“Memoria sì, oblio no!”

Gian Piero Armano

sinDa più di dieci anni questo slogan apre il corteo delle autorità istituzionali, degli studenti e dei cittadini che si recano dalla sinagoga di via Milano al monumento/carro ferroviario posto nel Parco dei Deportati alessandrini, il 27 gennaio, giorno della memoria. E’ un forte richiamo per tutti a non dimenticare, perché è giusto, è necessario che i momenti tragici ed eccezionali come la guerra, la deportazione di milioni di persone e le loro morti, non si perdano nel vento, ma lascino il segno nella coscienza di ogni persona di buona volontà.

E proprio per questo va riconosciuto l’impegno delle istituzioni cittadine – Provincia e Comune – che non hanno lesinato energie in questi anni affinché i richiami della memoria entrino nella coscienza degli studenti e dei cittadini, attraverso iniziative di conoscenza e di riflessione su ciò che è avvenuto in Italia e nel mondo nel periodo della seconda guerra mondiale. Già Agostino Pietrasanta, nel domenicale del 2 gennaio, si è soffermato a riflettere sul tema specifico che in questi mesi è stato presentato alle classi terminali degli Istituti Superiori della Provincia, in preparazione alla giornata della memoria.
Ma, si sa, che il 27 gennaio può correre un grave rischio, quello di esaurire in un giorno il suo richiamo, quello di essere un giorno pieno di retorica che non imprime nella coscienza della gente l’immagine della responsabilità.

A questo scadimento può contribuire anche la trascuratezza e l’abbandono dei segni, dei luoghi e dei simboli riguardanti il peggiore evento del secolo scorso che ha attraversato l’Europa, ma anche le singole città, compresa Alessandria. Quei luoghi e quei segnali che dovrebbero rintuzzare la memoria e la riflessione possono risultare inerti e inespressivi, se lasciati nell’abbandono.

Nella nostra città ci sono alcuni segnali e luoghi di memoria importanti che devono essere recuperati, rivalutati, resi efficienti a favore di iniziative didattiche ed informative a vantaggio della conoscenza e della riflessione su quanto ha prodotto di tragico il nazifascismo sulla popolazione alessandrina.

Sarebbe bene, ad esempio, che il tratto di via Milano, dove si trova la sinagoga, compreso tra Piazza della Lega e l’incrocio con Via Migliara, cambiasse nome per richiamare il ricordo degli ebrei alessandrini morti nei Lager e per ricordare che in quella zona della città esisteva il ghetto ebraico. Sarebbe anche un ottimo intervento se lo spazio davanti alla sinagoga non fosse più occupato dai tavolini del bar: sarebbe un segno di rispetto per un luogo importante della storia della comunità ebraica in Alessandria, che risale al 1867, con una facciata esterna neogotica che ingentilisce tutta la costruzione. La sinagoga subì nel 1943 un grave saccheggio da parte dei fascisti alessandrini che distrussero le due biblioteche fornite di alcuni volumi risalenti al ‘500 e di rari manoscritti e rubarono diverse suppellettili di argento che servivano per le cerimonie rituali ebraiche.

Giustamente la piazza della cattedrale di Alessandria, luogo importante per la comunità cattolica, è ordinata, rispettata e resa solenne per la cura dimostrata in questi anni: perchè non lo può essere l’edificio più rappresentativo della religione ebraica, luogo di memoria che già ha sofferto i segni dell’odio e della violenza?

Esiste poi il carro ferroviario, eretto come monumento commemorativo degli ebrei alessandrini deportati, che da anni giace in una situazione di degrado, senza una luce che lo illumini (ma altri monumenti invece sono illuminati), senza la possibilità che le scolaresche possano accedervi per prendere visione del percorso didattico riguardante gli ebrei alessandrini morti nei Lager. E’ vero che il luogo dove è stato posto è decentrato ed è soffocato dal posteggio selvaggio degli automobilisti, ma potrebbero essere prese alcune misure che garantiscano meglio il significato e la funzione di questo monumento.

Il recupero di questi luoghi e di questi segnali può costituire un efficace tramite educativo per le giovani generazioni, sempre più lontane dai fatti accaduti durante la guerra, e per l’integrazione dei cittadini, sempre più numerosi, che provengono da altri paesi e da altre culture. Si tratta di pensare al territorio della città come un “museo” in cui i “luoghi della memoria” ci aiutino a riflettere sul loro significato intrinseco e sui processi selettivi della memoria pubblica; ma anche come un “museo” in cui la “memoria del luoghi” ci metta di fronte all’intreccio di silenzi, di rimozioni, di memorie divise che lo studio della storia deve aiutarci a decifrare e a ricostruire.

Se si trascurano i luoghi di memoria, non può esserci che l’oblio, perchè la memoria dei luoghi non può che essere un’elaborazione in perenne divenire, che si perpetua in tutto quello che siamo e che facciamo.

La storia della seconda guerra mondiale, della deportazione, della vita nei Lager e della conseguente distruzione di vite umane, è ancora carica di implicazioni che ci riguardano direttamente. Sollecitare i cittadini a conoscerla attraverso i luoghi e i simboli della memoria nella prospettiva del rapporto fra passato e presente, non vale semplicemente per un’esigenza celebrativa, ma per un bisogno pedagogico e sociale a favore di tutti.

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