Il mondo in subbuglio

Andrea Zoanni

modRecentemente ho seguito diversi interventi e dibattiti sugli eventi internazionali tramite vari canali specialistici, quali le pubblicazioni e gli approfondimenti delle riviste Limes e Internazionale, lo svolgimento dei lavori di Davos non ancora conclusisi, ma soprattutto le iniziative sempre attuali dell’insigne ISPI di Milano. Questo sia per passione, sia per interesse, sia per confutare le mie personali valutazioni su certi temi fondamentali per il divenire, ospitate gentilmente anche da Appunti nelle scorse settimane. Sono tutti argomenti che ahimè non trovano spazio adeguato nell’informazione nazionale, a riprova che il nostro piccolo paese conta sempre meno politicamente e commercialmente.

Non voglio però soffermarmi sulle nostre diatribe, sono solo sempre più preoccupato per il futuro domestico delle nostre generazioni, che in assenza di cambiamenti significativi dovranno fuggire al più presto da questo paese. Cosa che chi può fare già fa, se penso a molti ragazzi che terminate le scuole superiori preferiscono altri paesi all’Italia. E vi garantisco che sono molto più di quanto si pensi, detto dal mio osservatorio privilegiato che altro non è se non avere un contatto diretto con il mondo giovanile tra il diploma e la laurea.

Il mondo è in subbuglio, come sarà il 2016? E’ quanto si è dibattuto l’altro giorno presso la sede milanese di Assolombarda, in un convegno organizzato dalla stessa e da Fondazione Corriere della Sera, da Intesa-Sanpaolo, da ISPI e da SACE. Il centro congressi era gremitissimo, a testimonianza della centralità dei temi in discussione che hanno spaziato da scenari globali a focus mirati continente per continente.

Che il mondo sia in subbuglio è un dato di fatto, non c’è angolo della Terra che non subisca direttamente o indirettamente conseguenze negative derivanti da incertezze politiche, economiche, sociali e ambientali in assenza di significative soluzioni all’orizzonte.

C’è bisogno di conoscenza e di interpretazione, serve comprendere in profondità il senso di oggi, ma è difficile fare previsioni anche nel breve termine, soprattutto se ci basiamo su un periodo anno per anno, scomponendo il tempo in periodi della stessa lunghezza temporale.

Sulle previsioni pesa moltissimo il trascinamento dell’anno precedente, un 2015 altrettanto ricco di episodi lungo tutto il suo corso. Ricapitolandoli in breve, ma non in ordine di importanza, né in modo esaustivo, ci imbattiamo in notizie ed eventi molto significativi, che ci dovrebbero consentire di preparare meglio l’imprevedibilità di questo periodo, se riusciremo a far tesoro degli errori commessi e delle occasioni perdute.

In prima battuta dobbiamo ricordare che l’anno era iniziato col ritorno della paura per il terrorismo, l’attentato ai vignettisti parigini, rivelatisi ultimamente degli emeriti cretini (e non si dica di no) ci aveva trovato impreparati e scossi perché vicino. Un ritorno ad un terrorismo diverso rispetto alle torri gemelle o ad Al Qaeda, perché dimostratosi capace di raggiungere quasi ovunque e in modo continuo gli obiettivi che si prefigge, con il risultato di farci sentire in una sorta di linea di fuoco. A questo si aggiunge un suo consolidamento nelle terre di origine (il nascente stato islamico) e la diffusione di innumerevoli tentacoli sparsi per il mondo, quasi a disegnare una piovra mafiosa.

Altro tipo di paura è stata la telenovela estiva della crisi greca, tutt’altro che risolta. E’ un tema apertissimo, ancorché rappresenti una piccolissima percentuale dello scacchiere economico europeo e che proprio per questo motivo ha mostrato nel suo svolgimento ulteriori lacune in aggiunta a quelle conosciute.

Paura per paura, ma forse potrebbe essere solo una preoccupazione, certo è che il grande motore di questi anni si è un poco ingolfato e forse c’era da aspettarselo, perché non può assorbire in continuo i debiti di tutte le principali democrazie del mondo, Italia compresa. Stiamo parlando della Cina, valvola di sfogo della crisi e dell’aumento del costo del petrolio, spugna acquirente dei nostri manufatti nonché delle commodities dei paesi emergenti.

Dalle paure e dalle preoccupazioni al dramma dei rifugiati, esodo biblico proveniente dall’Africa e dal medio oriente. Non c’è provvedimento che tenga, da mesi una massa imponente di persone preme sui confini e mette a nudo una Europa incapace di soluzioni efficaci. Contemporaneamente emerge una capacità straordinaria di divisione degli stati europei, che mette a rischio la stessa sopravvivenza comunitaria.

E’ l’anno dei rifugiati, ma è anche l’anno dei populisti, termine vago e forse non totalmente negativo, a meno che non lo si voglia identificare come visione xenofoba e anti europea. Va da sé che l’approccio e il sostegno alla politica di queste idee e manifestazioni risulta un fenomeno evidente e diffuso.

Abbiamo fatto conoscenza anche dello spessore politico di Vladimir Putin, che ha saputo consolidarsi come uomo potente nel panorama internazionale, come leader forte di un paese economicamente debole che ha tenuto in scacco leader deboli di paesi economicamente forti. Ci ha fatto dimenticare la crisi ucraina, che permane tuttora nella sua interezza ed è entrato con intelligenza nella contesa medio orientale, disegnandosi tra scontri e alleanze un ruolo importante e significativo.

In ultimo, ma forse ci sarebbe anche dell’altro, c’è di sicuro una buona notizia attesa da tempo: il costo del denaro ed i prezzi delle commodities (materie prime) in drastica diminuzione, petrolio in testa. Rispetto all’oro nero, che sia in atto una guerra commerciale tra Arabia e Usa è evidente, così come il prezzo alla pompa dei carburanti non è sceso in proporzione. Però ci si è accorti che prezzi così bassi hanno avuto un impatto opposto, dunque negativo, sui paesi produttori verso i quali noi tutti esportiamo.

Orbene, tutti questi avvenimenti sono nel loro complesso non positivi e ad una attenta lettura impattano in ogni campo. Attentati, fattori di crisi politica, economia che fatica a riprendersi: sono molti i momenti di tensione. Però nel 2015 i mercati non sembrano accorgersene, tirano diritto senza recepire gli eventi.

Sono tanti, sono molti, ma c’è qualcosa che li lega, un fil rouge nascosto che li tiene insieme. Forse è il fatto che sebbene siano crisi molto serie non vi sono elementi distruttivi, cataclismi irreversibili, sfide invincibili.

Vero è che il mondo è mutato e l’odierna velocità impone soluzioni molto più rapide ed efficaci nel breve termine rispetto a ieri, però non siamo di fronte a guerre fredde o crisi con minacce nucleari di memoria passata. Gli stessi numeri dell’esodo inducono a ricercare le cause che impediscono a 500 milioni di abitanti di ricevere un milione di arrivi (dato riferito al 2015). Avranno dei limiti, ma i numeri statistici se ben analizzati hanno un loro valore.

Anche il prezzo petrolifero è quello del decennio 1990-2000 e quando parliamo di terrorismo non dobbiamo dimenticare che lo stato islamico conta circa 80.000 soldati, ma è fronteggiato da 53 paesi tra cui vi sono le maggiori potenze militari.

Perché allora le questioni da serie sono diventate drammatiche? Per la paralisi degli strumenti approntati per risolvere queste crisi, per le crepe dell’architettura di governo collettivo degli organismi nati per affrontare questioni collettive. In queste istituzioni prevale il litigio, la divisione, la rissa. Pensiamo al dibattito europeo sulla Grecia, sul terrorismo, sull’immigrazione; pensiamo alle non soluzioni a livello globale sui mercati valutari, sulle principali commodities, sulle norme che regolano il commercio internazionale.

Ognuno va per la sua strada, i leader deboli illudendosi che contrastando e ribellandosi alle istituzioni internazionali possa configurarsi come un atto di forza, i leader forti convinti che per definizione debbano prevalere sulle istituzioni transnazionali. Così succede che invece di favorire soluzioni comuni si preferisce andare per conto proprio, scaricando l’effetto sul vicino.

Una immagine esemplare potrebbe essere la chiusura delle frontiere, ove ogni paese chiude la propria riversando il problema sul proprio vicino. Dalla Svezia fino alla Turchia vi è un effetto domino, col risultato che quest’ultima ha in seno due milioni di rifugiati e li utilizza come bombe ad orologeria minacciando e ricattando secondo le proprie convenienze.

E’ come se al pronto soccorso si intervenisse sulle ferite sanguinanti con dei cerotti e non con dei punti di sutura, che fanno un po’ di male all’inizio ma che producono effetto e poi sollievo, ma soprattutto non si staccano in caso di pioggia, cosa che invece i cerotti fanno.

A dire il vero nel 2015 sono stati sottoscritti accordi e trattati importanti, ma tutti avranno bisogno di essere sostenuti e praticati. Sono i “se” e i “ma” che faranno la differenza.

L’accordo con l’Iran è importantissimo anche per l’economia italiana, si calcola che già dal primo anno vi saranno interscambi commerciali di svariati miliardi di euro. Però funzionerà se non vi saranno tentativi provocatori dei paesi vicini, se le elezioni americane non modificheranno la strategia statunitense, se Rouhani avrà internamente la forza di capitalizzare questo enorme opportunità che è riuscito a dare al proprio paese.

L’accordo sull’ambiente di Parigi sarà vincente se i leader dei paesi che lo hanno sottoscritto favoriranno con politiche interne l’implementazione dello stesso, visto che non esiste obbligatorietà per alcun firmatario dell’intesa.

Gli accordi commerciali troveranno applicazione se saranno ratificati e rispettati dai partner interessati.

Le indicazioni positive di fine anno libiche e siriane, in un panorama desolante, saranno tangibili se verranno implementate con una lenta ma inesorabile inversione di tendenza dell’attuale situazione. In Libia l’Esecutivo appena creato si deve riunire a Tunisi per governare a Tripoli (e con questo ne abbiamo addirittura tre) ed in Siria la road map di recente costituzione non sappiamo ancora dove ci porterà.

E il 2016? Il benvenuto ci è stato dato dal venir meno dell’impermeabilità dei mercati. Del 2015 ci portiamo le crisi non risolte o risolte male, che si sommano a quelle degli anni precedenti. Avremo la trasformazione del buono in cattivo? Cioè il basso prezzo del petrolio e i tassi a pavimento fino a quando resteranno tali? E si implementerà la ripresina europea? Il risiko è complicato, ma gli appuntamenti in calendario nei prossimi mesi orienteranno a breve il nuovo corso.

Tra il 2009 e il 2013, gli anni pesanti della crisi, erano le pesanti sfide economiche a tenere banco. Oggi invece si dipinge un 2016 ricco di criticità complessive, che spaziano tra economia, ambiente, geopolitica, sociale e tecnologia.

A Davos si sta discutendo di questo, con un occhio particolare all’Europa e non all’euro. Lo scorso anno la nostra moneta era la grande malata, oggi è il destino dell’Europa sotto i riflettori. Il pensiero dominante è comunque orientato ad un forte ottimismo con l’unica criticità imprevedibile del terrorismo e del nostro continente sul problema dei migranti.

A questo proposito, mi ha colpito un azzardo, ovvero l’ipotesi che nei prossimi mesi la Merkel possa perdere la coraggiosa sfida sull’immigrazione e pagare un dazio pesantissimo. Cambierà la guida della Germania? Se così fosse credo che il futuro del mondo sarà più ricco di barriere fisiche e doganali, con l’Europa sempre più debole. Ho pensato all’Iraq del dopo Saddam e alla Libia del dopo Gheddafi: correremo il rischio di fallire? Lo stiamo già correndo, alleniamoci a divenire i leader del Mare Nostrum.

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