La necessità di cambiare

Andrea Zoanni

Clima-Parigi

Accade sovente nella vita dei singoli e delle collettività che le incomprensioni, le ostilità dell’ambiente e le avversità obiettive generino momenti di stanchezza e di sfiducia nei quali pur continuando a lottare si comincia a dubitare dei principi e degli ideali in cui si è sempre creduto e per i quali si è strenuamente lavorato. Si ha l’impressione che si affievolisca quella carica di entusiasmo che solo una serena fiducia nell’avvenire può dare e che qualifica al di là di ogni dato materiale l’azione umana.

Un siffatto stato d’animo circola da qualche tempo nel mondo in cui viviamo, composto da innumerevoli contesti vicini e lontani tra cui vorrei citare la famiglia in senso lato, il lavoro, lo studio, lo svago, le associazioni della società civile. In questi ambiti continuano a svilupparsi iniziative con pieno senso di responsabilità, ma a volte si rileva un senso di incertezza circa le prospettive future e un diffuso disorientamento di fronte allo stato di cose creato dalla presente condizione economica, sociale e politica. Incertezza e disorientamento perfettamente giustificati di fronte ad un pianeta dall’ambiente naturale sempre più in sofferenza, ove si acuiscono guerre e terrorismi che per via della globalizzazione rischiano di riflettersi in ogni luogo.

In questo contesto i disagi sono naturali e si amplificano quando permane il dubbio di non aver compreso che la situazione si può superare cercando in noi stessi, nella validità dei nostri principi e nel riconoscimento della nostra forza ideale l’energia e la fiducia nel futuro necessari per continuare ad esercitare con pienezza e senza complessi di inferiorità l’essenziale funzione civile e sociale, economica e ambientale. Siamo agli inizi di un nuovo anno, ma il nuovo avanza da tempo e il cammino sarà tanto più rapido e positivo quanto più si saprà rinnovare lo spirito di iniziativa e di rischio che contraddistinguono la nostra storia.

Facile a dirsi, ma tanto difficoltose appaiono soluzioni durature vista la complessità del quotidiano, compresi attori principali non proprio di storica grandezza. Il neoliberismo è in crisi di risultati e di idee, per di più i violenti disordini attuali hanno matrici comuni derivanti da questa dittatura selvaggia che a differenza della politica non ha confini geografici. Ne consegue che nella società dei consumi (o dei post consumi) oltre alle disuguaglianze pesa il diffuso senso di insicurezza e di abbandono. Le conseguenze sono un mondo che vuole rinchiudersi perché teme che le aperture siano strumento di ulteriori problemi sociali.

Penso al Giubileo, ovvero al progetto papale centrato sulla virtù morale della Misericordia (la pietà del cuore che induce al soccorso) e mi domando se farà breccia nel mondo a partire dalla Città del Vaticano. Ma penso anche al Presidente della Repubblica e al suo grido sull’evasione fiscale, che sicuramente non farà breccia alcuna se non a parole.

Un mio amico ha scritto su Facebook: “Ho dovuto attendere il discorso di fine anno di Mattarella per trovare in due donne, astronauta e atleta, i modelli positivi dell’anno appena concluso. Ho quindi realizzato che la nostra attenzione è ormai catalizzata dal brutto, dal negativo, dall’oscuro. Un buon proposito per l’anno che inizia: cerchiamo di essere attratti dal positivo, dal giusto, dal bello autentico e teniamolo nel cuore e nella mente.”

In questo mondo si affrontano maggioranze e minoranze, di governo, di potere, di pensiero. Le prime spesso antepongono l’indifferenza alla responsabilità, sicure delle loro ragioni basate principalmente sulla forza dei numeri. Sono egoiste, vivono di abitudine e di tranquillità, sono insofferenti alle proteste e quando possono le negano. Le seconde subiscono ed invece di ricercare un punto di equilibrio si ammantano di una superiorità morale. Ma se fai la tara ti accorgi che grondano di utopie dannose, di purezze astratte e fini a se stesse. Piace loro ritagliarsi questo schema prevalentemente individualistico e consumistico come quello che dicono di combattere.

Osservando in televisione il sorriso degli uomini più influenti del pianeta (o di una parte ben determinata dello stesso) viene spontaneo pensare che forse dietro la loro maschera vi sia la comprensione dei tempi ma anche una sorta di menefreghismo di classe. In questo modo ogni emergenza internazionale è fonte di massima tensione che può essere strumentalizzata da frange estreme e da una politica alla deriva. Ma forse è anche vero che questa élite continua a non considerare il bisogno di un legame più sociale rispetto ad un modello sofisticato e perfetto solo a parole che si è rivelato a vantaggio di pochi e a danno di molti.

Le giovani generazioni e quelle in divenire non avranno i paracaduti di cui hanno beneficiato le nostre: la colpa è di tutti, ma principalmente è colpevole chi ha usufruito e mantenuto regole e diritti non sostenibili nel tempo. Si parla spesso a sproposito di sostenibilità, che in economia è l’equilibrio tra una rendita e il suo valore. La non sostenibilità è lo scollamento tra questi due fattori ai quali oggi si sommano le tensioni internazionali ed i flussi migratori largamente previsti prima della fine del millennio, ma che la carente dottrina liberista che ha sconfitto la politica del sociale non ha saputo gestire. Si brancola nel buio, si naviga a vista, non c’è una idea di futuro. In questo frangente l’anziano è più protetto, il giovane invece fatica a costruirsi un orizzonte di vita.

C’è dunque la necessità di cambiare, ma come? Le domande sono appropriate, ma le risposte sono confuse e al liberismo non abbiamo ancora trovato (o non vogliamo trovare?…) una valida alternativa. Così continuiamo ad affrontare i problemi senza risolverli, sia perché nelle emergenze incidi sugli effetti e non sulle cause, sia perché l’approccio non ha mai una visione di lungo periodo e non modifica lo status attuale.

Per esempio, finalmente è arrivata la tanto sospirata perturbazione, acqua in pianura e neve in montagna. Non per delizia di sciatori e albergatori ma per l’abbattimento dell’alto l’inquinamento che negli ultimi giorni ha tenuto la prima fila nei notiziari locali e nazionali. Aggiungi poi che per un combinato disposto di correnti aeree e marine, raro ma non imprevedibile, in Groenlandia faceva più caldo che a Roccaraso (non me ne voglia Zalone) ed alcune nazioni del nord Europa e nord America sono state sommerse da autentiche alluvioni (cosa anche questa già avvenuta in passato): la conclusione delle novelle cassandre è stata che mai come ora siamo vicini alla fine del mondo (del nostro mondo, preciso io).

E’ tutta una grande sceneggiata che per sua natura è eccitante, perché parlare in questo modo del male e delle disgrazie è fantastico, soprattutto quelle con impatto e dimensioni gigantesche. E’ una cosa che tiene desta l’attenzione, purtroppo senza alcuna conseguenza: si modifica l’opinione di fondo al punto da cambiare atteggiamento? Non credo, non è questo l’obiettivo, eccita un po’ gli animi in modo passeggero, poi tutto ritorna come prima, fino alla prossima corsa.

Ora io non voglio banalizzare, di argomenti ve ne sono a bizzeffe e purtroppo molto amari, ma perché parlarne quando fanno notizia e non a bocce ferme? E se vi fosse una parte di ragione? La pianura padana era molto più inquinata qualche decennio fa e così credo, più o meno, tutto il mondo che ci circonda. Ora sono i paesi d’oltre mare e di altri continenti ad ingrigire i cieli come mai si era visto sin d’ora. Chi di voi abiterebbe a Pechino o in siti simili? Il problema è globale.

La memoria è corta, tutto viene buttato in caciara e sembra che la colpa debba essere dei nostri sindaci, che peraltro non vedevano l’ora di abolire il divieto di circolazione delle auto. Potremmo immaginare chiunque al timone della politica e le cose resterebbero immutate. Così i più smaliziati incolpano l’economia del capitale ma, vizietto per vizietto, come già detto non producono idee alternative compiute. E’ tutto un polverone demagogico, dove di norma si accusano gli altri ma poi non si è di esempio rispetto a ciò che si va predicando, salvo eccezioni.

Eppure il problema esiste e sta in una semplice considerazione di base che è la questione nodale: siamo circondati da energia (che è infinita perché data dal Sole) e da materia (che è finita ed è data dalla Terra). Cosa succede? Che noi bruciamo qualcosa di finito (la materia) per produrre qualcosa di infinito (l’energia). Questo è il ciclo alle origini dei nostri avvelenamenti sulla Terra che va capovolto al più presto, altrimenti il pianeta da qui si distrugge.

E da qui desidero abbozzare anche un ragionamento sui risultati della Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi dello scorso dicembre, ma nello stesso tempo rivolgermi al nostro piccolo mondo per chiedergli se le nostre abitudini sono scevre da comportamenti non coerenti con l’ambiente da preservare.

Quanto segue è tratto principalmente dal mensile “Internazionale”, con dovuti tagli  e sistemazioni per la lunghezza degli articoli.

“Il testo approvato alla Conferenza sul clima di Parigi parte da un presupposto fondamentale: il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta. Richiede pertanto la massima cooperazione di tutti i paesi con l’obiettivo di accelerare la riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra.

Corretto, limato e rivisto in 12 giorni e notti di negoziati a Le Bourget, alle porte della capitale francese, il documento è stato presentato con 16 ore di ritardo rispetto alla chiusura prevista per la conferenza. Ma alla fine le delegazioni di 196 paesi hanno appianato le divergenze e hanno appoggiato l’accordo. Alle 19.26 del 12 dicembre, il presidente della Conferenza e ministro degli esteri francese Laurent Fabius ha annunciato all’assemblea plenaria riunita da ore: “L’accordo di Parigi sul clima è stato adottato”.

Per entrare in vigore nel 2020 l’accordo deve ora essere ratificato, accettato o approvato da almeno 55 paesi che rappresentano complessivamente il 55 per cento delle emissioni mondiali di gas serra.

 

Cosa prevede

  • Aumento della temperatura entro i due gradi. Alla conferenza sul clima che si è tenuta a Copenaghen nel 2009, i circa 200 paesi partecipanti si diedero l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale rispetto ai valori dell’era preindustriale. L’accordo di Parigi stabilisce che questo rialzo va contenuto “ben al di sotto dei due gradi centigradi”, sforzandosi di fermarsi a +1,5°. Per centrare l’obiettivo, le emissioni devono cominciare a calare dal 2020.
  • Consenso globale. A differenza di sei anni fa, quando l’accordo si era arenato, questa volta ha aderito tutto il mondo, compresi i quattro più grandi inquinatori: Europa, Cina, lndia e Stati Uniti si sono impegnati a tagliare le emissioni.
  • Controlli ogni cinque anni. Il testo prevede un processo di revisione degli obiettivi che dovrà svolgersi ogni cinque anni. Ma già nel 2018 si chiederà agli stati di aumentare i tagli delle emissioni, così da arrivare pronti al 2020. Il primo controllo quinquennale sarà quindi nel 2023 e poi a seguire.
  • Fondi per l’energia pulita. Dal 2020 i paesi di vecchia industrializzazione erogheranno cento miliardi all’anno per diffondere in tutto il mondo le tecnologie verdi e decarbonizzare l’economia. Un nuovo obiettivo finanziario sarà fissato al più tardi nel 2025. Potranno contribuire anche fondi e investitori privati.
  • Rimborsi ai paesi più esposti. L’accordo dà il via a un meccanismo di rimborsi per compensare le perdite finanziarie causate dai cambiamenti climatici nei paesi più vulnerabili geograficamente, che spesso sono anche i più poveri.

 

Le critiche di ambientalisti e scienziati

  • Partenza troppo prorogata. Secondo molti è rischioso stabilire nel 2018-2023 la prima revisione degli obiettivi nazionali sulla quantità di emissioni: se infatti il mondo continua a inquinare come sempre per altri tre anni, a quel punto sarà impossibile raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi.
  • Nessuna data per l’azzeramento delle emissioni. Non è stato fissato un calendario che porti alla progressiva ma totale sostituzione delle fonti energetiche fossili. La richiesta degli ambientalisti era quella di arrivare a una riduzione del 70 per cento rispetto ai livelli attuali intorno al 2050 e raggiungere le emissioni zero nel decennio successivo.
  • Potere ai produttori di petrolio. I produttori di petrolio e gas, tanto le imprese quanto i paesi, si sono opposti e hanno ottenuto che non si specificasse una data per la decarbonizzazione dell’economia.
  • I controlli saranno autocertificati. I paesi più industrializzati volevano che fossero gli organismi internazionali a controllare se ogni paese rispetta le sue quote di emissioni; gli emergenti (soprattutto la Cina) hanno invece chiesto e ottenuto che ogni stato verifichi le sue.
  • Nessun intervento su aerei e navi. Le emissioni di un volo tra Pechino e Roma, per esempio, sono per definizione internazionali e nessun paese vuole conteggiarle tra le sue. È per questo, ma anche per il potere delle compagnie, che ancora una volta i gas di scarico di aerei e navi sfuggono a ogni controllo.”

 

L’articolo seguente è stato invece pubblicato sul quotidiano britannico “The Guardian”.

“Nel ristretto ambito in cui si sono svolti i colloqui, l’accordo approvato dalla conferenza ONU sul clima di Parigi è un successo. Il sollievo e l’autocompiacimento con cui è stato accolto il testo confermano il fallimento del vertice di Copenaghen di sei anni fa, in cui i negoziati si protrassero ben oltre i tempi previsti per poi finire nel nulla. L’accordo sul tetto fissato per il riscaldamento globale (”ben al di sotto dei due gradi centigradi”, si legge nel testo adottato) può essere visto come una vittoria, dopo che per tanti anni questa richiesta era stata respinta. Da questo e altri punti di vista il documento finale è più forte di quanto molti si aspettassero. Ma appena si esce da questo ambito ristretto, le cose appaiono in modo diverso.

Dubito che qualcuno dei negoziatori sia veramente convinto che grazie a questi colloqui il riscaldamento globale si manterrà al di sotto dei due gradi. Considerate le deboli promesse che hanno fatto i governi a Parigi, perfino due gradi sono un obiettivo ambizioso. Sebbene alcuni paesi abbiano negoziato in buona fede, probabilmente il vero risultato del vertice sarà comunque un cambiamento climatico pericoloso per tutti e letale per alcuni. I nostri governi si preoccupano tanto di non oberare di debiti le prossime generazioni, ma hanno appena deciso di lasciare loro un’eredità ancora più pericolosa: l’anidride carbonica prodotta dal protrarsi dell’uso dei combustibili fossili e le conseguenze a lungo termine che questo avrà sul clima del pianeta.

Con un aumento delle temperature di due gradi ampie regioni della superficie terrestre diventeranno meno abitabili e probabilmente le loro popolazioni saranno colpite da fenomeni estremi: periodi di siccità più lunghi in alcune zone, inondazioni devastanti in altre, che potrebbero influire notevolmente sull’approvvigionamento alimentare. In molte parti del mondo, isole e zone costiere rischieranno di essere inghiottite dalle onde. La combinazione tra l’acidificazione degli oceani, l’estinzione dei coralli e lo scioglimento dei ghiacci al Polo Nord potrebbe comportare la scomparsa di intere catene alimentari marine. Le foreste pluviali potrebbero recedere, i fiumi prosciugarsi e le zone desertiche espandersi. Il marchio della nostra era potrebbe essere le estinzioni di massa.

Questi saranno i risultati di quello che i delegati di Parigi hanno definito un successo. E invece è ragionevolmente prevedibile che si dimostri un fallimento. Mentre nelle prime stesure dell’accordo si specificavano date e percentuali, il testo definitivo mira soltanto a “raggiungere al più presto possibile il picco globale delle emissione di gas serra”. Il che può significare tutto e niente.

A dire il vero la colpa di questo fallimento non andrebbe attribuita a Parigi ma all’intero processo. Il tetto di due gradi che oggi è un obiettivo improbabile da raggiungere, all’epoca della prima conferenza dell’ONU sul cambiamento climatico che si svolse a Berlino nel 1995 era perfettamente raggiungibile. Vent’anni di rinvii dovuti a manovre palesi, segrete e spesso decisamente sinistre della lobby dei combustibili fossili (alle quali si è aggiunta la riluttanza dei governi a spiegare al loro elettorato che le decisioni a breve termine hanno un costo a lungo termine) hanno fatto in modo che la finestra delle opportunità sia ormai chiusa per tre quarti.

Per quanto i suoi risultati costituiscano un passo avanti importante rispetto a tutto quello che è successo prima, l’accordo che ne è uscito è ridicolo. Mentre in genere i negoziati sui rischi globali cercano di affrontare tutti gli aspetti del problema, quelli sul clima si sono concentrati esclusivamente sul consumo di combustibili fossili, senza tener conto della loro produzione.

Mentre a Parigi i delegati si sono solennemente impegnati a ridurre la domanda, a casa loro i governi continuano ad aumentare la produzione. Quello britannico si è perfino imposto l’obbligo, in base alla legge sulle infrastrutture del 2015, di sfruttare al massimo il petrolio e il gas del Regno Unito. L’estrazione dei combustibili fossili è un fatto concreto. Ma l’accordo di Parigi è pieno di fatti molto meno concreti, di promesse che possono non essere mantenute o fatte slittare. Finché i governi non si impegneranno a lasciare i combustibili fossili dove sono, continueranno a vanificare l’accordo che hanno appena stretto.

Con Barack Obama alla Casa Bianca e un governo dirigista a presiedere i negoziati di Parigi, questo era il massimo che si potesse ottenere. Nessuno dei probabili successori dell’attuale presidente degli Stati Uniti mostrerà lo stesso impegno. In paesi come il Regno Unito, le grandi promesse fatte all’estero saranno vanificate dai meschini tagli alle spese operati all’interno. Qualsiasi cosa succederà ora, non farà certo piacere alle prossime generazioni.”

(Mia nota personale: ricordo male o appena un mese dopo la conversione in legge del decreto Sblocca Italia da parte del Parlamento sono state presentate al Ministero dell’Ambiente sei istanze per trivellazioni e prospezioni nelle Marche, Emilia Romagna, Piemonte e Sardegna? Ricordo bene! Il Governo Renzi, convinto trivellatore, con il decreto Sblocca Italia continua a considerare la ricerca di petrolio e gas nei mari italiani strategica per il futuro energetico del paese.

L’Italia rischia di diventare un colabrodo, sono già più di 400 i procedimenti di ricerca ed estrazione, tra quelli avviati e in partenza. Nella sola Basilicata ne sono in funzione settanta. Ma dieci Consigli Regionali che rappresentano i due terzi delle regioni costiere, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto, hanno deliberato a favore del referendum anti-trivelle.

Non era mai accaduto che dieci Regioni presentassero quesiti referendari e la novità non è solo quella della forza propositiva ma anche quella di una scelta politica condivisa che guarda allo sviluppo in totale rispetto dell’ambiente e delle economie locali.

Se così stanno le cose, con quale coscienza abbiamo firmato e ratificheremo in Parlamento l’accordo?)

Infine, Gwynne Dyer è un giornalista canadese che vive a Londra. Autore di libri, documentari e programmi radiofonici, scrive una rivista di politica internazionale che è pubblicata in più di cento giornali di tutto il mondo. In questo modo ha commentato i risultati della conferenza.

“L’accordo si è rivelato molto migliore di quanto si sarebbe potuto sperare anche solo un mese prima. I principali responsabili delle emissioni di gas serra, Cina e Stati Uniti, sono finalmente parte dell’accordo e sono state stanziate cifre significative per aiutare i paesi poveri a ridurre l’inquinamento e affrontare il riscaldamento climatico. È stato addirittura stabilito l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi centigradi, invece dei due gradi fissati come traguardo all’apertura della conferenza. Per questo le migliaia di delegati che hanno trascorso due settimane a trattare sui dettagli dell’accordo si sono sentiti pienamente in diritto di festeggiare per aver portato a termine la loro missione. Purtroppo però l’accordo non basterà a fermare il riscaldamento climatico.

Il limite di due gradi d’aumento è di per sé troppo elevato, ma inizialmente fu stato scelto perché una volta raggiunto questo valore gli scienziati si aspettano che i processi di retroazione scatenati dal riscaldamento cominceranno a innalzare la temperatura in maniera molto più decisa. Per motivi soprattutto politici il limite era stato fissato a due gradi, perché oltre questo valore i governi sostenevano che si verificherà un pericoloso riscaldamento. Ma è un’assurdità. Siamo già di fronte a un pericoloso innalzamento della temperatura, con tempeste più forti, inondazioni più violente e siccità più lunghe. E siamo appena a un grado di aumento.

Arrivare a circa due gradi di aumento rischia di essere una catastrofe: un riscaldamento fuori controllo che non potrà più essere fermato azzerando le emissioni di anidride carbonica provocate dagli esseri umani. La natura comincerà a fare da sé e noi ci ritroveremo intrappolati su una scala mobile a senso unico che ci porterà a un aumento di tre, quattro, cinque o perfino sei gradi. Il pianeta diventerà largamente inabitabile. Se non vogliamo rischiare una cosa del genere sarà meglio non avvicinarsi nemmeno a due gradi di aumento.

Quindi l’adozione del limite di 1,5 gradi è un importante passo in avanti. Però i governi hanno solo promesso “di fare tutti gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi”, non di riuscirci. L’unico impegno ferreo rimane quello di non superare i due gradi di aumento, ma non c’è alcuna garanzia che questo avverrà. Per evitare un fallimento come quello dell’ultimo vertice sul clima di Copenaghen 2009 nessuno ha pensato di imporre effettivamente dei limiti nazionali alle emissioni. Ogni paese è stato semplicemente invitato a proporre tagli alle emissioni che è disposto a fare. La somma di tutte queste promesse di tagli (sempre che siano mantenute) sarà tutta la riduzione globale di emissioni che vedremo nei prossimi cinque anni.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno fatto i loro calcoli, concludendo che questi tagli sono assolutamente insufficienti. Se è questo il massimo che si riesce a fare, allora siamo destinati a un aumento di almeno 2,7 gradi, o molto superiore, visti gli effetti di retroazione.”

“Nessuna delle trattative della Conferenza di Parigi ha cambiato, o anche solo provato a cambiare, queste cifre. Siamo quindi condannati a un riscaldamento inarrestabile? Non necessariamente.

La maggior parte dei negoziatori sa che i tagli oggi sono politicamente impossibili, ma potrebbero diventare possibili tra cinque o dieci anni se il costo delle energie rinnovabili continuerà a calare, se le tecniche come la cattura e il sequestro del carbonio diventeranno economicamente sostenibili e se la gente finirà per essere molto preoccupata da un clima che diventa sempre più incontrollabile ogni anno che passa.

Per questo all’interno del trattato è stato incluso un processo di revisione. Ogni cinque anni, a partire dal 2018, sarà compilato un inventario per esaminare i progressi effettuati nella riduzione delle emissioni da parte di tutti i paesi, che saranno incoraggiati ad aumentare il proprio impegno e ad accelerare i tagli.

Quel che sarà concretamente realizzato dipenderà da fattori politici, economici e tecnologici che non possono ancora essere calcolati. Ma la paura è un potente incentivo e non c’è governo al mondo che non sia spaventato dalla prospettiva di un grosso cambiamento climatico. In realtà molti di questi governi si sarebbero spinti oltre se non avessero avuto paura di scavalcare troppo l’opinione pubblica del loro paese.

Ma l’opinione pubblica finirà per cambiare perché ci saranno grossi danni e tanta sofferenza nel mondo man mano che ci avvicineremo agli 1,5 gradi. Cambierà abbastanza velocemente da permettere ai governi di agire in tempo e in maniera decisa? Nessuno può saperlo. O forse saranno semplicemente le nuove tecnologie verdi a rivoluzionare le cose rendendo antieconomici i combustibili fossili e superfluo l’intervento dei governi? Anche questo è impossibile da sapere.

Non siamo ancora fuori della palude, ma probabilmente stiamo andando nella direzione giusta. A questo punto sarebbe opportuno spendere una buona parola per un’organizzazione troppo spesso bistrattata, le Nazioni Unite. Si tratta dell’unico contesto in cui è possibile portare avanti negoziati globali di questo genere e le sue capacità, le sue tradizioni e il suo personale sono stati fondamentali per giungere a un esito più o meno felice.”

Chiedo venia per la lunghezza, ma mi sembra doveroso data la posta in gioco. Siamo liberi di pensarla come si vuole, ma se restiamo a guardare non ci sarà più nulla da vedere. Ed allora, senza banalizzare credo che l’aria irrespirabile sia un poco colpa di tutti, per quelle piccolissime pratiche quotidiane divenute abitudini consolidate nell’era del benessere e del consumismo. La totalità di questi comportamenti lascia equilibrio tra valore e rendita? E’ come sentire il bisogno di andare in palestra per fare allenamento al nostro corpo semi atrofizzato, quando forse basterebbe non prendere l’ascensore di casa per evitare chissà perché la fatica di qualche decina di gradini più volte al giorno.

Come portiamo i figli a scuola? Come andiamo al lavoro? Perché in certe stagioni dell’anno il traffico impazzisce? Si perde tempo fare qualche chilometro a piedi? La casa deve essere super calda d’inverno e super fresca d’estate? Rispettiamo le regole della raccolta differenziata? E quanto umido produciamo che potremmo invece non sprecare? E quanti rifiuti domestici potremmo abolire? E siamo parchi nei consumi di casa? E il cibo consumato da dove arriva?

Le domande sarebbero infinite e le risposte ci dicono che ogni giorno sbagliamo qualcosa, magari di poco ma qualcosa sbagliamo. Ogni volta che ce ne accorgiamo non dovremmo fare spallucce perché la scusa sta nel tempo, nella fretta e nelle abitudini che ci impediscono di fare altro; dovremmo con piccoli passi aggiungere buona pratica a buona pratica: ognuno di noi pensi a cosa può fare.

Si può fare molto nel nostro piccolo, senza pensare ai massimi sistemi ove ci si scontra spesso fintamente, ovvero si può ragionare di energia e di materia senza pretendere l’etichetta di ecologista, né abituarsi a qualche passo indietro (o diverso) senza diventare i predicatori della decrescita, che non è socialmente sostenibile.

Si può fare anche come comunità sociale, come amministrazioni locali, invece di rincorrersi in diatribe campanilistiche o di rendite di potere non centrate sul vero obiettivo finale. Ripensare i trasporti e i consumi energetici pubblici e privati stanziando investimenti deve essere una priorità. Che poi in altri siti ciò non avvenga non deve essere il pretesto per non operare dove le condizioni ci sono tutte. Questo ci dice la coscienza laica e civile che ognuno dovrebbe avere ed ascoltare.

Dopo di che dovremmo uscire da una moda di pensiero e da una consuetudine che considera il pianeta Terra debole e malato, quando invece è l’uomo ad essere debole e malato. La Terra sopravviverà, in altro modo ma sopravviverà, che sia un cambiamento naturale o indotto il nostro pianeta continuerà ad esserci, perché la natura sana tutte le ferite anche modificandosi. L’uomo invece no, a mio parere.

Fatto questo e dato l’esempio, che collettivamente incide molto, se c’è qualcosa che deve decrescere è proprio l’economia dello spreco e della distruzione. La Terra rischia di morire anche per l’agricoltura industriale, l’allevamento intensivo, la desertificazione del terreno causato dal non rispetto dei cicli naturali.

Il cambiamento deve essere radicale, anche nell’impostazione: intanto parliamo di sviluppo, non di crescita. Qualunque sia l’analisi dovremmo sostituire la parola crescita con la parola sviluppo, affermare che lo sviluppo o è sostenibile o non è sviluppo, convincersi che lo sviluppo è sostenibile se sta in rapporto con il sociale. E lo sviluppo delle economie ricche dovrà essere più lento, mentre quello delle economie più povere dovrà essere più veloce.

Esistono leader in occidente capaci di volere questo dicendolo ai propri cittadini elettori? O egoismi e interessi partigiani prevarranno sempre? Perché non iniziare in tal senso ad informare l’opinione pubblica invece di assistere a pantomime ossequiose quanto false alle prolusioni papali e presidenziali nostre? Non ricordo spazi adeguati di informazione, insegnando buone pratiche rispetto questa materia. Solo stupidaggini di quartiere e di canale televisivo.

Per il resto non mi dilungo oltre, se non per chi volesse approfondire le questioni, rimandando sempre su Appunti a due interventi del 30 marzo 2014 (Revolution) e dell’11 aprile 2014 (Utopie utili e utopie dannose). Anche i problemi si sono globalizzati e serve una presa di coscienza collettiva che su questi temi tarda a venire perché purtroppo non c’è chi volge lo sguardo oltre l’orizzonte percepito. E se il Papa o  altre autorità morali ci provano, altri applaudono e fanno l’opposto. Noi no.

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One thought on “La necessità di cambiare

  1. Analisi lodevole quanto amara, che merita qualche commento.
    Il tarlo liberista ha fatto e continuerà a fare danni: va fermato quanto prima o, altrimenti, scoppierà davvero la terza guerra mondiale e sarà una guerra civile, com’è altrettanto – e tristemente – vero che non si vuole trovare una valida alternativa, che consiste nel ripristino di tutte quelle tutele sociali, le quali non sono divenute insostenibili, ma, per fomentare l’accrescersi delle disuguaglianze, è stato via via levato il sostentamento, specie attraverso privatizzazioni fatte accettare con la favoletta della mano invisibile del mercato propinata da Milton Friedman e forte riduzione della progressività dell’imposta.
    Un utilizzo razionale dei combustibili fossili è possibile: occorre limitare l’uso dei veicoli stradali, in ispecie le autovetture, allo stretto necessario, poiché la tecnologia, al momento, non consente accumulo di grandi quantità di energia elettrica, mentre le centrali termoelettriche, mediante le quali alimentare filovie, tramvie e ferrovie, non rappresentano un grosso problema, poiché, su grandi installazioni fisse, la depurazione può essere agevolmente effettuata, magari anche con sottoprodotti che potrebbero fare comodo, come l’acido solforico derivante dal lavaggio dei fumi di combustibili ad alto tenore di zolfo, il che consentirebbe di ridurre considerevolmente, se non di eliminare, la produzione mediante arrostimento della pirite e questo non è che un esempio tra gli innumerevoli che si potrebbero fare.
    Inoltre, occorre impartire un’educazione civica alle giovani generazioni, affinché queste antepongano gli interessi della comunità a quelli dei singoli individui o di singole imprese, specie se private.

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