Il nome di Dio è misericordia

Domenicale Agostino Pietrasanta

papIl passaggio potrebbe sembrare provocatorio; a ben leggere, se non fosse la gradevolezza del contesto, potrebbe sembrare persino aggressivo di una mentalità assuefatta alle apparenze del perbenismo. Eppure si tratta dell’affermazione più straordinaria di tutta la presentazione che Roberto Benigni ha proposto nel corso della presentazione del nuovo libro di papa Francesco, raccolta dei contenuti di una conversazione con Andrea Tornielli, vaticanista de “La Stampa” di Torino.

Cito, perché la memoria potrebbe ingannarmi, leggendo sul quotidiano di “ispirazione cattolica”, detto “dei vescovi italiani”. Papa Francesco sta tirando tutta la Chiesa, la sta traghettando verso un luogo che ci eravamo dimenticati: verso il cristianesimo, verso Gesù Cristo, verso il Vangelo. Guardate che è un’opera incredibile, la sta tirando.

Da rimanere sbigottiti: la Chiesa, e non solo la sua istituzione gerarchica, ma tutto ciò che il Concilio chiama Popolo di Dio, è il luogo della presenza del Cristo nella storia, o secondo le parole prese da don Primo Mazzolari, la casa del Padre nel mondo e Benigni ricorda, sia pure con raffinato umorismo, ad un’adunata di cardinali, vescovi, preti e popolo cristiano che un papa si trova nella condizione di riproporre un richiamo alla comunità ecclesiale perché si ricordi ciò che ha dimenticato, il Cristianesimo.

E nessuno ha obiettato: semplicemente con successivi interventi e con approccio rispettoso e garbato, prima Tornielli e poi padre Lombardi hanno ripreso la questione della continuità tra le vie della Misericordia dei pontefici, dal Concilio in poi e fino a papa Francesco.

Eppure anche questo libro, il cui titolo riprendo con quello della presente nota, alcune discontinuità nell’attuale pontificato sono evidenti. Intanto la Misericordia non viene solo proposta a chi si presenta e si fa partecipe alla comunione ecclesiale, viene offerta andando a ricercare sulle vie del mondo, a tutti coloro che ne hanno bisogno: la Chiesa in uscita del libro, ma di tutto il magistero di Francesco è il segno di questo approccio pastorale.

C’è però qualcosa di più e di distinto da un messaggio precedente che certo non ne negava i presupposti, ma li lasciava impliciti e persino un po’ rimossi: la consapevolezza ed il senso del limite umano come costitutivo della misericordia di Dio. Intendiamoci, da tempo, a cominciare da Pio XII, che Francesco richiama, veniva denunciato lo scarso senso del limite e del peccato come uno dei problemi anche per la pastorale. Il papa però identifica questa coscienza come il segno della Misericordia; lo dice con approccio semplice e diretto, quando afferma che chi prova vergogna delle proprie azioni riprovevoli e solo chi sa provare questa vergogna si apre al disegno del perdono.

Notate: chi prova vergogna; non chi si ritiene sufficiente e soddisfatto del proprio ruolo e della propria autonomia, ma chi si riconosce inadeguato e si dimostra disponibile ad essere perdonato per la sua condizione di precarietà o, se volete, di peccato.

E qui si inserisce il vero affondo di Francesco, quando distingue il peccatore dal corrotto: Il peccato è la condizione inevitabile dell’uomo; la corruzione è l’assuefazione al peccato è una condizione permanente, non è un atto sia pure riprorevole. Il corrotto non è aperto al perdono, perché si è convinto di essere nel giusto, gli basta salvare le apparenze.

Inutile insistere sul risvolto sociale e politico di questa semplice constatazione. Forse indicando e rilevando questa piaga della corruzione, la Chiesa potrebbe scegliere un modo corretto (forse l’unico) di fare “Politica”, senza lasciarsi coinvolgere in alcuna scelta di parte. E lo farebbe ponendosi veramente al servizio di tutti: la corruzione non è solo di quelli che si sono talmente assuefatti alla tangente da stupirsi persino quando vengono perseguiti penalmente; non è solo di quelli che danno per scontato il percorso privilegiato tra i meandri del potere; non è solo di quelli che parlano di diritti acquisiti a fronte di privilegi devastanti ogni senso morale. Non si tratta solo di queste categorie di grandi corrotti, del tutto convinti del loro “buon diritto” al privilegio. Purtroppo siamo di fronte ad una mentalità tanto diffusa che, anche a livelli sicuramente meno gravi, ma radicati nella convinzione di essere nel giusto, crede sempre che in fondo “una buona parola” possa sempre essere giustificata e lecita al momento opportuno. Purtroppo nessuno ne va esente del tutto; si distinguano pure livelli e responsabilità diverse, ma l’idea di un occhio di riguardo nel trattamento che dovrebbe essere imparziale è la prima tappa per non fermarsi, se capita, in occasioni più ambiziose e cospicue.

Forse un insegnamento costante della Chiesa a questo riguardo, potrebbe riuscire di grande rilevanza politica.

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