Fame di responsabilità

Angelo Marinoni

riscLascia allibita l’indifferenza mostrata dalla classe dirigente di buona parte del mondo civile nei confronti della malattia del pianeta, come lasciano allibite le tesi che organizzazioni, probabilmente in buona fede, sostengono per curarlo.

Ovviamente, avendo io le conoscenze dell’uomo di media cultura, non posso permettermi di lanciare allarmi generazionali e proporre soluzioni, posso solo, legittimamente, condividere alcune osservazioni, argomentandole con la lucidità del passante non del tutto sprovveduto.

Il riscaldamento globale è il mantra di questi anni e mi preoccupa molto che le stesse persone investite della immane responsabilità di governare il mondo si riuniscano periodicamente a convegno per trovare una soluzione facendo promesse di buona condotta e una volta rientrati nelle loro capitali ricomincino a concentrare le loro energie sulla crescita economica del loro paese: ricordano molto un gruppo di tabagisti vittime delle perniciose malattie del fumo che si riuniscono periodicamente per cercare una cura senza pensare nemmeno un minuto all’eventualità di smettere di fumare.

Siamo in un contesto di bulimia economica, senza alcuna considerazione del mondo che ci sta intorno e che ci sta sotto i piedi, la classe dirigente si arrovella per aumentare la crescita di qualche decimo di percentuale ignorando che è stata proprio la superproduzione e la indotta dipendenza dal superfluo a creare le sperequazioni sociali, la sistematica devastazione dell’ecosistema, una società fatta di individui in competizione e non una comunità di individui.

Siamo tornati a Hobbes o forse non ci siamo mai mossi da quell’”homo homini lupus” dovendo considerare i diversi tentativi di nuovo ordine sociale come maldestri incidenti di un percorso circolare.

La necessità di conservare il pianeta non è una ossessione di un gruppo di fanatici ambientalisti, ma è una urgenza drammatica di cui si sono resi conto tutti, anche quelli che si sono sempre girati dall’altra parte quando si è trattato di firmare protocolli e convenzioni per la riduzione delle emissioni nocive e per la sostenibilità ambientale.

Non bisogna essere scienziati o fini economisti per comprendere che il modello di sviluppo che ci ha portato al punto in cui siamo sia insostenibile per l’ambiente come per la società: lo dimostrano le frequenti manifestazioni climatiche e geologiche della malattia del pianeta come la tragica concentrazione delle risorse nelle mani di pochi.

La domanda spontanea è un leniniano: “che fare?”

La risposta è lunga e complessa e impone un percorso difficile, accidentato e pieno di nemici.

Riprendendo l’esempio del circolo di tabagisti malati, la prima cosa da fare sarebbe smettere di fumare, visto che la malattia è avanzata, ma poiché le speranze di guarire sono ancora molte la seconda è cercare una cura e un percorso di riabilitazione.

Le soluzioni al cancro della crescita sono tante e ci sono tanti scienziati e tanti economisti inascoltati che le stanno argomentando, fra i primi Serge Latouche; probabilmente, se invece di inseguire il verbo di chi ha fallito il suo ruolo guida, ci si riferisse a loro dando tempo e strumenti per scrivere la nuova prospettiva inizieremmo quelle cure di cui il pianeta e la comunità che ci vive sopra hanno urgente bisogno.

Da anni si parla di sviluppo sostenibile, il rapporto Brundtland per esempio, ma solo recentemente si sono allineati, almeno nelle intenzioni, anche paesi come gli USA e la Cina, quest’ultima ha aumentato la sua produzione di inquinamento in modo più che proporzionale alla sua sorprendente crescita economica negli ultimi vent’anni, una crescita i cui costi umani, sociali e ambientali sono immani, ma di buon grado sopportati dai molti paesi occidentali che convinti di dominarne il mercato ne sono stati invece travolti.

Data la lentezza se non l’impotenza della classe dirigente a rinunciare al pernicioso modello di sviluppo della crescita infinita è compito dei singoli promuovere una condotta diversa che parta dai consumi con il rispetto della stagionalità e la scelta di produzioni locali e artigianali e dagli spostamenti prediligendo il mezzo pubblico e pretendendone l’efficacia e la frequenza, a partire dal sistema ferroviario regionale e dalle amministrazioni cittadine che devono adottare politiche della mobilità con forti limitazioni del traffico privato, adozioni di mezzi pubblici, preferibilmente filoviari e tranviari e percorsi ciclabili protetti: evitare tangenziali pretendendo l’investimento in servizi ferroviari e nella tutela del territorio, il cui consumo deve arrestarsi con il restauro e l’impiego dell’enorme patrimonio immobiliare esistente.

Agricoltura sostenibile e mobilità sostenibile, per esempio, sono i primi passi che possono partire dalla società, la stessa che può e deve premiare quelle amministrazioni che adottano provvedimenti virtuosi circa lo sviluppo sostenibile.

Non è necessario rinunciare a niente, se non alla irresponsabilità.

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One thought on “Fame di responsabilità

  1. Articolo lodevole quanto amaro: purtroppo, la teoria che vede un homo homini lupus è alla base di una perversa spirale, che pare non conoscere altro dal liberismo, dal mercato, dalla concorrenza, dall’operare contro qualcuno anziché con qualcuno. Ancora una volta, l’istinto competitivo, al di fuori del campo ludico, va a detrimento dell’Uomo, per il cui progresso si addice meglio l’istinto collaborativo, il quale, seppur più lentamente, consente a tutti di arrivare lontano e non già ad uno solo di arrivare prima; nondimeno, il tarlo, i cui danni sono diventati manifestamente visibili a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, non è ancora debellato.

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