Noi vs Voi

Angelo Marinoni

mebNei particolari spesso troviamo lo spunto per le riflessioni generali, per esempio mi capita spesso, dati i potenti mezzi Rai e pur vivendo al confine fra le provincie di Alessandria e Asti, di ascoltare il telegiornale regionale lombardo invece di quello di competenza piemontese, che fra le tante cose, in occasione del giorno della memoria 2016 raccontava della premiazione dei reduci dell’Olocausto a Milano rilevando che quest’anno, per la prima volta, a ritirare il premio non sono andati i protagonisti, ma i figli o i parenti per la dipartita dei primi.

Siamo quindi in un momento storico di confine fra il presente (che sarà un altro periodo) e un significativo momento storico concluso, siamo in un’epoca di bilanci e di maturità, sulla carta, sufficiente per trarre le prime ragionate conclusioni.

In verità viviamo l’inizio di un momento storico in cui si parla di morti con una leggerezza terrificante, spesso si sentono commenti quasi liberatori alla notizia dell’ennesima tragedia del mare, come se quelle morti valessero meno di altre, consumate nei bordi delle strade di una notte prefestiva.

Vite che valgono meno nell’inconscio collettivo: è questa la più grande tragedia di questo tempo che le celebrazioni della “Shoah” rendono più violenta e rumorosa e che rivela drammaticamente che se è finito il momento storico gli eredi non ne hanno compreso in maggioranza il significato.

Le vite dei disperati che fuggono da guerra e disperazione o dalle persecuzioni religiose sono equiparate alle cartelle di Equitalia e ogni barca in meno equivale a una spesa in meno per molte persone che nel giorno della memoria, contrite, si sono affrettate alle celebrazioni del 27 gennaio.

Che cosa direbbero quei protagonisti dipartiti di fronte a un tale cinismo?

Loro che hanno vissuto la barbaria dell’Olocausto ci insegnerebbero a rispettare la vita di tutti e a tendere una mano, pur rispettando se stessi e la propria cultura e storia, pur imponendo ai nuovi arrivati le regole della convivenza che tutti, o quasi tutti, qui, abbiamo accettato.

In Italia ci dividiamo fra chi rievoca i manifesti fascisti sulla difesa della razza, vecchi quasi d’un secolo, ma l’odio non ha età, e chi confonde accoglienza con sudditanza, solidarietà con inconsapevolezza culturale, accoglienza di persone con accettazione di usi che cancellano anni di battaglie per i diritti civili.

Siamo, fra l’altro, il paese che in un palazzo della Capitale decideva o cercava di farlo, in materia di estensione di diritti civili e in un altro stringeva accordi economici con un paese che sta cominciando a discutere il riconoscimento di fondamentali diritti umani.

Il motivo per il quale viviamo in un’epoca di contraddizioni suona molto come scusa per non prendere in considerazione seriamente aspetti di questo momento storico che sono alquanto inquietanti e che rivelano con trasparente linearità che del periodo precedente abbiamo appreso poco.

Oltre alla ferocia con cui viene trattata nella pancia del paese, per usare un brutto e diffuso neologismo, la tragedia della migrazione, merita attenta considerazione la violenza verbale con cui viene affrontato quello che dovrebbe essere il dibattito politico.

Da qualche anno ci siamo accorti di come quasi tutti i dibattiti televisivi, ormai fenomeno mediatico e strumento fondamentale della dialettica e del confronto politico, finiscano in rissa verbale con le voci che si sovrappongono, pubblico rumoreggiante quando non da palazzetto dello sport durante una gara, e conduttori in affanno che iniziano frasi che non riescono a finire perché soverchiati dal rumore degli altri: agonie fatte pietosamente terminare dal regista che dà il via alla pubblicità.

Cerchiamo di spiegare il fenomeno alternativamente attribuendo ai conduttori scarsa competenza, agli ospiti poca educazione, agli argomenti scarso valore e quindi poca intelligenza di chi pensa di aumentare l’efficacia della loro dichiarazione aumentandone proporzionalmente il volume di esposizione.

La verità, penso, stia in una combinazione lineare delle tre osservazioni, ma il fatto che sia rarissimo riuscire ad avere un confronto politico basato su argomenti che non finisca in rissa ci illumina su quale sia la considerazione reciproca dei competitori e su quale rispetto possano avere per il pubblico persone che non vogliono fare ragionare gli uditori sui loro argomenti, ma semplicemente esporglieli come dati di fatto.

Siamo pur sempre il paese in cui non si espongono i fatti per non disturbare le opinioni disse una volta Marco Travaglio.

La stessa violenza avviene con la trasformazione del confronto politico con una guerra alle persone: sto trovando fastidioso e irrazionale il continuo schiaffeggiarsi di M5S e PD in fatto di moralità e competenza amministrativa. Dopo la vicenda del sindaco di Quarto il PD ha rilasciato delle dichiarazioni, molte sicuramente evitabili circa un coinvolgimento del Movimento 5 Stelle nella grande famiglia delle organizzazioni politiche con elementi compromessi, altre sacrosante circa l’opportunità di smetterla di rovesciare su tutti gli altri avversari politici le colpe dei malfunzionamenti del sistema solare e scendere a un confronto sulle idee e sulle competenze amministrative con una visione meno manichea.

Male gliene incolse, da qualche tempo la rete è bombardata di signori o signore con un simbolino PD in fronte e didascalie circa indagini della Magistratura e passati in parte discutibili; uno degli attacchi frontali più “ideologici” è la campagna contro il Ministro Boschi: non voglio entrare nel merito della vicenda non conoscendone, come la maggior parte di chi ne parla anzi ne urla, i particolari tecnici, ma entro nel metodo e penso che si sia sorpassato il limite della normale dialettica politica per sfondare quella dell’odio verso una categoria o una professione che non è poi così diverso dall’odio verso una etnia.

Quando una classe politica, e non mi riferisco al movimento 5 stelle ma a tutte le compagini politiche, confonde gli argomenti con chi li espone abbiamo un enorme problema di democrazia: il PD non ha superato la sbornia del 41% e non si rende conto che è un partito che ha ancora molta strada da fare per potersi definire compiutamente partito di governo di una democrazia moderna, nel centrodestra il trinomio “quando c’era Lui caro Lei”, ”burlesque”, ”bastaimmigrazionebastaeuro” fa un po’ paura e dei pentastellati mi spaventa questa violenza verbale contro le persone che non la pensano come loro, l’ultima in ordine di tempo sono le facce di Benigni apostrofate con “che schifo” perché ha dichiarato che voterà a favore delle riforme costituzionali nonostante abbia fatto una trasmissione sulla “Costituzione” più bella del mondo.

A parte il fatto che solo gli imbecilli non cambiano mai idea, parafrasando un vecchio adagio, evidentemente lui come altri crede che la riforma costituzionale non snaturi i principi costituzionali fondanti la Repubblica e ne sia solo un adeguamento sull’organizzazione dello Stato necessario e appropriato all’evoluzione della società italiana.

Non condivido questo punto di vista, il primo articolo che scrissi per “Appunti” era una strenua difesa della Costituzione del 1948 (non la stesura che sta per essere modificata) e non mi sono mosso di un millimetro da quelle posizioni, ma non ho mai dipinto il Ministro Boschi come una Erinni e ho sempre cercato, anche in scritti successivi, di argomentare quella mia posizione conservatrice.

Se una classe politica intera affronta la dialettica e il confronto come una guerra personale e non di argomenti come affronterà l’esercizio del potere? In particolare come ne affronterà la dissidenza?

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