La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo”

Andrea Zoanni

memDue anni fa raccontai dello stupore di aver lavorato per lungo tempo con una persona rivelatasi in seguito un esule capodistriano, cresciuto per 14 anni in un campo profughi e ora Presidente del Comitato di Como dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

Lo raccontai come testimonianza per il “Giorno del Ricordo” in un contesto più ampio, tra una Preside che mi insegnò da ragazzino i valori della Resistenza ed un Istituto di Storia Contemporanea intitolato ad un magistrato comasco indomito animatore della Resistenza locale.

Queste righe fanno seguito a quanto pubblicato da Appunti l’11 febbraio 2014 e che per completezza e comprensione invito a riprendere, in quanto alcuni sviluppi lavorativi mi hanno permesso di condividere in questo periodo un evento durato tre giorni che ha coinvolto quattro Comuni del comasco, per celebrare con le scuole e la cittadinanza la solennità civile del “Giorno del ricordo” istituita nel 2004.

Evento patrocinato dal Comune di Como e organizzato da CISL Scuola dei Laghi, Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta, Associazione Giuliano Dalmati di Como e Progetto San Francesco.

Tra i molti studiosi e testimoni competenti era con noi il Prof. Roberto Spazzali, storico e pubblicista, nonché Direttore dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia. Ci ha intrattenuto sulla storia e le memorie del confine orientale italiano, dal disegno degli stessi in una terra complessa e difficile, partendo dal Trattato di Campoformio (1797)  e fino al Trattato di Osimo (1975).

La ricostruzione di ogni periodo è stata supportata da fonti storiche e da ricerche sui luoghi interessati, da testimonianze raccolte e tesi confutate alle volte visivamente contrapposte in un’area, quella balcanica, che su una popolazione di 16 milioni di abitanti ne ha visti morire un milione e mezzo in pochi anni.

Ne è scaturita una comunicazione e un dibattito efficace, “al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.”

Devo dire che per la prima volta ho assistito ad un confronto e un dibattito maturo, senza preconcetti verso una Storia della nostra nazione negata per lunghi decenni, colpa di una sinistra che nel riconoscere l’Esodo di circa 300.000 connazionali avrebbe certificato il fallimento del “sol dell’avvenire” come fratellanza universale; colpa di una destra che avrebbe  dovuto ammettere la sconfitta del suo disegno imperialista e guerrafondaio.

Dopo di che non mi faccio illusioni, esistono ancora i negazionisti di Auschwitz, immagino dunque siano ancora in buon numero anche i cretini nostrani. Perché a distanza di settant’anni e con un mondo diverso non ha più senso quel “segreto di stato” che tanto male fa all’Italia di oggi anche in molti altri ambiti. Significativo fu il discorso dell’11 marzo 2004 del senatore Milos Budin (DS) appartenente alla minoranza slovena:

“Il merito del disegno di legge è quello di rendere patrimonio comune di tutto il Paese e quindi rendere memoria condivisa non più strumentalizzabile ai fini politici una drammatica vicenda storica. Si tratta di un atto doveroso per la sinistra che per molti anni ha mantenuto un atteggiamento giustificazionista e reticente, nascondendosi dietro le violenze compiute dal fascismo, che di per sé non bastano a spiegare esaurientemente le vicende verificatesi alla fine della seconda guerra mondiale, o si è rifugiata dietro motivazioni ideologiche o la ragion di Stato. Tali atteggiamenti hanno impedito l’affermazione della verità storica e del rispetto dei diritti umani come principio base della democrazia; tuttavia, il superamento dei motivi di contrapposizione ancora presenti in quell’area (un territorio plurilingue e pluriculturale) richiedono a tutti un nuovo approccio nei confronti dei problemi del confine orientale, zona caratterizzata da lotte etniche ed ideologiche, spesso condotte con metodi illegittimi. E’ un’area che deve restare plurilingue, ma la necessità di governare con successo la multiculturalità impone a tutti di fare chiarezza con il passato, senza saltare nessuna pagina della propria storia. In tal senso, anche nell’atteggiamento guardingo e quasi diffidente della popolazione slovena nei confronti del disegno di legge è possibile rintracciare la consapevolezza di un contributo ad una positiva convivenza se accompagnato da ulteriori chiarimenti su altre pagine buie di quell’area.”

Gli incontri si sono caratterizzati anche per la presentazione di uno studio dell’Istituto Storico Perretta che da qualche tempo ha avviato una ricerca relativa al problema dell’accoglimento degli esuli giuliano-dalmati stabiliti in provincia di Como negli anni compresi tra la seconda guerra mondiale e la metà degli anni cinquanta. Un accoglimento difficoltoso e di cui non sembra essersi conservata memoria, se non da parte di quanti hanno vissuto sulla propria pelle il dramma dell’esodo.

Il lavoro è ben lungi dall’essere concluso, ma ha comunque prodotto risultati interessanti in quanto trae origine da un documento proveniente dall’Ufficio per le zone di confine della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ha come oggetto “Como – assistenza agli esuli di Pola”.

Contiene anche una interessante lettera della Prefettura di Como alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, relativa al “conto della spedalità” inviato da un ospedale dell’alto lago di Como alla Prefettura, per il ricovero del figlio di un profugo “cittadino italiano proveniente da territorio ora annesso alla Jugoslavia e che non ha sinora acquistato il domicilio di soccorso in questo Comune”. La famiglia non ha ancora la residenza, che imporrebbe al Comune il pagamento delle spese di ricovero ospedaliero e il Prefetto si permette “pertanto di domandare se la spesa di cui sopra è a carico dello Stato.” Siamo nel luglio 1948, l’esodo da Pola è iniziato dal gennaio 1947 e ancora nascono dubbi sulle competenze.

In effetti il quotidiano locale nello stesso mese annuncia la riunione del Comitato interministeriale per la Venezia Giulia durante la quale “Sono stati ampiamente esaminati i problemi dell’assistenza ai profughi giuliani e dalmati con particolare riferimento alle più urgenti esigenze connesse con l’iniziato esodo della popolazione di Pola”.

Il telegramma inviato a fine riunione alla popolazione interessata assicura “adeguate provvidenze e assistenza fraterna”, ma non si riuscirà a far fronte pienamente alle giuste attese. L’Italia è un Paese ancora in difficoltà: strade e ferrovie danneggiate dalle bombe, economia che stenta a riprendersi, difficoltà occupazionali e abitative…

Con decreto Luogotenenziale del 21 giugno 1945 viene istituito il Ministero dell’Assistenza Post-Bellica. Fra i suoi compiti vi è l’occuparsi dei profughi provenienti da Zara, da Fiume, dalla costa dalmata, ma l’arrivo sempre più consistente di esuli obbliga il governo a mettere in atto provvedimenti urgenti.

Il 5 gennaio 1946 un altro DDL istituisce l’Ufficio per la Venezia Giulia alle dipendenze dirette del Ministero dell’Interno, Giuseppe Romita, con il compito di promuovere la formazione di Comitati giuliani e dalmati, erogare un sussidio in denaro e altre concessioni di carattere assistenziale come l’approvvigionamento di vestiario, l’esenzione dalle tasse scolastiche e dai biglietti per i mezzi di trasporto e la liquidazione dei danni di guerra.

Nello stesso periodo prende vita l’Ufficio per le zone di confine, attivo dal 1946 al 1954 sotto la responsabilità politica del giovane sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti, che rimarrà il principale apparato operativo del governo italiano sulla questione giuliana.

Prima di avviare la ricerca specifica sulla situazione a Como, lo studio si documenta sulle leggi emanate dallo Stato per dare concretezza alle adeguate provvidenze promesse, dal momento che fino ad allora i risultati erano stai insoddisfacenti e assicuravano condizioni minime di sopravvivenza senza provvedere ad un vero inserimento nella realtà italiana. Passo dopo passo, la situazione migliora, arrivando a ridosso degli anni ’60.

A Como vi è un elenco ufficiale di 653 persone, 373 donne e 280 uomini, prevalentemente giunti da Zara, Pola e Fiume. Comprende le loro professioni, gli alloggi assegnati, le provvidenze erogate e tanto altro. Obiettivo primario della ricerca, oltre che completare il quadro di arrivo degli esuli, è stato controllare con quale sollecitudine e in che misura si sia riuscito ad assicurare le adeguate provvidenze ed assistenza fraterna promesse dal telegramma sopra riportato.

La coscienza degli italiani del secondo dopoguerra e dei comaschi di allora, ha saputo comprendere le motivazioni della fuga, la sensazione di essere ormai abbandonati e separati dalla madrepatria, quell’essersi sentiti “stranieri in patria? Come sono state accolte queste persone costrette ad una migrazione forzata, spesso precipitosa e confusa?

La ricerca si è svolta su documenti di archivio e per quanto si abbia avuto risonanza nella cronaca locale, l’assistenza e l’alloggio di queste persone appare raramente tra le notizie di prima pagina, finendo per confondersi coi problemi e le difficoltà del dopoguerra. Per di più, l’impressione che se ne ricava è di un atteggiamento mentalmente assistenziale, quasi mai col riconoscimento dei diritti degli esuli in quanto cittadini italiani. Lentamente però la situazione migliora, anche con iniziative private.

“Sono andati ovunque. Anche a Como, un piccolo nucleo di giuliani vive oggi forse ignorato dai più, perché non grida ai quattro venti la sua angoscia ma aspetta paziente e rassegnato che si ricordi di lui. Al comitato giuliano di via Volta ogni giorno si cerca di provvedere. Ma come fare? Famiglie intere vivono accatastate alla meno peggio in sistemazioni di fortuna, prive di quel minimo di conforto necessario a chiunque; parecchi sono disoccupati e soffrono in silenzio perché il loro carattere si ribella ai piagnistei. Ma il generoso popolo comasco non può rimanere assente in questa tragedia. Già ora famiglie di buon cuore ospitano in casa loro dei profughi, qualche iniziativa sorge di tanto in tanto qua e là, ultimo il ballo benefico al Teatro Sociale che ha richiamato su tutti l’attenzione verso i giuliani ed ha generato in questi un senso di riconoscenza e commozione. Non si potrebbe fare di più? Una iniziativa dei datori di lavoro e dei proprietari di stabili non potrebbe dedicare un po’ di attenzione anche ai giuliani? Non si tratta né di fare concessioni, né di largire a fondo perduto. La serietà e l’operosità dei giuliani è garanzia che quanto verrà loro concesso sarà ripagato in pieno col frutto del loro lavoro.”

Una mia breve considerazione attiene allo straordinario arricchimento personale per aver conosciuto persone con una dignità ed uno spessore umano che raramente ho riscontrato in altre situazioni. Per molto meno io non ne sarei capace. Uomini e donne alle quali ad un certo punto e per molti anni è stata negata l’esistenza, facendo pagare loro il conto di una guerra persa. Cittadini italiani ai quali non è mai sfuggito un lamento verso chi li ha improvvisamente considerati ingombranti. Persone che chiedono che la loro storia abbia il giusto riconoscimento, anche come monito attuale e futuro. A loro va il massimo rispetto e considerazione che si possa dare, vittime di un passato che non potrà essere sanato. E’ una storia di perdenti e di sconfitti innocenti senza lieto fine, cosa che non piace sapere ai figli del benessere, abituati a volgere lo sguardo altrove. Credo invece che i veri perdenti siano altri.

In ultimo desidererei far presente due notizie apparse sul giornale locale, a mio parere senza tempo e che ci caratterizza anche oggi.

La prima è del 18 febbraio 1947 e “Il Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara sezione di Como rammenta a tutti gli interessati che le denunce dei danni subiti per abbandono beni in Dalmazia e nella Zona B della Venezia Giulia vanno presentate entro il termine massimo del 25 corrente mese. Per informazioni rivolgersi alla sede del Comitato, dove si possono ritirare i moduli previsti.”

La seconda è del 21 settembre 1950 (dopo 43 mesi). E’ un botta e risposta, tra il signor Miro Lissich, profugo giuliano e il quotidiano La Provincia.

Scrive il profugo: “Da anni il Governo ci promette il pagamento dei danni di guerra. Abbiamo salito tante scale, pregato tanto uscieri, riverito tanti funzionari, fatto diversi viaggi a Roma, speso patrimoni in carta bollata, atti notori e certificati legali, ma dopo cinque anni non vediamo una lira per le nostre case perdute. Qualcuno più fortunato ha ricevuto degli acconti, ma sono pochi. Ogni tanto si presenta qualcuno che non si sa come abbia avuto il nostro indirizzo e ci dice che se si offre una certa percentuale ci pensa lui a sbrigare la pratica. Io non ho accettato il ricatto, fidando nella serietà della burocrazia: ma non ricevo nulla.”

Risponde il giornale: “Lei ha fatto bene a fidare, e allora aspetti con tanta fiducia! Che cosa vuole, a Roma non si tiene in considerazione che chi ha un valore elettorale: voi danneggiati di guerra avete forse formato un partito capace di disporre di 500.000 voti? No? E allora, tacete e sperate.”

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