Sindacato e marea antisindacale

Agostino Pietrasanta

sin(Dopo una serie variegata di interventi, concludiamo il dibattito sullo stato del sindacato, con la conclusione del coordinatore di Ap, Agostino Pietrasanta)

In un arco temporale molto ampio, praticamente nel corso di tutto il periodo autunnale, “Appunti Alessandrini” (AP) ha promosso un dibattito sul Sindacato, tanto più necessario in un momento che le relative organizzazioni sembrano marcare una crisi di svolta epocale; contestualmente assistiamo ad una marea crescente di anti/sindacalismo che preoccupa e giustamente le valutazioni più mediate e consapevoli. Gli interventi ospitati dalla nostra pubblicazione ne fanno fede: per quanto sostenute da valutazioni tra loro dialettiche, convergono nel prospettare la temibile caduta della fine di una rappresentanza dei lavoratori e dei loro interessi, la cui storia passata, nonostante gli errori inevitabili e le rimarcate contraddizioni, ha raggiunto anche risultati spesso cospicui.

Rimando ovviamente ai diversi contributi pubblicati: da quello di Marco Ciani (20 settembre), a quelli di Daniele Borioli (29 settembre), Patrizia Nosengo (19 ottobre) e Bartolomeo Berello (18 novembre); aggiungerei anche un richiamo al ragionamento che Angelo Marinoni ha proposto in data 4 novembre, all’interno di un’argomentazione più generale, ma anche relativa alle responsabilità sindacali. Non mi propongo di fare una sintesi, perché rischierei una valutazione riduttiva della ricchezza delle osservazioni proposte; mi limito a tenerle presenti per un discorso che, salvo ulteriori interventi, sempre graditi, vorrebbe concludere il confronto posto in essere.

Ho sempre ritenuto motivo di ammirazione il fatto che, salvo sporadici incidenti, le organizzazioni sindacali, anche nei loro vertici apicali, non hanno mai subito la deriva morale e corruttiva di altre forme di rappresentanza democratica, in particolare i partiti politici; non sarà un caso se il sindacato non è stato coinvolto, nella generalità dei casi, nel sistema di corruzione che le vicende degli ultimi decenni hanno ampiamente denunciato e comprovato. Eppure, quando le rappresentanze sindacali, per ovvie quanto deprecabili riduzioni ad obiettivi di consenso, si oppongono alla trasparenza della gestione pubblica, quando per timori, di per sé magari anche spiegabili, di contrazione di mano d’opera, si allineano ai gruppi titolari di varie concessioni che non vogliono sottostare alle gare di appalto, quando infine scelgono il consenso rispetto alla efficienza delle opere pubbliche, esse rappresentanze, per colpa anche se non per dolo, pongono le premesse di un processo inevitabilmente deviante. Purtroppo viene ripetutamente denunciato che l’ossessione del consenso domina troppo spesso i comportamenti della rappresentanza dei lavoratori. C’è, in tutto questo una straordinaria eterogenesi dei fini, una macroscopica contraddizione di scarsa tenuta democratica. Se la base della rappresentanza, sia pure con criteri e registri diversi dal passato, si fonda (o dovrebbe fondarsi)sul confronto dialettico tra le parti (si parlava, una tempo, di contrattazione) la prassi della trasparenza, la regole delle gare pubbliche dovrebbero costituire una premessa. Ciò non pertanto, viene denunciato che quando i grandi gruppi titolari degli appalti più cospicui fanno presente che le gare potrebbero ridurre, con i guadagni, i posti di lavoro, trovano nel sindacato, segni non equivoci di attenzione.

C’è però un aspetto anche più decisivo. Tutti ormai ammettono che una delle cause della crisi sta nella disparità, tanto vistosa, quanto inquietante delle condizioni economiche delle più diverse categorie di lavoratori. Resta difficile, in questo caso, non individuare una delle responsabilità storiche della rappresentanza confederale; se il sindacato ha storicamente rivendicato la titolarità dei contratti, resta difficile capire un processo che da tempo è in corso; tanto che Ermanno Gorrieri, già agli inizi degli anni settanta del secolo scorso, parlava di “giungla salariale”. Ritengo il punto, tra i tanti, decisivo di una crisi che ad alcuni appare (ma Dio non voglia) irreversibile. Ci sono stati nel tempo dei dirigenti che hanno compreso il pericolo della diseguaglianza; tanto più grave se, alla giungla dei trattamenti salariali, si viene ad aggiungere la rappresentanza, mai risolta, di coloro che costituiscono la massa dei disoccupati o dei giovani in cerca di lavoro. Ora se ai tempi dei Lama, dei Carniti e poi anche dei Cofferati di tutto questo c’era consapevolezza, sia pure senza esiti ragguardevoli, dal momento che erano gli occupati che sostenevano con delega la relativa rappresentanza, negli ultimi tempi sembra che non si faccia altro che del lamento. Inutile aggiungere che al riguardo le precondizioni di fatto sono ben più allarmanti, sia perché i disoccupati sono numericamente tanto cresciuti da non essere paragonabili a quelli dei decenni addietro, ma anche per un motivo più “sottile”, meno appariscente all’opinione pubblica, ma forse socialmente non meno pericoloso. Il fatto è che sono crollati i rappresentanti del ceto medio; è successo da qualche tempo, ma non credo che gli effetti si siano ancora totalmente manifestati. C’è stata un’omologazione al ribasso, che ha allargato una massa sempre più numerosa di lavoratori che, per la precarietà subita deprimono i consumi. I segnali di ripresa non sono convincenti e le inevitabili conseguenze, vanno ad impattare sulla produzione e sui posti di lavoro.

A fronte di questi scenari, appena abbozzati, il sindacato annaspa; ovviamente per una serie di concause.

Spero di non incappare nelle ire di qualcuno. Intanto mancano i leader; mi ha impressionato che a fronte dei mancati contratti del pubblico impiego, le scelte di lotta vengano indirizzate ad esclusiva difesa di beghe che francamente riterrei di dettaglio, da ultima spiaggia, con la motivazione che si vuol limitare il danno. Prendete ad esempio il caso della scuola: con dei salari da fame, non si trova di meglio che prendersela con…l’eccessivo potere dei dirigenti scolastici; sarà anche un rischio, ma non è certo il problema. C’è da chiedersi se chi propone certe lotte, nella scuola è mai entrato e, forse, c’è anche da dubitare circa il mancato rinnovo della dirigenza sindacale. Questo però non è che un sintomo;il problema sta nella preparazione dei quadri dirigenti alle origini, quadri che vivano il sindacato professionalmente; ora ci saranno anche persone impegnate e volonterose, si può anche ritenere che i distacchi costituiscano una riserva importante per creare dei quadri, dal momento che assicurano la diretta esperienza sul campo, ma non sono sufficienti. Personalmente ritengo che ci siano anche strutture encomiabili, basti pensare ai vari centri di formazione in itinere, ma non credo che oggi possano bastare. La professionalità, in ogni campo necessita di una cospicua formazione iniziale, una preparazione “sulla soglia”.

Ci sono però due altri elementi da recuperare. Il primo attiene la questione ormai annosa e sempre contestata del recupero del merito a scapito del privilegio delle caste più agguerrite. Qui c’è sul serio un recupero di prospettiva storica, una correzione di rotta ormai non più procrastinabile; e tale da ritenersi da chiunque continui a sperare nel ruolo della rappresentanza confederale. Per battere la conflittualità e la concorrenza del mercato del lavoro, con dialettica e trasparenza democratica, non c’è che promuovere il merito e la capacità. Non insisto sul punto: molte volte ne ho parlato. E tuttavia va precisato che si tratta di una promozione da metter al servizio di tutti, non di una promozione che si limiti alle risultanze autoreferenziali.

Il secondo elemento, che tra l’altro è stato sottolineato da parecchi dei contributi accennati all’inizio, attiene la capacità di una presenza del sindacato ai livelli imposti dalla globalizzazione del lavoro e della produzione; un sindacato che guarda all’interno della nazione di appartenenza non regge, figurarsi poi ad un sindacato che pur dichiarandosi confederale, guarda all’interno delle diverse corporazioni. Tutto ormai è facilmente esportabile, coi mezzi più diversi e più rapidi ed è esportabile anche il lavoro; chi difende l’orticello di casa è già stato sconfitto. Ne deriva che la rappresentanza deve porsi il problema di una presenza globale. Sarà difficile, ma ritengo che il percorso debba essere intrapreso: meglio tardi (già lo è) che mai.

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