Per la sicurezza lavorare a città nuove e a periferie rivitalizzate

Carlo Baviera

cit

“Il nostro giovane presidente del Consiglio ha una capacità di mutare che mi impressiona, mi sorprende e mi tiene desto. Mentre i Berlusconi e i Salvini mantengono una staticità inadeguata ai tempi che viviamo. I fatti di Parigi con la loro tragicità hanno spinto Renzi ad abbandonare la logica un poco spavalda per assumerne una più attenta e calibrata che meglio si adatta al suo ruolo. L’attuale realismo politico cozza con l’enfasi rottamatoria e si mostra più adeguata con lo spirito italiano che preferisce sempre toni più calibrati e realistici. Oggi i rischi che si presentano sono molti e per superarli serve un intreccio di prudenza, di coerenza, di intransigenza e buon senso, il tutto condito da grani di idealità”.

Mi hanno colpito queste parole di una intervista rilasciata, qualche tempo fa, a commento delle reazioni agli atti terroristici di novembre a Parigi. Non tanto per quanto riguarda il giudizio espresso su questo o quel personaggio, ma per il fatto che di fronte a parole di vendetta o di rivalsa, di interventi militari o di misure eccezionali di sicurezza e prevenzione, venute da tante parti, il nostro Governo ha saputo e voluto tenere una posizione più articolata che tiene conto anche della necessità di misure di tipo culturale e sociale per contrastare le derive del nostro tempo. Una posizione irrisa, come imbelle e da Italietta, da parte di quanti fremono per mostrare i muscoli e dimostrare il loro patriottismo e difendere la loro identità.

Continuava l’intervistato  nel sottolineare che, se vanno prese tutte le misure di sicurezza e di protezione necessarie per contrastare e catturare i terroristi, l’Italia che ha saputo sconfiggere il terrorismo politico può fornire un’esperienza positiva nei confronti di altri Paesi; e che per vincere “le città devono diventare il luogo centrale della controffensiva. Questi terroristi “sono persone cresciute nelle grandi città, ma anche nella marginalità estrema delle grandi e anonime periferie urbane. Sicuramente nella loro vita e nei loro percorsi di crescita umana e di sviluppo della personalità hanno sentito il peso della marginalità è questo che ci deve far riflettere e vedere se l’insieme dei paesi europei è in grado di far sentire europei e pertanto andare oltre l’accoglienza per generare processi ospitalità che ci consentano di costruire una convivenza plurale”.

In aggiunta si sottolineava che “Non possiamo mai dimenticare che per bisogno di socialità le persone tendono ad andare al centro città, nel luogo dove c’è la piazza, dove ci si può incontrare, commerciare, scambiarsi saluti e corteggiare. Lo dico perché penso a come dobbiamo pensare l’accoglienza e soprattutto l’ospitalità delle persone che arrivano. Se le allontaniamo dal centro città e dalla piazza non siamo sulla buona strada, abbiamo bisogno di generare una mescolanza di persone e non una separazione. Penso in particolare a minori non accompagnati che sono la parte più drammatica delle migrazioni attuali”.

Le città, la loro organizzazione, il sistema e l’offerta dei servizi culturali, sportivi, sociali, ludici: ecco la sfida che ritorna. Ci si è imbattuti, in questa sfida, nel periodo della ricostruzione.

Ci abbiamo riflettuto e compiuto scelte urbanistiche e di welfare negli anni sessanta e settanta del secolo scorso.

Siamo nuovamente chiamati a pensare, sognare, riscrivere, disegnare, costruire, una nuova forma di città; inclusiva, arricchente, plurale, legata sempre più al territorio e a difesa del patrimonio ambientale; che offra bellezza, che aiuti a sentirsi partecipi, che valorizzi le differenze. Tutto questo senza dimenticare gli aspetti della sicurezza e della prevenzione (a tutti i livelli). Ricordare che è in crescita anche la microcriminalità, i furti, gli scassi, le violenze anche sugli anziani soli.

Tornando al grande terrore degli attentati e della guerra ormai introdottasi anche sul continente europeo, c’è da chiedersi del commercio delle armi e domandarsi con molto rigore da dove provengono quelle che si usano in questa terza guerra mondiale a pezzi. “Da questo punto di vista il nostro non è un paese innocente”.

“Bisogna disarmare tutti gli atti di odio, di intolleranza verso chi è costretto ad arrivare e contro i residenti che a causa della loro origine, della loro religione, delle loro usanze vengono additati come un nemico interno da tenere in disparte o da espellere. Gli Islamici non sono “bastardi”, sono figli legittimi di una storia, di una tradizione e di una religione e come tali vanno rispettati. Avere rispetto dell’altro, del diverso significa assumersi la responsabilità verso di lui e verso l’ambiente sociale, politico, ed economico in cui dobbiamo vivere insieme da diversi”.

Ritorniamo così alla questione cui si accennava, delle città e della rivitalizzazione e cura delle nostre periferie; e per periferie è da intendersi il territorio non ricompreso nelle grandi aree urbane e le città medio piccole, sempre più isolate per colpa di scelte accentratrici e di razionalizzazione (strutture sanitarie, stazioni e tratte ferroviarie, tribunali).  E’ lì, in queste periferie, che si trova una delle realtà in cui si combatte e si può vincere la guerra dell’odio, della violenza, dell’ignoranza, dell’intolleranza.

E non solo per riscattare chi, immigrato, si sente emarginato e scartato; ma soprattutto i nostri figli e nipoti che sono oggetto di reclutamento da parte della sottocultura, della mentalità e ideologia fascista ancora troppo presente, dei clan malavitosi, di quei gruppi che sfasciano le curve degli stadi, del localismo campanilistico.

Altre due realtà importanti, per un’alleanza a favore della crescita integrale delle nuove generazioni, sono la famiglia e la scuola. Anche lì devono tornare responsabilità, autorità (che non è autoritarismo), regole da non confondere con obblighi, ma valori “positivi”. Tutti si deve remare dalla stessa parte. Prima delle armi e di misure speciali (o almeno insieme) la parola deve essere alle misure civili, sociali, culturali. 

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