Naturale o gassata?

Dario Fornaro

faAnche questo è un modo di porsi, oggi, il problema della famiglia. Già considerata ab antiquo una stella fissa nel cielo dei concetti-cardine, delle istituzioni fondanti della nostra società, da qualche tempo sta assumendo contenuti e dimensioni variabili, ben rappresentati dalla parola convivenza, assai più intonata a quella “flessibilità” che appare sempre più componente costitutiva della modernità e come tale usabile tendenzialmente come sinonimo di famiglia. Celiando, ma non troppo, convivenza come famiglia à la carte (naturale, legale, di fatto, similare, innovativa, aperta, paritaria etc.). Flessibilità, nel nostro caso, inclusiva, in senso giuridico e regolamentare, dei nuclei atipici e dei relativi rapporti interpersonali.

Messa giù così, in modo diciamo asettico, la questione famiglia-convivenza non sembrerebbe rendere appieno ragione delle contrapposizioni radicali e delle vivaci polemiche  che, sempre vigili come braci, si infiammano allorché, come di nuovo in questo scorcio di legislatura, il problema di nuovi assetti normativi della famiglia-convivenza si affaccia nelle aule parlamentari sulla scia di proposte di legge.

E’ in discussione il riconoscimento, lo stato giuridico delle “unioni civili”, comprensive di figliolanza già presente o ventura. Il detonatore polemico è costituito dalla previsione/pretesa di far transitare il sigillo dello Stato, anche per le coppie omosex, attraverso la formula del matrimonio vigente, tradizionale, con visibile attenuazione/alterazione del concetto di “famiglia naturale” (padre, madre, figli diretti). Concetto che verrebbe destrutturato, ovvero ricompreso in un più ampio contenitore giuridico arieggiante, ma non più di tanto, alla famiglia fin qui  pacificamente declinata in adesione al “precetto naturale”, corroborato eventualmente da quello religioso.

La baruffa è in corso, riemersa dagli alterni andamenti di un argomento già in agenda da un paio di decenni. Sottoforma  prevalentemente di scontro politico-parlamentare; molto meno virulento tra i cittadini elettori, presso i quali la drammatizzazione sembra già piuttosto attenuata in senso di tolleranza consapevole o, al più, di preliminare incomprensione dell’urgenza del problema proposto. Questione, comunque, di pertinenza dell’imperscrutabile evoluzione dei costumi: ove questi sopravanzino, nel quotidiano, le regole in atto, sarà giocoforza che queste ultime, in un modo o nell’altro, si  adeguino al nuovo clima. (Su certe evoluzioni “spontanee” dei costumi viene tuttavia a fagiolo il noto aforisma: ben scavato, vecchia talpa! ).

Tra le molte, possibili riflessioni sul tema famiglia-famiglie, almeno una si aggancia all’aspetto, all’influenza dei costumi (sul quale meditano diffusamente le scienze umane) e della loro “forza informale”. Dato che un certo tipo di evoluzione negli atteggiamenti (idee, comportamenti etc.) pur confusamente emergente, permetta di prevedere i punti di ricaduta normativi confliggenti con tradizioni consolidate, è inevitabile, è conveniente che i dissenzienti si risolvano per una decisiva battaglia campale, con vincitori e vinti costi quel che costi? Oppure si attengano al principio del male minore, consentendo tempestivamente che il conflitto si congeli se e non appena appaia raggiungibile un ragionevole compromesso?

Certo, un bel caso di scuola della negoziazione opposta a quella dei principi non negoziabili. Nobile competizione, ma poi?  Quale orgoglio, quale conforto da una sfilata di monumenti ai caduti?

Non è poi moltissimo che proposte tipo PACS e DICO sono state affondate, eppure  i “provocanti” sconfinamenti, arrecati alla famiglia tradizionale, erano alquanto più limitati e scaglionati degli attuali “traguardi”, progrediti a loro volta sull’onda dei costumi (la gioiosa “famiglia arcobaleno” era di là da venire).

Si, col senno di poi, si dirà. Ma da ben prima erano già noti fasti e nefasti delle battaglie di Pirro, bastava ricordarsene.

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