Fare la tara

Andrea Zoanni

botOroscopi, fattucchiere, veggenti, zingare, cartomanti, sfere di cristallo e semplici scommesse, gli italiani in fatto di chiacchiere sono secondi a nessuno, come nel vittimismo d’antan. Decine possono essere i motivi quando le cose si mettono al peggio, invece noi cerchiamo sempre la scusa. 

Un esempio negativo si è visto l’altro giorno, allorché il commento succinto del cronista alla discesa libera di Santa Caterina è stato: sfortuna! Peccato che dei quattro azzurri in gara il favorito abbia inforcato una porta trascinando a valle il paletto, un altro perso lo sci in una curva, il terzo fatto un dritto da paura, l’ultimo sia stato anonimo. Io di sfortuna ne vedo poca.

Un esempio positivo è stato invece un episodio a me vicino, ove l’allenatore della mia squadra di volley ha ripreso le ragazze dopo una pessima sconfitta proprio perché avanzavano scuse invece di ragionare sui motivi della debacle. Fare sport di squadra in giovane età avrà o no anche un valore educativo?

Bando all’introduzione che 2016 sarà? Di sicuro bisesto, che sia pure funesto o maldestro dipenderà anche da noi. Ci sarà chi vedrà tutto nero e chi tutto rosa, come sempre secondo le convenienze. C’è però una parola che ritorna, trita e ritrita da tempo: sarà l’anno della “svolta”? Speriamo non a 360 gradi, come gli analfabeti profetizzano, perché significa ritornare al punto di partenza.

In effetti non c’è ripresa in atto che possa chiamarsi tale. Non la vede chi spera di ritornare dove eravamo più o meno rimasti, ovvero ad una produzione industriale, a consumi, investimenti e un PIL nettamente maggiori di oggi, tipo 2008. Siamo davvero distanti e in mezzo ci sono state tragedie umane.

Chi invece si accontenta di piccoli segnali (una volta si sarebbe detto da prefisso telefonico) può sperare nella ripresina. Certo che leggendo l’anno scorso di questi tempi, per il 2015 si parlava di un PIL oltre il 2% con una ripresa massiccia dell’occupazione e un drastico calo dell’evasione, complici i bassi tassi di interesse, il petrolio ai minimi storici e le riforme da fare. Visti i risultati, più che a professionisti siamo in mano a ciarlatani che non danno motivi ma campano scuse.

Prescindendo da chi sia di turno, a scommettere sulla ripresa è sempre chi sta al comando del vapore, in questo caso Matteo Renzi (non il PD che a volte sembra uno scherzo): è lui che si candida a essere il Presidente della ripartenza nazionale dopo la crisi. Come è giusto che sia. E se fosse così non si schioderà per un decennio, complici anche le riforme ritagliate ad arte. E’ disposto a tutto, un mio ex collega di lavoro avrebbe detto allegoricamente che uno così ammazzerebbe i genitori pur di andare alla gita dell’orfanotrofio.

Intanto le promesse non sembrano mantenute, contrariamente a ciò che succede in altre nazioni. Congiunture molto favorevoli hanno prodotto un PIL da zero virgola, i dati sull’occupazione sono talmente risicati all’insù che servono ancora discutibili interpretazioni contabili per dire “eppur si muove”. Quando fa comodo diciamo “è colpa dell’Europa”, viceversa “è l’Europa che ce lo chiede”.

In ogni caso non dobbiamo essere cinici fino ad essere autolesionisti. Se sarà vera ripresa, come il sole a primavera riscalda le giornate, Renzi incasserà il massimo dividendo e avrà vinto la sua scommessa. Ce la farà? (Ce la faremo?) D’altronde molte sono le incognite.

Se penso al caso Boschi e a ciò che gira intorno, credo che la verità sia lungi dall’essere emersa, lingottini d’oro a parte. Appartenendo un poco a quel settore merceologico di nulla mi meraviglio e rispetto alle banche in crisi una delle migliori analisi e proposte sempre dirompenti, mai insensate, viene ancora da Luigi Zingales (non a caso di origini padovane, dunque venete) nel suo twitter del 27 dicembre: “Il sistema bancario veneto di fronte ad una scelta” che riprende il suo articolo pubblicato la vigilia di Natale sul Sole 24 Ore.

Si riferisce in particolare al caso delle due banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca, quest’ultima incorporante anni fa della piemontese Popolare di Intra) la cui crisi è sfuggita alla vigilanza di Bankitalia.

Dopo aver dispiegato molti ragionamenti ed esclusioni propone come scelta auspicabile l’acquisizione da parte di altre banche meno presenti sul territorio veneto, magari straniere, vista la scarsa capacità professionale dimostrata dai banchieri delle banche popolari italiane e considerata anche la limitata capacità di assorbimento del settore bancario italiano, sia per una scarsa liquidità, sia per problemi (aggiungo io) di monopolio non eludibili.

In questa scelta, la vera scommessa che darebbe aria ad un territorio che fatica a riprendersi sta nel fatto che le stesse banche venete introducano come requisito agli acquirenti una quota minima di reinvestimento dei depositi sul territorio stesso. Se l’amore per il territorio è più di una foglia di fico che copre prestiti clientelari, è opportuno che le banche evitino di coinvolgere nel loro declino l’economia locale, mettendosi rapidamente in vendita con questa clausola di salvaguardia a favore del territorio, prima che sia troppo tardi.

A me pare una proposta tra le più percorribili, ma ciò detto resta comunque irrisolto il nodo dei 200 miliardi di crediti deteriorati (usiamo questo vocabolo) in possesso delle banche nazionali. Sono troppi e come sempre succede nell’emergenza si curano gli effetti ma si tralasciano le cause. Un poco di prudenza però nel denigrare il salvataggio delle banche, lì dentro ci sono i soldi delle persone, è un discorso lungo ma da qui serve iniziare, altrimenti diventiamo tutti inconsciamente liberisti.

Vi sono altri casi da risolvere non di poco conto se si vuole risalire la china. Uno è il tanto decantato pacchetto delle unioni civili che per calcoli politici a mio parere non si farà. Ci aveva provato Prodi, prima coi “pacs” poi coi “dico”, sappiamo com’è finita. Credo anche questo serva, con intelligenza, a modernizzare il Paese.

Poi l’emigrazione. Sì, l’emigrazione e non l’immigrazione. Starà nella natura delle cose, ma un laureato su dieci (dunque un giovane su dieci) decide di emigrare. Perché da noi si muore di burocrazia costosa e per gli investimenti in innovazione continuiamo essere il Paese fanalino di coda.

C’è un’altra cosa che volente o nolente ci impedisce la svolta: da metà degli anni ’90 continuiamo a perdere terreno rispetto alle altre economie europee rispetto al reddito per abitante, dovuto in particolare al continuo calo della produttività totale dei fattori che, caso unico in Europa, da noi non decolla.

E’ interessante l’articolo di Federico Fubini sul Corriere del 29 dicembre, che sulla base di un rapporto europeo non indifferente mette al centro della sua analisi proprio questo indicatore, il quale riassume la ricchezza creata in un’ora di attività produttiva sommati tutti i fattori che vi contribuiscono, quali sono l’organizzazione del lavoro e le sue regole, le competenze e la burocrazia, gli investimenti e la tecnologia, l’apertura del mercato, le infrastrutture e l’energia.

Più del debito e della crescita, è questa “produttività totale dei fattori” il vero termometro del sistema, che nel 2015 ha inanellato per l’Italia il quindicesimo anno di discesa consecutiva, 2010 a parte.

Il rapporto misura anche il tema delle basse competenze di base e dei ritardi cronici giovanili sull’istruzione, oltre allo scarso collegamento col mondo del lavoro. Per quanto mi riguarda, essendo mia figlia studente in una università milanese, confermo di nutrire l’impressione di una scarsa utilità dell’attuale impianto formativo nazionale.

Questi sono però temi sui quali la propaganda al popolo non trova terreno fertile se non per gli addetti ai lavori, meglio allora dire (come in effetti è) che il 2016 sarà l’anno delle elezioni amministrative, ove i vincitori diranno che sono pure politiche ed i vinti solo amministrative.

Ma a parte questo vezzo, il PD di Renzi potrebbe prendere uno schiaffone a Roma, uno a Napoli e se il centrodestra si organizza uno anche a Milano ove il vento di Pisapia, mai considerato proprio benefico dall’inquilino di palazzo Chigi, rischia di diventare una bonaccia. Sono i tre comuni più numerosi d’Italia, che sommano più di cinque milioni di abitanti governati con esperienze diverse nella forma e nella sostanza ma comunque non ascrivibili all’area di centro destra.

In questo caso per il premier sarebbe una botta, considerato com’è il padrone del partito, anche se personalmente questa affermazione non mi convince in pieno, visto per esempio chi davvero comanda lì dentro in Campania e in Puglia.

E se il vento dovesse cambiare, dopo aver incassato la riforma costituzionale e ridotto il Senato a un dopolavoro (meglio sarebbe stato abolirlo) sarà l’Italicum a decidere le sorti del PD renziano. Che deve comunque solo ringraziarlo.

Se scommessa sarà, anche il Movimento Cinque Stelle avrà la sua e non potrà sfuggire, essendo probabilmente oggi il partito più pericoloso per il PD. Infatti tutti i riciclati d’ambo le parti che tengono famiglia continuano nella propaganda che dipinge l’unica novità politica nazionale degli ultimi anni come un qualcosa di nefasto per la democrazia.

La crescita di questo Movimento ha trasformato l’agone politico da bipartito a tripartito ed è diametralmente trasversale ad entrambe le altre coalizioni essendo piatta la curva delle sue adesioni. Sembrava in crisi dopo le elezioni europee ma ha saputo superare bene quel momento delicato perché intelligentemente Grillo si è assunto tutte le colpe lasciando ad altri il campo della ricostruzione.

Invece di ragionare cercando di comprendere questa loro seconda rinascita, quando la paura fa novanta riemergono vecchi slogan e vecchie cantilene mai invise soprattutto alla sinistra, sia essa stata massimalista o radical chic: la denigrazione dell’avversario a prescindere.

Però per il M5S la prova del nove è vicina e un secondo insuccesso potrebbe avere maggiori conseguenze negative. Cercano di “degrillinizzarsi”, ma ce la faranno considerato che il Beppe è di diritto oltre che di fatto il padrone unico del Movimento? E la presenza del guru Casaleggio come si dovrà considerare?

In ogni caso nelle loro file vi sono diversi giovani politici che non sanno solo contestare e producono anche proposte di un certo interesse e merito, naturalmente snobbate dai principali media nazionali, se si vuole ragionare da una prospettiva sincera e non di parte. Nell’aridità di oggi ci stanno. Di Maio e Di Battista sono le scommesse più avanzate, forse il secondo più del primo anche per i suoi modi, almeno dimostrano il coraggio di voler cambiare per davvero. Ma per camminare da soli dovranno prendere dei rischi.

E la prima e più importante scommessa da vincere senza fuggire è Roma, ove sono i favoriti e che potrebbero conquistare al primo turno se metteranno in campo i cavalli migliori e più conosciuti.

Lo dico senza dubbi, se fossi residente a Roma li voterei, perché il resto puzza da tempo. Puzza così tanto che l’ipotesi di uno schieramento “tutti contro i grillini” fa rabbrividire nella sue assenza di contenuti positivi e di seria prospettiva politica compiuta.

Per loro sarebbe un colpo formidabile, come una fionda partirebbero alla conquista di Palazzo Chigi. Ma Roma, l’ingovernabile capitale dai mille volti corrotti e con la costola oltre Tevere definita da un vaticanista “il buco nero del mondo”, non fa sconti. Chi ha perso la campagna di Roma è uscito distrutto e non si è più sollevato. Vedremo se sono cresciuti.

Terzo incomodo, chi l‘avrebbe mai detto, la Lega di Salvini, rifatta completamente anche nei suoi quadri, dopo il repentino tramonto dell’era Bossiana. Secondo me è un segno dei tempi, perché la crisi di questi anni non ha avvicinato le persone, le ha piuttosto trasformate in individui.

Però a differenza di M5S e PD, da sola la Lega non ce la fa. Dovrà convogliare a sé tutto il resto del centro destra o ciò che ne rimane e non sarà cosa semplice, Berlusconi pochi anni fa sommava da solo l’attuale coalizione disgregata. Ma in parte lo ha già fatto, anche se qualche mossa di risucchio è parsa azzardata e forse controproducente.

Salvini potrà continuare l’opera puntando su valori condivisi che parlano più alla pancia che alla testa della gente soprattutto per i modi di presentazione, che toccano determinati argomenti interessati e interessanti, perché attuali e di effetto, quali tradizioni identitarie nelle diversità e immigrazione controllata, pensioni e lavoro, esodati e disoccupati, studi di settore e burocrazia, agricoltura e industria, il commercio e le banche, l’Europa e la moneta unica.

Questo è il nuovo linguaggio leghista, più concreto di prima, ove non solo è stato abolito il contrasto e lo scontro nord/sud, ma oltre il suo territorio naturale si lavora per un consolidamento radicale e sostanzioso.

Tutto il resto è microcosmo antico e di secondo ordine, non vedo astri nascenti, il Berlusconismo in questo è stato un diserbante totale per tutti.

In estrema sintesi e senza particolari approfondimenti così si presenta il 2016 nazionale, tralasciando di essere in un mondo globalizzato nel quale contiamo sempre meno e con gravi rischi di tenuta democratica e terroristica, che per brevità di analisi non voglio ricordare. Anche in questo caso si naviga a vista, non sapendo altro fare.

Per cui come dicevo all’inizio, essendo l’anno appena iniziato un anno elettorale/amministrativo ci sarà chi vedrà tutto nero, chi tutto rosa e ognuno sparerà le cartucce più violentemente degli altri per conquistare il nostro voto con fiumi di parole. Per noi diviene importante saper fare la tara, in questo paradiso abitato da demoni, così lungo e così largo come l’Italia in effetti è.

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