La chiesa e le leggi razziali in italia

Agostino Pietrasanta

papNel novembre del 1938, la S. Sede presentò al governo italiano una formale protesta su una disposizione specifica contenuta nel dispositivo delle norme sulla “Difesa della razza” emanate da Mussolini, a cominciare dalla tarda estate di quell’anno. La protesta si limitava alla questione dei matrimoni misti tra cittadini italiani e quelli di altra razza, ebraica in particolare; dal momento che tali matrimoni, anche se celebrati da un ministro cattolico, per effetto della legislazione introdotta, non venivano più trascritti allo “stato civile”, la Chiesa intravide una violazione al Concordato del 1929 e si comportò di conseguenza.

In verità, la disposizione si inseriva in una serie impressionante di statuizioni persecutorie nei confronti degli Ebrei, tanto da rendere la protesta della S. Sede del tutto inadeguata a dimostrare esplicita condanna della politica razziale italiana. Basti pensare, solo per una parziale elencazione, che una serie successiva di Regi Decreti Legge (R.D.L.) escluse la popolazione israelita dalla scuola (docenti ed allievi), le impedì tutti gli impieghi pubblici, la dichiarò inabile a qualsiasi professione regolata da albi pubblici (ingegneri, avvocati, medici, agronomi, geometri e soprattutto notai); vietò agli Ebrei qualsiasi impiego nel settore dell’editoria e della comunicazione, li escluse dalle forze armate e dal Partito nazionale fascista (P.N.F.) ed espulse dall’Italia la popolazione ebraica straniera, arrivata nel Paese dopo il 1919. Aggiungerei, ma l’elenco si allungherebbe in modo impressionante, che non potevano esercitare attività d’impresa di particolare rilevanza (con più di cinquanta dipendenti) che non potevano possedere terreni superiori alle cinquemila lire di estimo e fabbricati eccedenti le ventimila lire di imponibile. Non stupisce di conseguenza, se alcune voci critiche accusarono la Chiesa di scarsa presenza nella difesa degli Ebrei italiani dalla persecuzione.

Va precisato che la protesta della S. Sede non poteva che riferirsi, almeno sul piano strettamente istituzionale, che alle questione dei rapporti diplomatici bilaterali relativi alla norma concordataria. Nel concreto le posizioni se non ufficiali, sicuramente di particolare autorevolezza, furono complesse e talora anche contraddittorie: si va dalle accuse di Pio XI a Mussolini che aveva voluto imitare le persecuzioni tedesche creando una stizzosa reazione nel dittatore italiano che sosteneva l’aspetto del tutto originale della normativa nazionale, alla dichiarazione di Agostino Gemelli che, in una conferenza all’Università di Bologna, arrivò a dichiarare che il popolo deicida stava solo pagando per le sue innegabili colpe storiche e per il suo delitto pepetrato contro Gesù.
Sarebbe interessante una scorsa delle varie posizioni; mi limito a dire che nell’immediato trovò più udienza Gemelli che non Pio XI, ma la questione va vista in un contesto di sostanziale indifferenza della maggioranza degli Italiani, di fronte alla norma di persecuzione dei diritti degli Ebrei.

Ora, a ridurre la questione ad estremo schematismo (e lo schematismo corre sempre dei rischi), si potrebbe affermare che, in generale il popolo cristiano del Paese mentre si dimostrò, almeno in prevalenza, indifferente alla persecuzione dei diritti della popolazione ebraica, si dimostrerà, dal 1943, maggioritario nella difesa della vita dei connazionali della medesima popolazione. La Chiesa, nei suoi vari livelli di responsabilità, si orientò per un comportamento del tutto analogo.

Gli Ebrei in Italia erano ridotti di numero all’incirca a quarantamila; durante l’occupazione dell’esercito tedesco e delle SS al suo seguito ne furono massacrati o deportati poco meno di ottomila. Non è difficile di conseguenza concludere che un’azione di solidarietà ebbe affetti positivi, considerato il programma da soluzione finale e di sterminio sistematico di tutti gli Ebrei da parte dei nazisti con il consenso e la collaborazione dichiarata dei vertici della Repubblica sociale italiana (R.S.I.).

Qui si introdurrebbe uno dei capitoli in agenda tra i più complessi della storiografia aperta a diversi contributi tra loro in dichiarata dialettica: quello della mancata denuncia da parte di Pio XII degli eventi posti in essere dalla Shoah e dalla politica della razza con obiettivo di sterminio totale della popolazione ebraica da parte di Hitler. La questione è del tutto aperta ed, in questa sede, mi porterebbe fuori tema e fuori degli spazi concessi. Ciò che non si può negare ad una constatazione di fatto è l’attività della Chiesa in Italia, per proteggere e salvare la popolazione ebraica dalla deportazione e dai massacri perseguita dalle forze di occupazione nazista e dai loro collaboratori della R.S.I. Se la mancata denuncia della Shoah ai livelli ufficiali può suscitare alcune perplessità, negare gli interventi di vero e proprio salvataggio posti in essere da parte di varie realtà ecclesiali appare per lo meno pretestuoso; ed appare altrettanto pretestuoso il giudizio di chi ritiene che se interventi ci furono, essi non coinvolsero la responsabilità né la connivenza del papa e della S. Sede.

Renzo De Felice nel sua opera fondamentale, per quanto datata (1961, ma ripresa in diverse edizioni fino al 1993) “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo” riporta, in appendice, un puntuale elenco di centocinquantacinque istituti religiosi romani che dettero ospitalità, nel periodo dell’occupazione di Roma (settembre 1943/giugno 1944) a quattromilaquattrocentoquarantasette (4447) ebrei (a Roma nel periodo la popolazione ebraica arrivava a settemila unità), assieme a parecchi antifascisti ricercati. Sarebbe inconcepibile che tutto questa sia potuto avvenire non solo senza conoscenza, ma anche senza approvazione della S. Sede. Non solo, ma recentemente Andrea Riccardi ha riportato nel suo libro, “L’inverno più lungo” (1943/44: Pio XII, gli ebrei ed i nazisti a Roma) un documento, trovato tra le carte Montini (il futuro Paolo VI) che stabiliva le regole di comportamento per i rifugiati negli istituti religiosi; inutile aggiungere sulle responsabilità di Montini in S. Sede ed inutile sottolineare che difficilmente Montini avrebbe agito senza informare il papa.

C’è di più; e mi avvio alla conclusione. L’attività di aiuto agli Ebrei nella penisola fu promossa soprattutto, a partire dalla fine del 1939, dalla “Delegazione per l’assistenza agli emigranti ebrei” (DELASEM); ora DELASEM, dopo il 1943 non poté più operare per iniziative ebraiche ed in varie città fu presa in carico dalle diocesi. A Roma la sede fu posta presso la casa generalizia dei cappuccini per iniziativa di Padre Benedetto, ma fu soprattutto a Genova che, grazie al card. Boetto, furono allacciati rapporti con varie diocesi del nord, in particolare Milano e Torino. Se su quarantamila ebrei italiani più di trentamila si salvarono, a fronte di un programma di sterminio totale, una qualche solidarietà ha certo avuto i suoi effetti.

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Vi invitiamo a

CULTURA E SVILUPPO
Piazza De Andrè ad Alessandria

GIOVEDI 28 GENNAIO 2016
ore 19,00 – 22,30 (con pausa buffet alle 20,30)

alla conferenza dal titolo

Razzismo e antisemitismo nella politica fascista dell’Italia negli anni Trenta

Nostri ospiti, come detto, saranno i Professori

Gian Piero Armano
Agostino Pietrasanta

e la studentessa

Francesca Romanelli

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