Omogenitorialità, dal punto di vista del figlio

Il punto  Mauro Fornaro

omIl dibattito divenuto rovente sulla cosiddetta stepchild adoption ha toccato in maniera inadeguata, per non dire partigiana, la questione che sta a monte, cioè se i figli cresciuti da coppie omosessuali abbiano pari possibilità di sviluppo psico-affettivo rispetto ai figli cresciuti da coppie eterosessuali. Chi è contrario alla omogenitorialità si è per lo più parato dietro allo slogan: “Ogni bambino ha diritto ad avere una mamma e un papà”, presupponendo acriticamente – cioè come un dato “naturale” – la netta differenza di genere e di ruoli di genere tra donne e uomini, che invece oggi è sottoposta a revisioni importanti. Chi vi è favorevole, per lo più si appella a quelle ricerche empirico-statistiche e a quei pronunciamenti di associazioni di psicologi e psichiatri che sottolineano, in ordine al sano sviluppo psico-affettivo dei bimbi, il peso preminente quando non esclusivo della buona relazione affettiva (sentirsi accolto, amato, ecc. da parte del piccolo), la quale prescinderebbe dal sesso dei caregiver – cioè i donatori di cure – come pure dai genitori biologici. Ma che dire al di là delle preconcette partigianerie?

Non di rado psicologi e psicoanalisti si direbbe tacciano certi fatti e dati, quando non li ignorano colpevolmente, per non apparire politically uncorrect verso la minoranza discriminata degli omosessuali. In effetti, il tema che qui propongo non è se una persona abbia il diritto di adottare il figlio biologico del partner omosessuale, che è la questione giuridica posta con la stepchild adoption, bensì quale sia il destino presumibile sotto il profilo dello sviluppo psicologico di chi è cresciuto in seno a coppie omosessuali, essendo stato concepito con tecniche di fecondazione assistita nel caso di madre biologica lesbica (è la maggioranza dei casi di omogenitorialità), o con tecniche di fecondazione assistita e “prestito” di utero nel caso di coppie gay. Ebbene, vorrei mostrare che allo stadio attuale degli studi, è difficile dire con certezza se, a parità di ogni altra condizione, questi figli omogenitoriali siano significativamente svantaggiati rispetto ai figli concepiti e cresciuti entro coppie eterosessuali; dunque è difficile dire se la genitorialità biologica si possa sicuramente dissociare da quella affettiva senza compromettere le condizioni ottimali dello sviluppo psico-affettivo. (Che nei fatti la genitorialità biologica possa essere del tutto o in parte assente, è mostrato da chi è cresciuto in orfanatrofi, o da chi, in mancanza del padre o di figure maschili, è stato allevato da madre e zia, da madre e nonna: sono vicende che comunque quasi sempre lasciano un segno sul futuro adulto).

Anzitutto non sembrano dirimenti le ricerche empirico-statistiche fin qui condotte in tema di adeguato sviluppo dei figli di coppie omosessuali a confronto coi figli di coppie etero. La maggior parte di queste ricerche, compiute in ambiente anglosassone dove la realtà dell’omogenitorialità data ormai da più decenni, conclude che non v’è sostanziale differenza sotto il profilo dello sviluppo cognitivo, affettivo e pure comportamentale (con riferimento ad eventuali devianze e pure al condizionamento alla omosessualità). Di contro, poche significative ricerche, tra cui quella spesso citata e molto discussa dell’americano Mark Regnerus del 2012, hanno fornito risultati di segno opposto, specie in ordine al maggior tasso di disadattamento dei figli omogenitoriali in età adolescenziale; ma va rilevato che queste altre ricerche non tengono adeguatamente conto di quanto sullo sviluppo disturbato di questi giovani possa aver influito il disagio causato da pregiudizi e ostilità patiti nell’ambiente extrafamiliare. Il fatto comunque che le ricerche approdate a un risultato sfavorevole siano minoritarie non può a rigor di logica consentire di trascurarle: la verità non è questione di maggioranze.

In generale, però, in quasi tutte le ricerche empirico-statistiche sono stati rilevati uno o più limiti metodologici: a) scarsa numerosità del campione; b) disomogeneità del campione dei genitori omosessuali: altro è il caso di bimbi nati e cresciuti entro coppie omosessuali, altro il caso di bimbi concepiti e per certo tempo allevati entro la precedente relazione eterosessuale di uno dei due partner della coppia omosessuale; c) disomogeneità del e nel gruppo di controllo formato da genitori eterosessuali: occorre selezionare un gruppo che abbia pari condizioni sociali, economiche ecc. rispetto al gruppo di coppie omogenitoriali, e altresì pari motivazione alla genitorialità (la genitorialità omosessuale, scelta difficile, è perseguita da soggetti molto motivati e dunque ben disposti affettivamente, mentre nelle coppie eterosessuali maggiore è la percentuale di nati non desiderati o cresciuti in contesti infelici). Inoltre gli studi longitudinali sono limitati per lo più a infanzia e fanciullezza, quando lo sviluppo psico-affettivo e la coscienza di sé sono ancora incompleti e il giovane è maggiormente dipendente dalla “cultura” familiare. Infine occorre ricordare che studi empirico-statistici seri richiedono finanziamenti di una certa consistenza, e i finanziamenti in questa materia scottante sono quasi sempre interessati a un certo risultato: non mi sono noti studi in cui l’équipe di ricercatori fosse costituita, di programma, in egual misura da favorevoli e da contrari alla omogenitorialità.

Al di là di queste problematiche metodologiche, a volte si notano inferenze arbitrarie tratte da più prudenti considerazioni. Ad esempio l’American Psychological Association nel noto pronunciamento Lesbian and gay parenting (2005) afferma, giusto a conclusione della ricognizione su numerose ricerche empiriche, che non v’è evidenza (that is no evidence) che lesbiche e gay siano inadatti alla genitorialità (unfit to be parents), né che lo sviluppo dei figli omogenitoriali risulti compromesso (is compromised) rispetto a quello degli eterogenitoriali; ma queste affermazioni non equivalgono ad asserire che, a parità di ogni altra condizione, le coppie omosessuali siano altrettanto adatte quanto le coppie eterosessuali genitoriali, né che i figli omogenitoriali siano altrettanto favoriti. In effetti va osservato, in linea di principio, che tra le condizioni patologizzanti e le condizioni ottimali non c’è un aut aut, bensì una gamma di condizioni intermedie. Pertanto, a chi è pregiudizialmente avverso a ogni forma di omogenitorialità va ricordato che ciò che non è ottimale non per questo è sempre disfunzionale o patologico; parimenti a chi è incondizionatamente favorevole, va ricordato che ciò che non è patologico non per questo è altrettanto sano e promettente. Del resto è ben vero che le recenti tecnologie riproduttive, ma pure la plasticità della cultura umana, nonché della psiche (sia del genitore sia del figlio), permettono cose impensabili fine a qualche decennio fa, tuttavia non tutto ciò che è fattibile, è ottimale o altrettanto buono sol perché offre possibilità prima inimmaginabili.

 In definitiva, solo ricerche future, metodologicamente ineccepibili e su una più vasta casistica di adulti nati e cresciuti da coppie omosessuali potranno fornire risultati certi e sicuramente attendibili. Tuttavia si possono avanzare fin da ora valutazioni a priori, alla luce delle più accreditate teorie dello sviluppo psico-affettivo. A questo proposito risulta scarsamente fondata la tesi che ai fini del buon sviluppo psichico conti esclusivamente la relazione affettiva instaurata dai caregiver di quale che sia sesso: riproducendo un’indebita scissione tra momento psico-affettivo e momento biologico si dimentica, sorprendentemente anche da parte di molti psicologi, quanto lo sviluppo mentale si radichi e fiorisca dapprima sulle relazioni corporee. Anzitutto, infatti, abbiamo oggi prove della valenza anche psichica della relazione gestante-feto: la madre non è un mero contenitore dello sviluppo fetale, come potrebbe esserlo un’incubatrice, ma condiziona lo sviluppo bio-psichico del feto con le sue stesse aspettative sul piccolo e comunque con le sue condizioni psicologiche; pertanto non è ottimale, a parità di altre e buone condizioni, che il neonato sia cresciuto da persona diversa dalla madre biologica (un conto, peraltro, è che ciò avvenga per necessità, come nei casi di neonati abbandonati da ragazze madri, altro è che si teorizzi l’indifferenza tra madre biologica e qualunque altro pur buon caregiver). A partire, poi, dal grande pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott è ampiamente riconosciuto quanto lo holding e lo handling corpo corpo tra puerpera e neonato, indi tra madre e infante siano indispensabili per un sano sviluppo psichico: un maschio potrebbe assolvere altrettanto bene quelle funzioni a parità di altre condizioni? Infine, assistiamo da tempo alla rivalutazione dell’allattamento al seno in ordine a un ottimale sviluppo affettivo e pure cognitivo del piccolo (Ministero della Salute, www.salute.gov.it/imgs/c_17_pubblicazioni_2113_allegato.pdf ). Certo, tante cose sono possibili o surrogabili (tipicamente l’allattamento artificiale), ma una volta di più va ricordato che non tutto ciò che è possibile, è ottimale.

Affermati i suddetti elementi di continuità tra relazione biologica e sviluppo psichico-affettivo, conseguono evidenti difficoltà per l’omogenitorialità gay rispetto a quella lesbica. D’altro canto, alla omogenitorialità lesbica si suole rimproverare il potenziale danno da carenza della figura maschile, una figura che è ritenuta indispensabile da parte di una schiera di psicologi dello sviluppo, al fine di aprire il/la piccolo/la alla terziarietà rispetto alle tendenze fusionali e simbiotizzanti della coppia madre figlio/a. Se e quanto poi questa figura terza possa essere adeguatamente interpretata dalla compagna della madre biologica o, meglio, da figure maschili dell’ambito familiare allargato, quali nonni, zii, ecc. – secondo quanto ribattono gli esponenti delle cosiddette famiglie arcobaleno – è questione aperta, suscettibile di verifiche a posteriori. Comunque poco frequenti sono gli studi che affrontino le differenti possibilità di cura da parte delle coppie gay e di quelle lesbiche. Parimenti altre differenze vengono trascurate, come ad esempio, a proposito dell’adozioni da parte di coppie omosessuali, le differenze di età e di grado di sviluppo psichico degli adottandi. Il che tra l’altro renderebbe maggiormente plausibile l’adozione di minori abbandonati o provenienti da famiglie disastrate da parte di coppie gay, unitamente al principio del minor male. Ed è un principio di buon senso dimenticato da chi è pregiudizialmente avverso ad ogni forma di adozione omogenitoriale, anche a fronte di piccoli abbandonati sulla strada o in orfanatrofi scadenti, come accade in vari Paesi. Insomma l’etica della situazione e il buon senso suggerirebbero di rifuggire da meccaniche applicazioni di principi generali, quand’anche ne sia ammessa la validità.

Dietro le resistenze di chi è pregiudizialmente avverso ad ogni forma di allevamento e di educazione da parte di omosessuali è facile scorgere, il più delle volte, la convinzione che la pratica omosessuale sia di per sé contro “natura”, cioè una perversione. Se a costoro va ricordato quanto sia discusso il concetto di natura – tanto più in un’epoca come la nostra che vede i trionfi del “costruzionismo” sociale e in generale del culturale sul naturale – , invece a chi parteggia per la soluzione opposta va ricordato che l’affermazione del carattere “normale”, cioè non patologico dell’omosessualità, qual è da tempo riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, non implica di per sé che lo sviluppo psico-affettivo in senso omosessuale sia, ceteris paribus, equipollente allo sviluppo in senso eterosessuale. Ma così tocchiamo temi che richiederebbero ben altro spazio.

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