Umbero Eco, ciò che la storia non dice

Domenicale Agostino Pietrasanta

ecoUmberto

Eco, scomparso ieri sera, all’età di 84 anni è, oggi, l’alessandrino sicuramente più noto; per la verità il suo impegno letterario è stato tanto vasto quanto esteso nei più diversi generi. Studioso di estetica, semiologo di fama mondiale, brillante teorico delle comunicazioni di massa, critico di acume caustico, tuttavia la sua notorietà è soprattutto merito dei suoi diversi romanzi che, a cominciare da “Il nome della rosa” (1980) e fino al “Numero zero” (2014), si susseguono per oltre un trentennio.

Non sono certo nella sede, né disporrei delle competenze e degli spazi disponibili, per trattare della complessa figura dello studioso, dell’esteta e dell’esperto di semiologia; mi limito a poche osservazioni sulla notorietà  internazionale del personaggio. Per la verità, in sede locale, la sua fama è dovuta ad uno scritto pubblicato dall’ Espresso nel 1967 e ben noto agli Alessandrini anche per il solo titolo “Pochi clamori tra Tanaro e Bormida”. Nell’articolo veniva descritto il carattere anti/eroico dell’Alessandrino e, con una serie di gustosissimi riferimenti di fatto, se ne elogiava la mancanza di retorica a vantaggio della concretezza. Credo e ne sono certo che Eco sapesse ben distinguere tra la virtù dell’antiretorica ed il vizio dell’indifferenza ad ogni riferimento valoriale; tuttavia il registro narrativo dello scritto resta tanto coinvolgente da resistere ben vivo nella memoria di ogni Alessandrino.

Resta inteso che la fama internazionale gli venne dai romanzi, anche perché, ma certo non solo, per il fatto che “Il nome della rosa” fece da traccia ad una mirabile trasposizione cinematografica di Jean-Jacques Annaud, del 1988.

Ora mi piacerebbe sottolineare che una delle caratteristiche che ho sempre rilevato è la capacità dell’autore di comporre i quadri storici del suo narrato con l’invenzione che ne completa aspetti non  conosciuti dalla storia; al punto che, considerate le mie possibilità di lettore dilettante o, se volete, artigianale, mi è capitato spesso di pensare alla “Lettera allo Chauvet” di  Alessandro Manzoni, là dove si dice che se la storia si limita a riportare i fatti provati, la letteratura (o la poesia) da completezza ai sentimenti, alle emozioni sottaciute. Ed io con una forzatura (vi ho anticipato che sono un dilettante) aggiungo: gli “eventi” non noti, ma compatibili con la realtà.

Cosi se ne “Il nome della rosa” si tiene presente che il secondo libro della “Poetica” aristotelica è andato perduto, Eco trova un modo genialissimo, all’interno di un affascinate trama da romanzo giallo, di inventare la “diabolica” capacità di sopprimere l’ultima copia manoscritta di quell’opera.

Nelle stesso modo ne “Il cimitero di Praga” l’invenzione ci dice sulla morte di Ippolito Nievo ciò di cui la storia non saprebbe dare prove. Il letterato, morto giovane nella notte sul 5 marzo 1861 in un naufragio al largo di Sorrento, non ebbe mai sepoltura perché non fu possibile recuperarne il cadavere ed Eco completa quanto non provato dalla documentazione storica, rendendolo vittima delle trame di Simone Simonini.

Storia ed invenzione, un binomio che per il fatto di richiamare il Manzoni non credo dispiacerebbe ad Umberto Eco.

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