Sacro o profano che sia, da questione morale a questione penale

Andrea Zoanni

pioMia figlia minore chiede attenzione ai genitori ed esterna il suo stupore per il servizio al TG sul trasferimento della salma “a vista” di Padre Pio in Vaticano. “Non ne comprendo il senso, oltretutto il cadavere sarà anche ben conservato ma non è certo una bella visione; e la devozione al santo non dovrebbe scendere a tali manifestazioni: serve? Cosa aggiunge di positivo a quello che uno sente?” Ho annuito e ho taciuto, ma senza parlare ho pensato a qualcosa di simile, con qualche breve domanda e considerazione in più.

La domanda attiene, forse, ad un Giubileo della Misericordia che si sta rivelando fino ad ora meno partecipato del previsto, dunque meno redditizio del solito e pertanto da rivitalizzare; la considerazione è che se le tradizioni popolari vanno rispettate, forse una siffatta manifestazione ha un retrogusto ammuffito e non indispensabile ad una moderna devozione, opposta all’idolatria, che scaturisce dal profondo di ognuno di noi e intimamente si manifesta verso l’Assoluto.

Dico di più, ancora una volta la chiesa cattolica apostolica romana attinge a riti da anno mille e costruisce la sua influenza e il suo potere su indulgenza e suffragio, che a ben vedere sono una forma arcaica di favoritismi (o magari anche di altro) perché avendone possibilità io ti offro il tanto che ho per ottenere un favore da te, il perdono e la vita eterna. E chi ha poco o non ha, che fa? All’inferno tra i dannati se ne va? Beati quelli che pur non avendo visto crederanno, ma senza pastrocchi.

Pastrocchi che la chiesa cattolica apostolica romana continua a perpetrare interessandosi di ogni questione in nome di una Parola spesso attribuita impunemente a Dio ma nei fatti inventata, a differenza della altre religioni cristiane, più rispettose e meno invadenti nella vita umana terrena.

Invadenti anche nel costruire imperi economici, per esempio facendo santo un frate cappuccino che aveva scelto di trascorrere la sua vita nel confessionale. Imperi economici dalle oscure gestioni, ricche società che fanno capo ai vescovi, investimenti in settori anche banditi dalla chiesa. Lusso sfrenato dei templi, ostentazione nei paramenti: se entrate in un edifico ove si professano fedi cristiane differenti da quella “nostrana”, con occhi e con mani notate la differenza.

Pretendono di insegnare la morale facendo sermoni imbacuccati come faraoni o il re sole, hanno la pancia piena dicendo agli altri di fare penitenza, fanno leva sull’ignoranza e la superstizione raccontandola che sembra vera. Sembra, appunto, perché servono mammona sfruttando Dio.

Non voglio né generalizzare, né banalizzare, me la prendo coi vertici e non con la truppa, quando non è consenziente o collusa. La storia si interpreta e da Costantino in poi la nostra civiltà si è fermata per millecinquecento anni.

Facendomi più contenuto, vorrei far presente che gli indici Eurostat classificano l’Italia ancora come fanalino di coda per i temi economici. Anche i dati odierni indicano debito e deficit in peggioramento e un divario sulla crescita che tende ad aumentare rispetto le altre nazioni europee.

Seppure in lieve ripresa, non stiamo sfruttando il momento favorevole, senza il quale forse saremmo ancora in recessione. Momento trainato dagli USA che però dà netti segni di cedimento, per cui siamo un poco nervosi e chiediamo flessibilità, ma per far cosa di strutturale non è ben chiaro.

Euro debole, dollaro forte, costo del denaro azzerato, energia e petrolio ai minimi storici permettono un buon export e discreti guadagni alle nostre aziende; BCE e quantitative easing difendono i nostri bond dalla speculazione. Ma la nostra economia non decolla perché prigioniera di una serie di fattori, tra cui spiccano come ben si sa il debito e la corruzione dell’apparato pubblico e politico, superiore all’evasione fiscale come entità complessiva.

Nel discorso di fine anno, Mattarella si è scagliato contro quest’ultimo fenomeno tipicamente nazionale, ma si è dimenticato di dire, come sempre e come tutti, che la stessa evasione è in parte figlia di leggi e norme partorite dal governo che favoriscono il mantenimento di una pressione fiscale tra le maggiori al mondo.

Evasione provocata dal ginepraio di società di comodo permesse dal nostro sistema fiscale, che dovrebbero essere rimosse con leggi mirate e pene severissime. Forse non servirebbero sforzi inumani, ma poi come la metteremmo col peso lobbistico e partitico che si sostiene reciprocamente con finanziamenti e favoritismi?

Dovrebbe essere motivo sufficiente per legiferare super partes, contrastando anche con cattiveria chi ruba e appendendo al chiodo quegli avvocatucci in cerca di notorietà mediatica, difensori dell’accozzaglia romanesca di mafia capitale. Per furto non intendo quello del ladruncolo che comunque mette paura, intendo quello perpetrato dai perbenisti, elegantemente vestiti, che occultato i soldi allo Stato con la scusa del peso fiscale.

Il nostro problema sono le norme, le leggi, i comportamenti che favoriscono un atteggiamento corruttivo. Ma lo Stato è complice nell’aver umiliato l’economia italiana, non attenendosi alle buone regole del mercato. Lo Stato è inadempiente verso i propri fornitori rispetto i tempi di pagamento ed in questi anni ha concorso alla chiusura di moltissime imprese medio/piccole molto più intensamente che altri fattori, generando di conseguenza una moltitudine di perdite di posti di lavoro.

Inoltre, la disperazione dei titolari d’impresa ha comportato in molti casi la ricerca di liquidità nel mondo dell’usura con tutto ciò che le ruota intorno, perché in economia spostare i termini dei pagamenti impedisce un corretto giro della liquidità tra chi produce e chi consuma.

Il tempo di pagamento delle fatture nelle transazioni commerciali è tema delicato nella gestione finanziaria di una azienda. Lo Stato italiano si comporta come se fosse un commerciante disonesto, che paga ciò che acquista in media dopo un anno dall’aver beneficiato del prodotto. Certamente è la media del pollo e allora le cosce e il petto sono Trentino e Alto Adige con “ben” 60 giorni, la carcassa è la Calabria ove ne “bastano” 900!

Sono dati riferiti al 2013, altri ufficiali e più recenti non ve ne sono, anche questo tempismo all’inverso è cosa poco seria. Resta il fatto che siamo il peggio in Europa per i tempi di pagamento dei debiti commerciali.

Ma non è solo lo Stato a creare questo squilibrio finanziario, anche le grandi imprese monopolistiche operano in questo senso, sfruttando una posizione dominante, un abuso di potere figlio di pochezza morale e culturale che nessuno contrasta.

Questi sono argomenti che nessuno dice, mettendo in pratica il detto che “per cancellare il reale è sufficiente non comunicarlo”, salvo casualmente intercettare trasmissioni radiofoniche, ove gli ascoltatori intervengono e chiedono al prof. Quadrio Curzio di turno la veridicità dell’affermazione che misura l’entità debitoria statale complessiva equivalente ai 200 miliardi di sofferenze largamente inesigibili del settore bancario nazionale.

Dal 1° gennaio 2013 esiste il D.L. n° 192 sui tempi di pagamento, che ha recepito una indicazione europea. Per come è stato scritto è simile ad una truffa, perché scandaloso nella sua incomprensibilità e nella sua disapplicazione. Il risultato è un menefreghismo generale delle grandi imprese che se evidenziato si ritorce contro chi ha sollevato la questione.

Andava previsto all’origine il divieto di firmare contratti ed emettere fatture oltre il termine europeo (non oltre i 60 giorni). Invece spetta al fornitore l’onere di pretendere il rispetto, il che significa “fammi causa che ti tolgo il lavoro”.

Fortunato chi prevalentemente esporta! Fortunato chi può evitare di firmare contratti col divieto di portare in banca o in qualche società di factoring le fatture inevase per chiedere anticipazioni, salvo che siano società di factoring della grande impresa stessa, così da potersi mangiare coi tassi applicati anche il margine di guadagno del povero fornitore. Stato e grandi imprese sono canaglie.

Non finisce qui e davvero non saprei quale titolo dare, forse potremmo dire “Sacro o profano che sia: da questione morale a questione penale.” In questo mi aiuta una conoscenza, il prof. Claudio Mario Grossi.

“Si può solo dire che la questione morale è ormai diventata una questione penale. Dagli anni ottanta ad oggi è solo peggiorata ed ha corroso il tessuto sociale. Ha sfigurato la Democrazia. Questione morale è la politica del voto di scambio, del clientelismo di persone dappoco per aggregarsi e manipolare le istituzioni, il denaro pubblico, le persone e le città, asservendo tutto ai propri interessi e della casta. Tutto ciò ai confini della legalità, ma non per questo producendo meno danni. (…)

Ora siamo passati alla corruzione diffusa e alla presa del potere economico da parte della malavita organizzata, soprattutto nel settore della pubblica amministrazione. Questione morale, questione penale, quest’ultima come degenerazione della prima. Politica nazionale, politica locale, sistemi simili che convivono e si integrano. (…)

E’ in questa non cultura, è in questo inesistente senso dell’interesse comune come bene supremo che trova terreno fertile la malavita organizzata nelle istituzioni. Ma ciò non origina solo da aspetti organizzativi o legislativi inadeguati. E’ una questione soprattutto di coscienza e di valori individuali. Per questo le legislazioni dovrebbero essere ripensate affinché contribuiscano a cambiare il sistema dei valori del popolo italiano.

Ad esempio, ciò che per i popoli scandinavi è orrore (come tutti i reati contro la collettività e ciò che è considerato bene comune) da noi sono marachelle di furbastri e le conseguenze non sono mai tali da dissuadere seriamente i delinquenti. Lo testimonia il fatto che i peggiori esempi di mala amministrazione pubblica sono ormai da noi materia di avanspettacolo, divertenti servizi in trasmissioni di intrattenimento.

Finché sarà così non avremo speranza. Ecco perché rivedere la gerarchia dei valori di un popolo significherebbe innanzitutto ripensare il Codice Penale, in particolare il peso delle sanzioni e la durezza delle norme rispetto alla tipologia dei reati.

Evasione fiscale totale, corruzione, concussione e ogni reato contro la cosa pubblica e il denaro pubblico sono da considerarsi alla pari dei peggiori reati contro la vita e contro la persona. Oso sperare che se così fosse non saremmo il Paese corrotto e malavitoso che tutti, a parole, riconoscono ormai apertamente.”

Per altri motivi, il Corriere di ieri sottolineava come gli odierni valori della nostra civiltà siano il supermercato e l’e-commerce, il consumismo triviale e il narcisismo egoista, l’edonismo volgare e il monopattino per adulti.

Non resta che far torto, o patirlo” fa dire il Manzoni all’Adelchi morente.

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One thought on “Sacro o profano che sia, da questione morale a questione penale

  1. Nell’articolo dagli amari contenuti, si fa riferimento al potere economico: finché esiste un potere economico, non potrà mai esistere un Diritto o, quanto meno, sarà solo parzialmente garantito.

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