Non è vero..ma ci credo

Dario Fornaro

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Giunta alla ventiquattresima edizione (a partire dal 1992) la rilevazione 2015 del “Sole-24Ore” sulla qualità della vita (QV) nelle province italiane – giunte a loro volta al bel numero di 110 – si è aggiudicata ancora un giorno o due di scalpore mediatico. Non come negli anni d’oro, allorché ci si vantava, o recriminava, ben più a lungo per il fatto di essere promossi o rimandati dalla fatidica graduatoria.

Quest’anno, venendo ai casi nostri e alla classifica QV apparsa il 21.12 us., Alessandria è stata accreditata del 72° posto, con perdita di 5 posizioni rispetto all’anno precedente (2014 – 67°) e i giornali hanno prevedibilmente argomentato, a carico della nostra provincia, ma con inevitabile enfasi sulla città capoluogo, di “lento declino” che continua.

In effetti Alessandria è abbonata da tempo, come dato sintetico, a posizioni di retroguardia, d’oltre metà classifica. Nella serie dei 24 dati annuali, infatti, se ne contano: 1 fra il 30° e il 39° posto (giusto il 39° nel 1993); 2 tra il 40° e il 49°; 7 tra il 50° e il 59°; 8 tra il 60° e il 69°; 6 tra il 70° e il 79° posto. Non proprio una prestazione da esibire in società.

Se il posizionamento di Alessandria, così come quello di altre province (al limite: di tutte, nella buona o cattiva sorte) non fosse del tutto convincente, occorrerebbe rispolverare il vecchio problema di fondo, legato a questo tipo di indagine: quale/quanto affidamento concedere ai dati di base, copiosamente addotti, e soprattutto alle elaborazioni che conducono al “condensato” o graduatoria finale? Diciamo, senza sdottorare, complessivamente modesto ( i professionisti della statistica sorridono sotto i baffi) con andamento a decrescere dalla rilevazione dei singoli fenomeni (36, raggruppati in 6 capitoli, per ciascuna provincia) al processo di “peso e concentrazione” dei dati di partenza (3960) fino al punteggio finale articolato sulle 110 province.

Gli appunti e i dubbi mossi, lungo gli anni, a questa ormai popolare rilevazione sono parecchi (anch’io mi sono cimentato nel 2006 sulla Rassegna Economica della CCIAA), ma non riducono questa longeva impresa – sì, c’è un bel lavoro alle spalle – ad un mero gioco di società fine a sé stesso. Bene o male, infatti, questa periodica sventagliata di cifre e la graduatoria finale lanciano dei segnali, pongono dei problemi, sollecitano discussioni. O, almeno, dovrebbero.

Tra l’altro, gli stessi curatori sconsigliano di soffermarsi più di tanto sugli andamenti dei soggetti (posti persi o guadagnati) tra i vari anni, ma suggeriscono di soffermarsi piuttosto sul contenuto e sui confronti all’interno di ogni singola annata, cioè a parità di criteri adottati.

In tal senso, per Alessandria (dati 2015), ma la situazione si ripete quasi ovunque, si coglie ancora la notevole variabilità di posizione a seconda del fenomeno rilevato. In alta classifica troviamo, nel nostro caso: la quota export sul PIL al 13° posto; la spesa per beni durevoli al 29° e l’importo medio pensioni al 33°. Ai bassi livelli, la quota di copertura banda larga su popolazione al posto 108; la componente climatica al 105° posto e i furti in casa al 103°. Esito complessivo dei calcoli: Alessandria al 72° posto su 110 “candidati”.

Ci stiamo, non ci stiamo? Già all’inizio avevo affidato la mediazione al bel titolo di Peppino De Filippo (1942): mi accorgo ora che si può leggere anche al contrario: “é vero..ma non ci credo”. Magie della statistica.

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