Preoccupazioni da ateo devoto

Domenicale Agostino Pietrasanta

patSuccede che un campione formidabile del cosiddetto “ateismo devoto” esprima, in uno scritto sul  quotidiano che dirige, le sue preoccupazioni allarmate per le esternazioni del papa; di tali esternazioni fa anche un elenco tanto nutrito quanto corposo per rilevanza e qualità. Va detto però che l’elenco, salvo mie personali incapacità di interpretazione, rimane tale: i ragionamenti che ne conseguono non aggiungono praticamente nulla.

Ovviamente non riuscirei a riferirmi a tutti i contenuti dello scritto, ci sono però due punti che vorrei riprendere, non per difendere papa Francesco, ma per ribadire le residue possibilità della politica di proporsi come autonoma da ogni confusione confessionale, anche e soprattutto quando si ispiri alle indicazioni evangeliche.

Il “campione” rimprovera Francesco per aver dichiarato la propria incompetenza sulle norme e sulle istituzioni circa le unioni civili; nel contempo si dimentica di aggiungere che lo stesso Francesco, nelle sedi proprie, ha già espresso la posizione della Chiesa sul matrimonio tra un uomo ed una donna. Basterebbe riprendere, per un’ennesima volta, il Concilio che affida ai sacerdoti il compito della predicazione evangelica e lascia ai laici la rivendicazione dei percorsi politici che riescano a realizzare, nel possibile, la soluzione dei problemi concreti. Ma c’è di più; siamo in un caso da paradigma della distinzione tra la universalità dei valori evangelici e lo specifico della loro ricaduta politica senza surrettizie confusioni; si tratta della distinzione propria di tutto il cattolicesimo democratico che da Sturzo fino a Dossetti, Lazzati e De Gasperi ha potuto far valere la distinzione tra la universalità del Cristianesimo e le inevitabili parti dell’azione politica che, quando voglia essere democratica, non può che confrontarsi dialetticamente con opzioni di diversa estrazione culturale. Ripeto: il caso è paradigmatico perché il papa non può che operare nella sfera della predicazione evangelica ed i laici, in politica, non possono che scegliere il confronto con posizioni alternative. E se ne devono assumere tutte le responsabilità in autonomia; un’autonomia che Francesco dice di voler rispettare. Strano: un uomo che viene da una cultura che non si inserisce nella tradizione europea e, nel caso nostro, del tutto italiana, riesce a valutare, meglio delle eminenze nostre, il portato storico delle proposte politiche di Sturzo e De Gasperi.

Questo, giova ripetere, è nell’ordine del cattolicesimo democratico il quale non ha più contenitori politici (ma dove sono ancora i contenitori politici?), ma i catto/dem hanno presente questo ordine di distinzione?  E gli atei devoti ne sono a conoscenza?

Il nostro “campione” poi rileva, con giudizio di inappellabile condanna, l’esternazione che qualifica come non cristiana la posizione di chi costruisce i muri della separatezza con riferimento alla campagna elettorale del repubblicano Trump negli USA. Va bene che qualche quotidiano ha titolato le parole di Francesco parlando di scomunica di un candidato alle elezioni, ma qui c’entra solo la proposta ad effetto dei media. Il papa ha solo confrontato un atteggiamento con la predicazione evangelica che parla di accoglienza dello straniero ed ha rilevato la inaccettabilità di uno specifico comportamento. Certo la realizzazione concreta del principio pone dei problemi, ma qui spetta ai laici cristiani, magari del partito repubblicano USA, un impegno a loro responsabilità ed autonomia. Chiudere le strade dell’accoglienza in sé, non ha nulla di cristiano anche quando si presuma che possa servire al consenso elettorale. Le scomuniche non c’entrano né per poco, né  per tanto.

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One thought on “Preoccupazioni da ateo devoto

  1. caro Agostino, da ex cattolico praticante (intorno ai vent’anni ero dirigente diocesano dell’A.C. genovese, ma già allora antiSiriano), condivido i tuoi giudizi, che trovo sempre equilibrati e pieni di buon senso. Come eri tu da Preside, quando frenavi le mie intemperanze di ex sessantottino, finivo sempre col darti ragione.

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