Una retorica che resiste

Domenicale Agostino Pietrasanta

musNe ho trattato altra volta e non mi ripeterei se non fossi tentato dalla risposta che un quotato opinionista ha proposto alla lettera pubblicata da un quotidiano nazionale. Alla domanda sulla retorica degli “italiani brava gente”, sono state richiamati alcuni virtuosi comportamenti che, durante la guerra, singole persone ed anche gli alti quadri militari della nazione hanno tenuto nei confronti degli Ebrei ed in genere della popolazione civile, distinguendo la propria azione da quella di altre forze di occupazione, tedeschi in prima linea. Il succitato opinionista conclude che alla retorica degli “italiani brava gente” bisognerebbe aggiungere quella dell’auto-denigrazione.

Purtroppo il problema è un altro: di fronte alla lucidità dell’indagine e dell’interpretazione storiografica più aggiornata, l’opinione italiana resiste testardamente quando si tratta di fare i conti con la storia della nazione. E forse è la stessa fragilità della coscienza nazionale che obbliga alla difesa.

Ora i fatti sono difficilmente contestabili. Ho già richiamato, poche settimane addietro il destino degli ebrei italiani, privati dei loro diritti nel 1938 e non è il caso di ribadire le relative conseguenze devastanti non solo sulle comunità israelitiche, ma anche su settori delicatissimi del Paese. Tuttavia, quando accadde durante la guerra aggrava il già pesantissimo giudizio che le leggi razziali inducono in chiunque abbia cognizione non ideologica degli eventi. E’ vero, singoli comportamenti (Guelfo Zamboni e Giorgio Perlasca) hanno salvato parecchi ebrei; è anche vero che, perdurando l’occupazione tedesca non mancarono diffusi atteggiamenti di solidarietà da parte di cittadini anonimi e da parte di organizzazioni soprattutto ecclesiastiche: è vero.

Va tuttavia precisato che la raccolta degli ebrei e non solo, ma anche degli antifascisti, o presunti tali, va individuata nella responsabilità della Repubblica sociale italiana (R.S.I.) che nelle sue disposizioni definiva gli ebrei, come tali, nemici della patria e stabiliva la deportazione di tutti gli antifascisti mettendoli in balia dei tedeschi e delle loro retate con destinazione i campi di sterminio.

La valutazione non trova motivi di giustificazione nei comportamenti delle forze armate italiane. Resta ben noto il comportamento della seconda armata, nella provincia di Lubiana occupata dall’esercito italiano, dove, in applicazione di una circolare del generale Roatta, si perpetrarono veri e propri crimini, rappresaglie. e deportazioni della popolazione civile, esecuzioni di massa e piacevolezze del genere. E se in Croazia, la stessa seconda armata e nel Sud/est della Francia (Alta Savoia e Basse Alpi) la quinta armata, non vollero consegnare, almeno fino al 1943 (dopo non c’era che da ubbidire alle disposizioni della R.S.I.), i prigionieri politici, ebrei in testa, ai tedeschi, fu solo l’orgoglio degli alti comandi militari gelosi delle loro autonomie decisionali rispetto all’esercito germanico, a determinare i comportamenti. Si tratta di un orgoglio persino comprensibile, ma non certo dettato da ragioni umanitarie, da motivazioni da “brava gente”.

Non cerchiamo più giustificazioni; senza una valutazione obiettiva ed onesta delle responsabilità non si esce dagli equivoci.

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One thought on “Una retorica che resiste

  1. Colgo l’occasione per segnalare il saggio pubblicato da Giorgia Manca, valenzana, sul n.68 di PASSATO E PRESENTE, maggio agosto 2006, considerata forse la più importante rivista storica italiana.
    Il saggio, la cui stampa fu appoggiata da De Luna, Collotti, Agosti, si intitola: “Lettere dal fronte: i soldati italiani nella Jugoslavia occupata (aprile 1941-1943), ed è la rielaborazione di una parte della sua tesi di laurea, preparata lavorando, sulla censura postale attuata dai censori sulle lettere in partenza e in arrivo dei militari alessandrini al fronte. Il materiale della vasta ricerca si trova nell’Archivio di Stato della nostra città.
    Altro che italiano brava gente; nella tesi gli esempi sono molto più numerosi e terribili.
    Se avesse il tempo,, potrebbe (dovrebbe vista l’eccellenza dei risultati) esaminare anche il periodo fino al maggio 1945, ma fa la maestra elementare dall’età di 20 anni, 1988, e le mancano il tempo e la freschezza mentale. L’insegnamento alle elementari è il più faticoso e intellettualmente dispendioso del nostro sistema scolastico. Ne consiglio a tutti gli interessati la lettura: ti si apre davanti un finestra inaspettata.

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