A fior di pelle

Dario Fornaro

France Soccer League One

Non senza qualche fatica ho cercato un argomento “leggero” da inframmezzare, in punta di piedi, alle notizie pensose e alle considerazioni controverse che assai copiosamente passa il convento della cronaca quotidiana, anche ai fini di questi Appunti.

Uno spunto ad hoc lo ricavo in effetti dai giornali della scorsa settimana. Con l’anno in corso il “paniere” dei beni e servizi – in base al quale l’Istat rileva l’andamento dei prezzi al consumo – è fatto oggetto di un nuovo, periodico aggiornamento per meglio corrispondere alle variazioni intervenute nelle propensioni dei mercati: alcuni “prodotti” decadono, altri sopraggiungono, a comporre uno schedario di oltre 1600 voci. Tra le new entry  figura la rilevazione del prezzo del “tattoo” in quanto del “servizio tatuaggi” usufruirebbero ormai circa 7 milioni di concittadini, con ciò giungendo a costituire, almeno pro-tempore, un “consumo consolidato” degno di attenzione statistica.

Per carità, ad ogni variazione del paniere, e specie ad ogni ingresso, possono corrispondere commenti di condivisione o perplessità, per lo più di natura tecnico-effettuale. In questa stessa tornata l’introduzione del “latte vegetale” (soia, riso etc.) è stata ad esempio criticata dalla Col- diretti per l’effetto-equivoco sul termine latte. Con l’arrivo del “tattoo” siamo peraltro approdati a valutazioni di tipo socio-culturale, che sorpassano ampiamente il mero dato economico di interesse statistico. L’Istat fa ovviamente il suo mestiere, ma anche i commentatori il loro.

Fin qui la questione tatuaggi resta consegnata  alla dimensione della stravaganza  d’importazione, sia pure in crescita esponenziale.

Appena oltre, tuttavia, qualche domanda extra-statistica si insinua proditoriamente all’attenzione degli osservatori. Tipo: che sarà mai questa mania dilagante, questo desiderio compulsivo di esternazione primordiale delle proprie cifre mentali; da quale cielo è piombata, come meteora, a colonizzare, in brevi anni, l’epidermide dei terrestri, italioti nel caso? Coinvolge solo l’involucro umano o anche qualche più interiore bisogno di autoaffermazione identitaria, non meglio esprimibile a livello elementare?

Ogni nuovo consumo statisticamente rilevabile, ha, a un dipresso, una componente emotiva  accanto a quella utilitaristica o strumentale, ma col tatuaggio invasivo, sul corpo e nei corpi, la componente psicologica rasenta la totalità del movente. E l’estensione popolare del movente configura un fenomeno socio-culturale da decrittare

Ubbie? Complicazione di affari semplici? Può darsi, ma non solitarie. Su Repubblica (04.02) Marino Niola non esita: “Il tatuaggio entra nel paniere Istat. E marchia indelebilmente la mutazione antropologica della società italiana”, all’insegna, si direbbe, del “trionfo dell’Ego-mania”. E via di seguito, icasticamente.

Dalla poca alla troppa considerazione di un fenomeno modaiolo, uno dei tanti, sia pure a diffusione “virale”? Non saprei dire, così sui due piedi, ma il solo proporsi di questi dubbi porta a galla una domanda tanto semplice (o semplicistica) quanto intrigante: da dove vengono e come si espandono le “mode” che deflagrano in un sorprendente volgere di tempo? E che, trionfando tra la gente, tendono ad essere lette, pacificamente, come imperscrutabili  quanto solide evoluzioni del costume, capaci di oggettivarsi, all’occorrenza, almeno sul piano della norma consuetudinaria. Quella che viene poi tenuta in speciale considerazione in sede di formazione di talune norme-normative.

Certo che se ci limitiamo, putacaso, al fenomeno dei disegni e dei geroglifici impressi a fior di pelle, ed a furor di popolo, è facile attenersi al “molto rumore per nulla” e passare oltre.  Ma se ci scappa il vago sospetto che alle spalle di tante “mode” spontaneo-incontrollate si possa intravedere anche la mano – pensiero e azione – di poche (inizialmente) ma agguerrite “agenzie mediatico-promozionali”,  volte a imprimere determinate torsioni (spin?) al fluire del costume corrente, il discorso può assumere connotati più seri, senza deragliare necessariamente nel complottismo di maniera.

Ad ogni buon conto, quando sento proclamare nelle fucine del legislatore che “la società è già più avanti”, avrei caro talora, prima di prenderne tranquillamente atto, vedere (da quisque de populo, s’intende) le credenziali dell’assunto e ricostruirne la corsa al vantaggio. Niente di più, normale curiosità.

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