Scalo FS. Opportunità o vincolo?

Qui Alessandria  Dario Fornaro

FERTraggo spunto dal recente articolo di Agostino Pietrasanta sullo “smistamento” di Alessandria  (“Appunti”  del 9.1.us.) per “ventilare” la necessità di un  salto di qualità, di una discontinuità, come dire?, sentimentale, nel dibattito che da anni accompagna, tra disappunto e protesta, il lento e apparentemente inesorabile declino del famoso Scalo ferroviario (“il secondo d’Italia dopo Bologna”) che onorava e beneficiava questa città.

Pietrasanta si trattiene ancora  sul disagio e sul nocumento  che  tale “inspiegabile” declino arreca  alle fortune e all’autostima degli alessandrini, ma fa un passo in più: non solo lamenta la progressiva dismissione funzionale dello scalo (riduzione massiccia di attività), ma allude ad un abbandono tout-court di un’area vastissima, incuneata tra la stazione e il rione “Cristo”,  destinata di fatto e largamente a deposito incontrollato – vale a dire passibile di ogni tipo di intrusione, non sconosciuto alle cronache – di materiale rotabile obsoleto.

L’inversione di marcia di una luminosa tradizione diventerebbe drammaticamente palese: da un elemento (storico) di poderoso sostegno socio-economico della città, lo scalo ferroviario,con la sua ragguardevole cesura topografica imposta alla città, scivolerebbe nel novero degli impedimenti, o degli ostacoli, o delle “eredità negative” atti a condizionare sensibilmente il futuro urbanistico, con relativi addentellati,  di Alessandria.

Ipotesi sconsiderata? Capisco la prima reazione, ma è agevole rifarsi all’esperienza,  occorsa nei decenni recenti, di molte città che si sono trovate a fare i conti – spesso difficoltosi, almeno in prima battuta – con vaste aree urbane, per lo più industriali, dimesse per cessata produzione e giacenti inutilizzate, in attesa di progetti di riuso a scala adeguata. E si potrebbero anche evocare diversi casi in cui lo stato di abbandono (le situazioni tipo  Pantanella, a Roma) è degenerato in spontanei “usi d’urgenza”, protratti nel tempo e nelle cronache.

Certo è prematuro drammatizzare, come città, sul destino del compendio “smistamento” e altrettanto certamente  gli “alti comandi FS”  confermerebbero, a richiesta, l’interesse, almeno prospettico/patrimoniale, dell’azienda su quella non indifferente porzione dell’area-scalo che risultasse  eccedente rispetto ai  fabbisogni futuri in termini di esercizio.

Nondimeno l’ipotesi, a medio-lungo periodo, di un eventuale riuso extra logistico-ferroviario dell’eccedenza immaginata, non andrebbe scartata a priori, come suggerisce del resto l’elementare accortezza, valida in ogni dove, di tenersi nel cassetto un “piano B” da utilizzare, elegantemente,  al tramonto dell’aspettativa principale. Occorre semplicemente pensarci, senza con ciò contraddire necessariamente alla politica  di querimoniosa e astratta rivendicazione di nuovo vigore che, dall’alto, dovrebbe imprimesi, benvenuto, allo scalo ferroviario.

Servirebbe, tra l’altro, a recuperare un minimo di passione della cittadinanza  per l’evoluzione “in chiaro” del disegno urbanistico di Alessandria, appannatosi nel tempo, come, peraltro, normativa flessibile ormai concede.

 Verrebbe alla mente, ad esempio, anche assai azzardato, che la città, proprio per servitù ferroviaria, manca di un collegamento di grande viabilità ad Ovest (entro-Tanaro; oltre fiume finiremmo in una ultra ipotetica  tangenziale più o meno complanare alla Voltri-Sempione) tra il nucleo urbano centrale e l’area di espansione del ”Cristo” verso Casalbagliano, area nella quale si voleva perfino insediare il (campa cavallo) nuovo Ospedale. Ovvio che servirebbe uno “scavalco” del parco ferroviario; ovvio che premessa essenziale sarebbe uno “storico” quanto impegnativo accordo-quadro FS-Comune; probabile che per l’opera di alta ingegneria occorrente non sarebbe invece indispensabile rivolgersi all’ennesima archistar, come provincia comanda.

Del resto, tanto per concludere tra il serio e il faceto, non fu Mauro Moretti, all’epoca a.d. di FS, a sfidare gli alessandrini, in un non dimenticato passaggio a Palazzo Monferrato: non state sempre a lamentarvi, fateci delle proposte? Adesso si è involato in Finmeccanica, ma la sfida brucia ancora.

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One thought on “Scalo FS. Opportunità o vincolo?

  1. Le osservazioni di Dario Fornaro sono sempre acute e stimolanti, ma ci sono alcuni elementi che, credo, vadano puntualizzati: il primo è l’assoluta impraticabilità del parallelo area industriale in disuso e impianto ferroviario non utilizzato in quanto nel primo caso si parla di edifici diroccati o fabbricati industriali dismessi eventualmente dotati di macchinari obsoleti (se non lo fossero non sarebbero abbandonati) mentre nel secondo caso parliamo di una infrastruttura ferroviaria efficiente di rilievo nazionale il cui inutilizzo è da imputarsi ad una politica irresponsabile del trasporto merci accompagnata da inconsapevolezza e inconsistenza della politica locale. Non parliamo di una infrastruttura su cui può decidere da sola la città di Alessandria, ma sulla quale la città di Alessandria potrebbe trarre benefici, non certo un’altra strada, nulla è più irresponsabile che gettare un solo metro di nuovo asfalto. Le dimensioni poi dell’impianto imporrebbero, in ipotesi di riuso civile, un piano urbanistico complesso e dai costi di realizzazione, manutenzione, infrastrutturazione e dotazione di servizi immane, parliamo di un’area che potrebbe definirsi Cristo2, ma per metterci poi chi? Sostituire a suolo consumato del suolo consumato e sprecato? Il problema di quell’impianto sta anche nel silenzio colpevole alessandrino, ma principalmente a chi progetta il terzo valico trascurando le infrastrutture esistenti e incentivando contro ogni logica, protocollo, e norma dal buon senso a europea il trasporto merci su gomma. Moretti è stato quello che ha detto che le merci fra Genova e milano possono andare su gomma: da un soggetto del genere non raccolgo alcuna sfida o provocazione.

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