Il papa in Sinagoga

Domenicale Agostino Pietrasanta

sinLa presenza del papa in Sinagoga, nel tempio massimo dell’ebraismo, in Roma, è ormai una consuetudine dal momento che la visita di Francesco di domenica scorsa ha fatto seguito a quella di Giovanni Paolo II ed a quella di Benedetto XVI, portando l’esperienza alla sua terza tappa.

Si tratta di una constatazione sintomatica di un passaggio della Chiesa cattolica che dalla lotta all’ebraismo come religione e come cultura è passata alla constatazione di un’amicizia che va ben oltre il rispetto dei diritti specifici della libertà religiosa. In effetti la radice della svolta la troviamo nel Concilio Vaticano II e nella dichiarazione “Nostra Aetate”. La Chiesa, in altre parole riconosce che, agli inizi della fede che proclama, si trova la Parola di Mosè e dei profeti; non si dimentica che la rivelazione del Testamento Antico, parte costitutiva del messaggio cristiano, l’ha ricevuta grazie al popolo con cui Dio si è degnato di stringere la prima alleanza.

Ne deriva che nei confronti degli Ebrei si supera l’impegno della preghiera per la loro conversione, ma si fa strada il principio della reciproca legittimazione e del reciproco riconoscimento: nonostante i giudei, in gran parte non abbiano accolto il Vangelo del Testamento nuovo, essi “rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui chiamata sono irrevocabili” (“Nostra Aetate”, cap. 4).

La strada percorsa non è di poco conto né di poco conto è la svolta posta in essere; il Concilio ed il successivo magistero della Chiesa non si sono limitati a denunciare il comportamento dei Cristiani e della autorità ecclesiastica nella persecuzione degli eredi del popolo ebraico, ma hanno evidenziato il carattere positivo di una storia che si è fatta interprete di un capitolo fondamentale della Parola di Dio.

La questione in ogni caso va contestualizzata. La Chiesa nei suoi comportamenti anche persecutori ha sempre tenuto fermo l’obiettivo della conversione dell’ebreo da quella che era considerata la sua perfidia (i perfidi Giudei), ma per perfidia ha sempre inteso per l’appunto la mancata risposta di fede ad una promessa di Dio. Si è trattato ovviamente di un capitolo censurabile di intolleranza religiosa; e tuttavia resta difficile, se non improprio e scorretto valutarlo se non si tiene conto dell’antigiudaismo non solo del Cristianesimo, ma di varie e diverse culture, soprattutto nel passaggio dalla storia moderna e contemporanea. Non si tratta ovviamente di giustificare: sarebbe impossibile; si tratta di capire. Basti pensare che lo stesso “campione” della tolleranza, o considerato tale, Voltaire (1694/1778), autore del “Trattato della tolleranza”, nel suo “Dizionario filosofico” alla voce “Juifs” ha scritto “…gli ebrei sono un popolo ignorante e barbaro che unisce da molto tempo la più sordida avarizia al più tenace odio per tutti i popoli” ; Marx, per conto suo, parla di una società borghese malata perché “ebraizzata”, dal momento che solo “…il denaro è lo zelante Dio d’Israele”.

Ovviamente l’antigiudaismo della Chiesa presenta un suo carattere autonomo che si esprime soprattutto nel giudizio sulla mancata conversione del popolo d’Israele considerato “popolo deicida”, senza alcuna considerazione sulle responsabilità proprie della morte di Gesù solo imputabili all’aristocrazia farisaica ed al potere del governatore romano e senza alcuna attenzione (almeno nel passaggio specifico dell’accusa agli Ebrei) al piano di salvezza del sacrificio del Cristo. Per quanto autonomo l’antigiudaismo della Chiesa va inserito nel fenomeno complessivo che costituisce un passaggio rilevante della culture contemporanee, anche laiche o addirittura sedicenti atee.

Tutto questo viene solo superato dal Concilio e, giova ripetere, non semplicemente per una richiesta di perdono degli errori passati, ma per una valutazione in positivo dell’alleanza del popolo d’Israele, nel progetto di salvezza.

La questione si fa anche più cospicua quando si vuole distinguere, e con ragione, la persecuzione religiosa e culturale di Israele dall’antisemitismo posto in essere dai vari totalitarismi del Novecento; tuttavia va riconosciuto che l’antigiudaismo, benché non vada confuso col razzismo ne ha favorito i processi devastanti che la storiografia oggi descrive.

Anche per questo le svolte della Chiesa sono da considerarsi epocali; anche per questo le visite dei papi alla Sinagoga di Roma vanno molto al di là del sia pure fondamentale evento religioso.

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