesù, verso il Vangelo” come ha detto Benigni, e cioè a richiamarci sul non giudicare e sull’aiutare a convertirsi senza condannare, a metterci a fianco di chi fatica, ci siano ancora troppi (anche in buona fede) che non solo remano contro ma continuano a operare come se fossimo ancora prima del Concilio, e lanciano anatemi. Mentre, come dice Maria Elisabetta Gandolfi, su alcuni argomenti (sia la famiglia, sia l’educazione) non si deve  banalizzare né demonizzare, ma “In questo, le piazze non aiutano”, né le une né le altre.

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