Contro il naufragio laico studiamo le religioni

Andrea Zoanni

reNon ho mancato domenica mattina l’appuntamento televisivo con “Paganini”, programma musicale della Svizzera Italiana che nella puntata del 10 gennaio scorso aveva in programma “Ein Deutsches Requiem” di Johannes Brahms, maestro e compositore nell’Olimpo degli eterni.

Di spirito e inventiva profondamente romantica, ma dalla scrittura rigorosamente classica, abbracciò in modo critico la fede luterana e per tale motivo fu un profondo conoscitore della Bibbia.

Infatti nel suo Requiem non seguì il testo liturgico ufficiale come fecero Mozart, Verdi o altri musicisti, ma trasse dalle Sacre Scritture alcuni versi in forma libera con l’obiettivo di portare aiuto e consolazione ai vivi in forma personale, lasciando stare i morti.

Durante lo scorrere delle meravigliose note musicali ho richiamato due pensieri. L’uno verso Emanuele Fasano, un ragazzo che ha spopolato sui social network per la ripresa di un passante mentre suonava il pianoforte della Stazione Centrale di Milano, tanto che postandolo su Facebook per la bellezza di questa scena improvvisata ho così augurato il buon anno:

“Come tutte le arti, la musica è un risarcimento all’instabilità della vita, in cui nulla è per sempre. Suonare significa uscire dalla sofferenza e dalla complessità del vivere quotidiano, entrando nell’attimo eterno della musica. Cercare legami semplici e stabili, perché sinceri, può oltremodo considerarsi una forma di arte, che pone al centro la persona e non l’individuo, generando anche in questo caso attimi eterni. E nella bellezza dell’incertezza a volte si riesce, a volte meno. Ma alla sera della vita saremo giudicati sull’amore.”

L’altro, decisamente molto meno banale, riguarda una riflessione come invito al dialogo di Donatella Di Cesare, della quale ne ho ripreso in toto il titolo: “Contro il naufragio laico studiamo le religioni”.

E’ un pensiero critico e inizia dalle polemiche che investono chi tenta di affrontare temi religiosi quando si discute di simboli e di spazi pubblici, ricordando come la presenza in Europa della religione islamica abbia accentuato il già avviato ritorno delle religioni nella sfera pubblica, smentendo chi parlava di secolarizzazione irreversibile e di confino religioso nella sfera privata.

Ciò mi ha ricordato il motto della Rivoluzione Francese, ove Liberté ed Egalité hanno sempre avuto giustamente spazi universali, mentre la Fraternité è sovente stata poco più di un auspicio con dimensioni parziali e personali. E’ solo una constatazione, non esprimo giudizi meritori.

L’articolo prosegue evidenziando come questo ritorno religioso abbia creato difficoltà in Stati fortemente laici (per esempio in Francia) e distinguendo nella evoluzione il  Cristianesimo e l’Ebraismo dall’Islam, in quanto mentre i primi due monoteismi hanno da tempo concordato un patto con lo Stato, riconoscendone la sovranità, l’ultimo ha da poco iniziato questo processo di ingresso nel patto laico e nella nazione.

Questa diversità ha messo in difficoltà anche altre religioni ma soprattutto Cristianesimo ed Ebraismo, che hanno dovuto rinunciare ad una dimensione politica. E qui parte la critica: “Forse perché la separazione tra religione e politica è una pretesa del laicismo, fittizia quanto irrealizzabile. E se a essere un problema fosse proprio quella sorta di religione civile dello Stato che sta tramontando insieme allo stato-nazione? Certo è che le componenti più laiche sembrano oggi le più impreparate a comprendere quel che accade nel complicato processo della globalizzazione.”

Devo dire che su questo noi italiani non ci siamo proprio, perché una religione civile non l’abbiamo mai avuta ed è la causa prima di tutti i nostri mali, il problema più grave di sempre. Non a caso siamo ai primi posti per corruzione ed evasione fiscale, che lacerano il legame comunitario e producono sfiducia e sbilanciamento nel paese ed una immagine negativa all’estero.

Altrove il singolo cerca di comportarsi onestamente verso la società perché la ritiene più importante di lui e al contempo vi si identifica. In Italia il rapporto si capovolge e per il bene personale non si esita a depredare il bene comune. La logica individuale fa premio su quella comunitaria. Ecco perché le decisioni sono difficili da prendere e una volta prese altrettanto difficili da attuare.

Anche ultimamente sono alla cronaca episodi vergognosi nella loro pochezza cerebrale, veramente non se ne può più di essere governati da tal capponi, che fanno gazzarra tra loro perché pretendono i Rolex e non le patacche, con gli arabi allibiti che nel mentre stanno acquisendo mezza nazione coi fondi sovrani o altri patrimoni e l’altra metà se la stanno contendendo i cinesi e il resto del mondo, come la festeggiata matricola di borsa Ferrari, diventata olandese.

Ripassiamo l’episodio dei Promessi Sposi. “(…) riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago. (…) Lascio pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe a capo all’in giù, nella mano di un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. (…) e dava loro di fiere scosse, e faceva sbalzare quelle teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra (…)”

Proseguendo invece nella riflessione, figure di merda a parte, l’autrice afferma: “Pensare che la religione sia solo violenza, che rappresenti un inutile oscurantismo, è un modo sbrigativo per ridurre ogni conflitto alla guerra del sacro contro la laicità. Come se bastasse sbarazzarsi delle religioni per trovare un rimedio nel tormentato scenario contemporaneo.

Quel che appare ormai evidente è che la laicità non è il luogo neutro di un confronto tra religioni e culture diverse, non è il terreno di una non meglio precisata morale universale, né la forma dell’identità collettiva. Ciò a cui oggi si assiste è proprio il naufragio della laicità così intesa. Il patto laico che ha sempre avuto tratti fortemente nazionali, non funziona nel mondo globalizzato. Ma a ben guardare non ha funzionato neppure prima, lasciando una difficile eredità.

Giudicate dall’alto della ragione illuministica, le religioni sono state ridotte a dogmi superflui e dannosi, quasi che non facessero parte del patrimonio culturale. Gli effetti sono devastanti. Questo spiega perché il dialogo interreligioso è una faccenda di élite. Nelle scuole e nelle università, sia nel nostro Paese, sia in altre nazioni europee, domina l’ignoranza. Peraltro proprio quando oramai in quasi ogni classe ci sono studenti delle tre religioni e sarebbe auspicabile la mutua conoscenza.”

Devo dire che molte di queste riflessioni mi ricordano don Walter Fiocchi e il viaggio insieme a lui come pellegrini nella “Terra dei Santi”, per dirla alla sua maniera, tra la questione Palestinese e la riscoperta delle Sacre Scritture. In quel frangente si approfondì il senso religioso che accomuna le radici Cristiane, Giudaiche e Mussulmane anche attraverso la lettura e il commento in parallelo delle principali preghiere che i seguaci delle religioni monoteiste recitano con il corpo, oltre che con la mente. C’era insomma una sorta di inculturazione spontanea perché piacevole, che aveva arricchito tutti i partecipanti.

Riprendendo dunque questa beata ignoranza vado a concludere la riflessione sempre con le parole molto attuali dell’autrice: “Ma come si può dialogare con la religione degli altri, se si sa poco o nulla della propria? Se si è portati a credere che in un caso come nell’altro si tratta di oscuri dogmi?

Si moltiplicano allora preconcetti e cliché. Anche l’ebraismo è oggi più che mai nel mirino. Così si spalancano le porte all’islamofobia non meno che all’antisemitismo. E così finiscono per avere la meglio le posizioni fondamentaliste, diffuse purtroppo anche tra i giovani.

Dove non si è stati abituati all’ermeneutica dei testi, alla riflessioni sui concetti religiosi, si resta muti di fronte alla ostentazione di una pretesa verità, che dovrebbe invece essere subito decostruita. I fondamentalismi religiosi tentano infatti di separarsi dalla cultura di provenienza. Mentre il Corano, come i Vangeli, come la Torà, richiedono interpretazione.”

Ancora lui, don Walter che ritorna; e a chi come me sottolineava i numerosi morti ammazzati, le guerre, i soprusi e le violenze causa le religioni, nonché la Terra Santa insanguinata rispondeva che “ciò avviene quando l’uomo erra l’interpretazione”, utilizzando pro domo sua la religione stessa, di un Dio condiviso che per definizione vuole solo il bene dell’umanità.

Cosa penso di tutto ciò? Per dirla come Schopenhauer: “Nel mondo esiste un unico essere menzognero: l’uomo. Ogni altro essere è genuino e sincero, perché si fa vedere schiettamente qual è, manifestandosi così come si sente, mentre l’essere umano, a causa del suo abbigliamento, è diventato una caricatura, un mostro, la cui vista è ripugnante già per questo fatto, che è poi perfino sottolineato dal colore bianco e per lui innaturale della pelle e dalle disgustose conseguenze del suo nutrimento a base di carne, che è contro natura, nonché delle bevande alcoliche, del tabacco, degli stravizi e delle malattie. L’essere umano appare come una macchia ignominiosa nella natura.”

E volendo anche: “Alberi massacrati. Sorgono case. Facce, facce dappertutto. L’uomo si estende. L’uomo è il cancro della terra.” (Emil Cioran, L’inconveniente di essere nati)

Più semplicemente, dobbiamo chiederci se è più alto il costo della sapienza o dell’ignoranza.

In chiusura desidero riprendere un simbolo musicale italiano nel mondo, Giuseppe Verdi. Molto riservato sulle intenzioni personali, raramente esplicitò le sue convinzioni religiose e se da giovane fu anticlericale, scorrendo gli anni non modificò molto il suo pensiero.

Eppure molti fanno notare come al termine delle sue due vite artistiche culminate con Aida nel 1871 e Falstaff nel 1893, vi siano due opere di musica religiosa, il Requiem del 1874 e i Pezzi Sacri del 1898, musicati alla veneranda età di 85 anni, perché spinto da una profonda necessità interiore.

Entrambe le composizioni si concludono con una implorazione, seppur dubbiosa. Nel Requiem “Libera me, Domine…”; nel Te Deum “In te, Domine, speravi”, con un pianissimo musicale costruito su una lunga nota oscura e sfumata di violoncelli e contrabbassi, l’ultima invocazione prima del Mistero, quasi a ricordarci che dietro le note si cela l’infinito.

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