Attualità del messaggio di don Milani

Gian Piero Armano

dlmCi sarà ancora qualcuno che si ricorda di don Lorenzo Milani? Apro la riflessione e il ricordo con questa domanda perchè, quando accompagno le migliaia di studenti da qualche anno a questa parte a percorrere il “sentiero della pace” alla Benedicta, quando si arriva alla bacheca che parla di obiezione di coscienza e di quanto ha fatto e scritto il prete fiorentino, nessun sa nulla di lui, compresa anche una buona parte degli insegnanti accompagnatori.

In questi giorni – esattamente il 12 febbraio del 1965 – apparve sul quotidiano fiorentino “La Nazione” una dichiarazione sconcertante scritta da un gruppo di cappellani militari toscani che diceva: “I cappellani militari in congedo della regione Toscana…tributano il loro reverente e fraterno omaggio a tutti i caduti per l’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta ‘obiezione di coscienza’ che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà.”.

Questa dichiarazione insultante, provocatoria, confusionaria fece sussultare di sdegno don Milani e i suoi ragazzi che vivevano l’esperienza scolastica di Barbiana; dichiarazione che risultò indigesta al prete fiorentino in quanto creava confusione nelle idee sulla responsabilità del cittadino e del credente riguardo alla guerra, alla partecipazione militare. Inoltre, nell’ambiente fiorentino da due anni c’era aria di polemica sulla obiezione di coscienza perchè avvenne il processo e la condanna di uno dei primi obiettori (Giuseppe Gozzini), a cui fece seguito l’intervento di padre Balducci sul “Giornale del Mattino”  del 13 gennaio 1963 che, a difesa di Gozzini, dichiarò che le leggi dello Stato non sempre sono allineate con quelle teologico-morali: “quando in nome della Patria si spregiano gli scrupoli di coscienza e si oltrepassano i superiori limiti fra il giusto e l’ingiusto, siamo già nel paganesimo. Motivo di più, questo, per avere un attimo di silenziosa ammirazione per coloro che a proprie spese testimoniano una assoluta volontà di pace.”.

Queste parole furono scritte due anni prima della dichiarazione dei cappellani militari e costarono un processo a Ernesto Balducci e la condanna in appello ad otto mesi di reclusione per apologia di reato.

Inoltre la Chiesa in quegli anni non aveva preso posizione sulla obiezione di coscienza, nessun periodico cattolico, compresi i settimanali diocesani, aveva scritto in merito. Anche il Concilio non aveva espresso un giudizio morale sulla obiezione di coscienza, sarà soltanto nel 1967 che papa Montini nell’enciclica “Populorum Progressio” prenderà posizione con le parole: “Ci rallegriamo nell’apprendere che in talune nazioni, il servizio militare può essere scambiato in parte con un servizio civile, puro e semplice, e benediciamo tali iniziative…”.

Nel contesto di polemica fiorentina, don Milani discusse coi suoi ragazzi il comunicato dei cappellani militari e poiché la provocazione fu resa palese su un giornale, la risposta del prete fiorentino fu altrettanto pubblica su un breve opuscolo (tre mila copie) con il titolo “Risposta ai cappellani militari”. L’opuscolo fu ignorato dai quotidiani politici e dalla stampa cattolica, ma fu ripreso dal periodico comunista “Rinascita”, il cui direttore, Luca Pavolini, lo pubblicò integralmente il 6 marzo 1965.

Il contenuto della risposta era molto ampio, parlava di guerre difensive e di guerre di aggressione, avendo come punto di riferimento gli articoli 11 e 52 della Costituzione Italiana, che consentirono a Lorenzo Milani di leggere e interpretare un secolo di storia italiana e non solo: “Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alla Patria degli altri, dovrete chiarirci se in questi casi i soldati dovevano obbedire o obie ttare quel che dettava la loro coscienza…infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall’obbedienza militare”. E a questo proposito don Milani citava la campagna d’Africa, la guerra d’Etiopia, l’uso dei gas raccomandato da Mussolini al generale Graziani e al maresciallo Badoglio contro l’inerme popolazione africana, la guerra in Spagna dove cinquanta mila soldati italiani furono inviati per far vincere un dittatore come il generale Francisco Franco…

Dicendo questa cose don Milani scatenò la rabbia e il livore di molti cittadini ed ex-combattenti, a lui giunsero lettere e scritti pieni di oscenità, di minacce e di insulti i più volgari. Pur spaventato dalle minacce, il prete fiorentino rifiutò la protezione dei carabinieri e si astenne dal presentare querela a chi lo offendeva in modo così vile o a chi, come avvenne il 21 marzo 1965, si inventò una falsa intervista apparsa sul settimanale “Lo Specchio”.

Don Milani fu rinviato a giudizio e si preoccupò molto sul come difendersi, leggendo, documentandosi, confrontandosi con autorevoli esperti in materia giuridica prima di giungere alla stesura definitiva di “Lettera ai giudici” che inviò al Tribunale di Roma come sua difesa, essendo impedito ad essere presente per la sua malattia che lo porterà alla morte.

Il suo ragionamento verteva, più che sull’obiezione di coscienza, sul diritto-dovere del cittadino di obiettare di fronte a leggi ingiuste o a ordini criminali. Fu una difesa della libertà dell’uomo, del cristiano, di disporre delle proprie capacità razionali e della propria coscienza per decidere: per lui l’obbedienza non poteva essere cieca e un ordine non era mai assoluto e insindacabile. Il valore dell’obbedienza esiste quando è calato nella realtà storica, un’obbedienza alla lettera, fatta in modo statico non ha valore: “…non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste essi dovranno battersi perchè siano cambiate”.

Don Milani si preoccupò di affermare il primato della coscienza, soprattutto quando questo comporta l’impegno di pagare di persona: “E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona una obiezione di coscienza, cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede”.

Egli aveva riflettuto con i ragazzi che partecipavano alla sua esperienza scolastica sulla storia italiana degli ultimi cento anni per fare chiarezza sul concetto di guerra giusta, di una guerra che fosse in linea con l’art. 11 della Costituzione, con le parole “l’Italia ripudia la guerra” e per lui era importante che dal giudizio sulle guerre passate si trovasse l’indicazione per decidere o no a quelle future.

L’analisi di don Milani sulla storia gli fa concludere che le guerre sono avvenute per favorire la classe dominante, a volte anche inutilmente, in quanto ciò che si è ottenuto combattendo con le armi, si poteva ottenere usando la diplomazia. La sua analisi storica lo porta a concludere che la guerra è stata fatta per allargare i confini territoriali oppure per creare l’impero conquistando le colonie, a scapito di migliaia di vittime innocenti. Senza mezzi termini afferma che i soldati italiani hanno prodotto e subito molte vittime  non per motivi di difesa, ma a vantaggio degli interessi dei potentati economici. Per il prete fiorentino gli eserciti non portano avanti gli interessi dei poveri, ma delle classi dominanti e, inoltre, non sono rappresentativi della Patria “nelle sue  totalità ed eguaglianze”, né la difendono: e cita come esempio quanto avvenne negli anni ’20 del secolo scorso, quando l’esercito regio avrebbe dovuto difendere la patria dal fascismo, ma non lo fece.

Così per il parroco di Barbiana non esiste la guerra giusta e conclude il suo ragionamento con le parole: “se un ufficiale darà loro ordini da paranoico, hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in una casa di cura”. Sono parole forti per invitare i giovani a disobbedire a ordini che possono minacciare il destino dell’umanità, delle persone inermi, degli innocenti.

Consapevole di questa responsabilità in quanto maestro nella sua esperienza scolastica, don Milani mette in evidenza il ruolo centrale della scuola nell’educare la coscienza, nel favorire il discernimento di ciò che accade nel mondo affinchè si eviti la deresponsabilizzazione e l’indifferenza: “…avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene fare scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.

La sua insistenza sul primato della coscienza per formare persone libere e critiche è ancora oggi un forte messaggio per porsi di fronte al sistema economico dominante per far cadere il suo aspetto mitico che subordina le coscienze. Ma l’attualità della testimonianza del prete fiorentino vale anche perchè è stato un uomo di fede che ha cercato di coniugare l’attenzione alla realtà con la fedeltà al messaggio evangelico. La sua è stata una testimonianza che vale tanto in questo tempo nel quale sovente i credenti si rifugiano in un mondo parallelo, protettivo contro gli urti della storia, un mondo fatto più di apparato che di sostanza, di celebrazioni e di ritualità più che di compromissione. Ormai sono passati quasi cinquanta anni dalla sua scomparsa e Lorenzo Milani non è una persona del passato, ma, come scrisse bene Ernesto Balducci, “è una persona che ci aspetta domani”.

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One thought on “Attualità del messaggio di don Milani

  1. Bravo Gian Piero. E’ giusto che i giovani sappiano e i meno giovani tornino a pensare cose grandi, con la libertà dei Figli di Dio. Anche oggi si pensa di risolvere tutto con la guerra, ma soprattutto non si fa nulla per anticiparla, con azioni di costruzione della pace

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